Cosa vuol dire avere visione e essere visionari? – n. 2

In pubblicazione su Arcipelago Milano (9 maggio 2018)

Seconda parte

In economia e in politica la visione dipende molto dalla “domanda”

Stefano Rolando

 

Abbiamo esaminato in precedenza[1] l’ambiguità semantica della parola visione. Essa conta molto anche nel rapporto tra cultura e potere (potere anche pedagogico) delle religioni. Ciò vale per le nostre scritture cristiane come per l’islamismo, l’induismo, eccetera. L’uso dell’espressione connota la capacità di comprendere con chiarezza e in forma indubitabile la presenza di Dio e dei fenomeni soprannaturali. Ma questo adesso ci porterebbe troppo lontano dal nodo che qui dobbiamo soprattutto trattare. Ed eccoci allora alla seconda parte di questa introduzione al tema: la parola “visione” legata alla strumentazione di governo (istituzioni e mercato).

Le classi dirigenti si dividono nettamente in due scuole di pensiero. Chi propende per l’opportunità che un leader, un capo, un rappresentante, disponga di questa leva così da incentivare il dibattito pubblico attorno a decisioni di interesse collettivo che abbraccino temi e tempi ancora non in agenda. Come sarebbe stato, nella Milano fine novecento, in mezzo al tramonto dell’età industriale, studiare un piano di riposizionamento a trent’anni dell’economia legata al turismo. Dall’altra parte chi teme che questa leva – cioè avere visione –  possa contrastare privilegi, forme decisionali, interessi costituiti così che, chini sul presente, non si stia ora a mettere in mostra curve discendenti, parabole evidenti, prevedibili criticità. O più semplicemente situazioni di potere (un caso per tutti la storia della Fiat dal “conservatore” Romiti al “rivoluzionario” Marchionne).

C’è un negoziato spesso duro tra politica e sistema degli interessi per delineare la regia di due piattaforme centrali del potere moderno: quella normativa (pensare e scrivere norme proiettate al futuro) e quella comunicativa (saperle spiegare). Se la politica non mette in campo degli assi (nel pensiero, nella tecnica, nella procedura) la leadership non è assicurata alla politica stessa.

Insegno tra l’altro la materia “Politiche pubbliche per le comunicazioni”, cosa che mi consente un esempio lampante.  La trasformazione del sistema mediatico e delle comunicazioni dopo internet (1995) è stato immenso, veloce, globale. Coloro che hanno capito per tempo le dinamiche di integrazione tra settori e tecnologie hanno chiesto e si sono attrezzati attorno a norme per favorire leggi di sistema. Coloro che volevano perpetuare interessi settoriali, locali, parziali e, alla lunga, con processi produttivi obsoleti, hanno chiesto e ottenuto leggi separate (per mezzi e format di impresa). In sostanza se il sistema degli interessi preme per la prima ipotesi cercherà di favorire l’ascesa di un legislatore “visionario”, se il sistema preme per la seconda ipotesi evidentemente no.

Sta dunque nell’offerta politica la responsabilità di misurare questa “dote” in relazione al condizionamento evidente che la domanda elettorale, la mediazione degli interessi e il condizionamento del contesto storico pongono. Qui si trova la mediazione, facendo propendere per un successo maggiore assicurando la capacità di progettare e gestire il cambiamento piuttosto che la capacità di produrre consolidamenti dei processi in corso.

Se prevale una o l’altra strategia, cosa che una certa capacità di ascolto da parte della politica dovrebbe fare emergere (se si facesse più ricerca interpretativa che di posizionamento e di marketing emergerebbe meglio), prevarranno anche certe tipologie di candidati possibili, tra loro diversi proprio attorno a questa “dote”. Dote – si intende – per qualcuno, ma sciagura per altri.

Nel sistema delle grandi aziende italiane, per esempio, è finita – ad un certo punto della seconda metà del Novecento – la tendenza a favorire un alto management dotato di “visione” e di capacità progettuale. E la scalata al vero potere è stata spianata per gli uomini piuttosto di controllo sul personale e sulla finanza. Il risultato ad apertura di terzo millennio è che quel segmento strategico degli apparati produttivi in Italia (per fortuna non tutto) risulta seriamente lesionato, in parte si è messo fuori competitività, in parte è stato denazionalizzato. Nei casi di declino si può vedere che quella tipologia di management ha fatto buona scorta di stock-options, mentre quella che possiamo chiamare visionaria e progettuale è stata messa nei parcheggi degli studi (finché c’erano ancora gli uffici studi), poi si è cercata un altro mestiere.

Nel quadro istituzionale le cose non sono andate in modo così diverso. Non c’è spazio per entrare nei dettagli. Ma ci sono paesi in cui la forza delle istituzioni condiziona la selezione di qualità che la politica fa per mandare persone adatte (o non adatte) al bisogno. La debolezza negoziale delle nostre istituzioni ha giocato spesso la carta di assecondare qualunque politico fosse assegnato, cercando di andarci d’accordo per salvare stipendio e posizione. Anche qui ci sono state eccezioni, che meriterebbero descrizioni, ma il modello virtuoso, che certi paesi continuano ad interpretare largamente, in Italia non è passato. E ora (dopo il 4 marzo) appare ancora più a rischio.

Se non si mette in chiaro questo passaggio, la nostra valutazione del tema “visione e visionari” rischia di essere svolta solo attorno alle caratteristiche personali di Tizio, Caio e Sempronio. Quando è evidente che parlando degli interessi generali la visione o è di sistema o non è.

Dobbiamo quindi capire – in Europa, nei singoli contesti nazionali e nel quadro delle maggiori città competitive (tra cui la nostra) – come i nuovi equilibri tra domanda e offerta di politica hanno giocato a favore di figure di progetto o figure di controllo oppure a figure di galleggiamento.

Pur essendo vero che i cicli storici possono avere più bisogno delle une o delle altre in diversi momenti, è evidente che se le figure che mantengono in piedi capacità di analisi e di ricerca soprattutto sulla trasformazione sociale, che studiano la concorrenza (anche quella istituzionale e amministrativa), che sperimentano nuove ipotesi e nuove procedure, non arrivano mai o arrivano poco ai posti di comando, i risultati sono segnati già in quel “grande libro della competizione”. Che, oggi sappiamo, è scritto per le aziende, per l’organizzazione dello sport, per l’amministrazione di stati e di città, per i media, per gli ospedali, per le università.

Quando allora parlando di questo o quel politico – chi guida il governo, chi guida una città, chi guida un’istituzione strategica – ci chiediamo se ha o non ha visione, dobbiamo mettere in discussione la domanda a cui ha risposto la sua candidatura o la sua nomina più che le sue inclinazioni personali. Fermo restando che un ritorno in auge dei cv (veri) sarebbe altamente auspicabile.

Lo schema di analisi non è difficile. Basta repertoriare le decisioni assunte, rubricare quelle a brevissimo (1-2 anni), a breve (5 anni), a medio (10 anni) a medio-lungo (20 anni), a lungo (oltre 30 anni) e tracciare la curva di governo del tempo. La crisi del riformismo, come si sa, nasce sostanzialmente dalla marginalità di decisioni a impatto nel medio e lungo periodo, che è la condizione strutturale appunto di riforme o di rigenerazioni profonde (per il governo, ad esempio, vale per il settore delle pensioni; per le città vale, sempre per esempio, per le periferie).

Poi è necessario repertoriare le stesse decisioni per intensità innovativa. Infine individuare le discontinuità intervenute rispetto ai circuiti di interesse che beneficiano di quelle decisioni.

A posteriori si può poi fare la prova del nove: quella di vedere se la qualità intrinseca delle decisioni assunte era favorita dalla previsione degli andamenti generali, ovvero se il pensiero attorno ai cambiamenti di contesto era il driver per raggiungere prima e meglio le condizioni per fronteggiare (tanto nei rischi quanto nelle opportunità) quei cambiamenti prossimi-venturi.

Ma dobbiamo comunque avere il coraggio di leggere questa analisi non solo attorno alle qualità personali ma soprattutto nella relazione tra organizzazione, ascolto, analisi e dibattito sulle proposte. Ciò che rende ogni figura di leader diversa da un’altra. E ogni figura di leader pronta al posto di un’altra per assecondare la tendenza della domanda elettorale e degli stakeholder che prevale con differenze sostanziali (paure/coraggi; aperture/chiusure; competizione/autosufficienza) in questo o in quel momento storico.

 

 

[1] Sul n. del 25 aprile 2018 (http://www.arcipelagomilano.org/archives/50172) con il titolo LE PAROLE NEL NOSTRO FUTURO – Capirci prima che la Torre di Babele ci renda estranei

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