Lettere dall’America. Alabama n. 3/2018. Riscoprire la partecipazione

Libertà (diceva Gaber) è partecipazione

Gordon Douglas “Doug” Jones (Fairfield, 4 maggio 1954) senatore per lo stato dell’Alabama (da gennaio 2018)

Paolo Giacomoni (4 maggio 2018)

 

Ho vissuto negli Stati Uniti, per diciott’anni, in uno stato di inerzia spirituale, lontano dalle tenzoni intellettuali che allietano le cene parigine.

Poi è arrivato Trump.

Passato il momento della razionalizzazione della sconfitta (l’arroganza di Hillary Clinton, i suoi errori…) l’incompetenza di Trump e della sua squadra, la protervia, la cialtroneria, la disonestà, la maleducazione e il tentativo di sovvertire  le fondamenta dello stato, hanno risvegliato in me qualcosa che assomigliava a un certo senso del dovere.

Non quello categorico di Kant, non quello autocensorio di Calvino, ma un dovere un po’ guascone, un po’ cinico, accompagnato da un fondo di fatalismo e da un pizzico di buon gusto, del tipo: “No, uno come Trump non se lo meritano neanche gli americani“.

Allora mi sono ricordato che il solo modo perché il male trionfi è che le persone per bene non facciano niente, ho fatto mio il motto “Fa’ quel che devi, succeda quel che può” ed ho fatto una cosa inconcepibile per un intellectuel de gauche: mi sono unito a uno di quei gruppi di generazione spontanea, formato da ex-sessantottini dal capello bianco e il ventre pro-eminente, donne dai capelli arruffati con qualche rabbia da appagare, giovani imberbi bravissimi nell’uso dei computer, eccetera.

E così mi sono messo ad andare per fiere e mercati, con i documenti necessari per iscrivere sulle liste elettorali chi non fosse già iscritto, ed incoraggiare i cittadini a partecipare alle elezioni. E poi mi sono avvicinato alla sezione locale del Partito Democratico, ed ho seguito le primarie per scegliere il candidato ufficiale per rimpiazzare il senatore Jeff Session, nominato Ministro della Giustizia. Tra i candidati delle primarie c’erano rappresentanti delle minoranze nere, ecologiche e gay, e un avvocato che, quand’era procuratore federale in Alabama anni fa, era riuscito a mandare in prigione dei membri del KKK che avevano messo una bomba in una chiesa e ucciso delle bambine nere.

Questo avvocato, Doug Jones, parlava delle “questioni che si discutono a tavola” (kitchen table issues, un eufemismo per dire “problemi sociali”) come la disoccupazione, le cure mediche gratuite, il salario minimo garantito, l’educazione a costi non troppo elevati eccetera) e ha detto una frase chiave: se volete fare un’affermazione di principio, votate per chi volete, ma se volete che vinciamo le elezioni, bisogna votare per me.

L’avversario repubblicano era un giudice (Roy Moore) due volte eletto alla Corte Suprema dell’Alabama e due volte espulso dalla Corte Suprema per aver violato la legge.

Allora ho fatto permanenze e telefonate, ho distribuito cartelli da mettere di fronte alle case, fabbricato bottoni da portare all’occhiello, bussato a porte. Naturalmente non ero l’unico a far così, ma è finita che l’anno scorso in dicembre, Doug Jones è stato eletto.

E quest’anno ci sono le elezioni per eleggere tutti i deputati e un terzo dei senatori.

Ieri sera sono stato a una cena con Doug Jones, e gli ho chiesto quale era lo status dei kitchen table issues in seno al Partito Democratico. Mi ha risposto: “Le elezioni si avvicinano, sentiremo un sacco di follie, ma le “questioni che si discutono a tavola” guadagnano terreno ed io mi batto perché diventino un tema di fondo“.

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