Nel diario della crisi di governo. La democrazia pensante dovrebbe immaginare come fabbricare politica

  

Uscito il fascicolo n. 4-5-/2018 della rivista Mondoperaio.

Nella sezione “Modeste proposte” il seguente articolo è pubblicato con il titolo “Fabbricare politica”.

 

 Titolo originario

Dopo il 4 marzo – La discontinuità non è solo quella dei personaggi in cerca d’autore. Il cambiamento non riguarda solo i semi-vincitori, ma anche tutti coloro che si richiamano alla democrazia pensante

 

Stefano Rolando

 

Questa nota è scritta nei giorni di stallo successivi al secondo giro di consultazioni al Quirinale. Tutto può succedere, dopo l’inedito “siparietto” di Berlusconi e l’inusuale “pregiudiziale” di Di Maio. Che Salvini, nella minaccia di tornare alle urne, porti a ravvedimento i litiganti; che il PD torni magari parzialmente in partita; che il Quirinale imbocchi la strada del “traghettamento”. Le osservazioni qui contenute, pur coinvolte anche dall’esito della crisi, riguardano tuttavia in particolare lo schema parallelo, quello cioè del ruolo di soggetti in questa fase più in ombra e soprattutto lo scenario (ora immaginario, ma ineludibile in un paese normale) del ritorno alla centralità dei contenuti.

 

La democrazia pensante

I partiti che hanno elettorati a due cifre dimostrano spesso di essere paralizzati da tesi contrapposte al proprio interno, ognuno di essi essendo dunque un po’ di destra e un po’ di sinistra sui temi principali, in qualche modo come la DC e il PC – pur avendo molto forte il senso del loro netto posizionamento – furono ambigui negli anni della prima Repubblica: conservatori e riformisti nella DC, militanti di lotta e di governo nel PCI.  I piccoli partiti, i piccoli movimenti, le iniziative politiche che una volta si chiamavano “di opinione” (Marco Pannella li chiamava “il sale della terra”) e alcuni dei quali oggi potrebbero essere chiamati di “democrazia pensante”, dovrebbero invece avere la forza non di accomodarsi quietamente nella pancia dei partiti maggiori contenti degli strapuntini riservati loro (questo sembra il destino – vorrei sbagliarmi – imboccato da “Più Europa”), ma essere liberi di generare tesi che facciano tendenza; liberi di guardare all’evoluzione della domanda di politica che c’è nel cambiamento sociale non accontentandosi della domanda destruens ma cercando anche quella costruens [1]; liberi di non accontentarsi  della corrispondenza di certe parole d’ordine rispetto ai luoghi comuni della mediatizzazione della politica ma alla ricerca anche di proposte fuori dalle regole del “far notizia”.

I personaggi in cerca d’autore

Il primo mese post-elettorale in Italia ha visto la scena dominata dai protagonisti dell’Italia tripolare – M5S, PD e Centrodestra a trazione leghista – cancellare subito ogni traccia di contenuto e di programma per mettere in campo ciascuno la propria ambiguità.

La più ingenua è stata sfoderata da M5S che, senza citare la fonte, ha rieditato la formula cinquecentesca, talvolta attribuita al Guicciardini, “viva la Franza, viva la Spagna…”. Più tattica ma realistica è stata la proposta di Salvini: se facciamo tutti un passo indietro facciamo un passo avanti, ma se il passo indietro lo fa solo uno di noi i passi avanti sono due. E infine la più fragile è risultata quella dei dem, al mattino arroccati tutti sull’aventino renziano, certo nella speranza di far litigare i “vincitori”, al pomeriggio tutti pronti a smaliziati distinguo su “andare a ascoltare che non vuol dire parlare” piuttosto che “andare a parlare che non vuol dire ascoltare”. L’importante per tutti è stato di dimenticare sia le ormai ammuffite promesse elettorali, quanto le immature problematiche di governo sulle quali le consultazioni tedesche, tanto per fare un esempio, dal primo giorno si sono esercitate parola per parola, euro per euro.

Insomma lo spettacolo andato in scena è stato quello di una prova generale di paradigma della terza Repubblica: se riusciamo a tenere tutti e tre la scena per l’intera legislatura vi faremo definitivamente dimenticare il significato di destra e sinistra. L’idea del “contratto di governo” pare un po’ questo. Serve ad assicurare qualche priorità sulla spesa pubblica, ma non rassicura nessuno in ordine a come deve comportarsi un governo di fronte alle emergenze e alle imprevedibilità, contesto quotidiano per qualunque governo sul pianeta.

Una volta che i sei personaggi antisistema (Salvini, Meloni, Di Maio, Grillo, Casaleggio, Fico) e i sei personaggi diciamo così più retrò (Renzi, Martina, Gentiloni, Casellati, Berlusconi, Mattarella) avranno trovato il loro autore, il copione del “posizionamento” prenderà forse una forma meno ridicola e tornerà a qualche regola delle scienze politiche. Ora non si sa quando sarà questo momento e quale sarà la formula del fotofinish.  Ecco perché, nel “tempo morto”, tutti gli altri soggetti ai margini – noi compresi, cioè questa rivista, dalla sua testata alle sue firme, dai suoi dubbi alla sua aneddotica – si potrebbe anche andare in vacanza e aspettare una telefonata. Oppure immaginare possibile uno scenario dinamico centrato sugli interstizi e le profondità  del Parlamento insediato  e sulla società che deve al più presto ristabilire il senso delle sue relazioni istituzionali, che per quanto “scenario secondario”  muove una tale quantità di soggetti  da rendere possibile il funzionamento di un “secondo organo” della politica, come si trattasse dello schema dei nostri organi gemelli che, a cominciare dalle nostre mani, possono anche contribuire al funzionamento generale facendo cose diverse. Un metodo che aiuterebbe anche dopo le contingenti decisioni del Quirinale.

  • Per quello che riguarda i cespugli che continuano ad attirare la mia attenzione e quella di altri collaboratori di questa rivista (non tutti) mi parrebbe che il fronte più punito, più emarginato, meno rappresentato dalla prova elettorale del 4 marzo, quello che impropriamente chiamiamo spesso “lib-lab”, avrebbe una ragione valida per dimostrare che è ancora vivo, che non abbandona l’obiettivo della crescita ma nemmeno quello dell’equità e che continua ad occuparsi di correggere il capitalismo e fronteggiare criticamente  ma senza anatemi la globalizzazione. L’esigenza di verificare lo stato delle energie e di alcune storiche responsabilità aveva cominciato a circolare nelle culture liberaldemocratiche e liberalsocialiste, in Italia e in Europa (come la campagna elettorale di Macron ha segnalato) appunto anche per dimostrare che esse non sono “morte” così come decreta la moda funeraria di certa saggistica[2]. In esse, proprio per la loro natura composita, il rimescolamento di opinioni è da sempre un metodo.
  • Ma sempre guardando agli interessi di altri collaboratori di questa rivista c’è pari desiderio e pari disponibilità ad andare a vedere che nuovo ed effettivo radicamento politico sia possibile in Italia per quella tradizione del socialismo più aggressivo nei confronti del capitalismo e della globalizzazione che mantiene la sua priorità nella protezione dei ceti meno garantiti, più esposti alla crisi, più a rischio. Arrivano in questi giorni spunti nuovi italiani sull’analisi e sul cambiamento delle policies in materia di disuguaglianze e di povertà[3]. Anche qui i segnali europei suonano le loro campane e gli indicatori demoscopici segnalano la posizione di Jeremy Corbin come crescente.
  • Coloro che – sempre tra di noi – hanno poi detto che tra Macron e Corbin dovrebbe ancora esistere una cultura riformista di esperienza italiana e mediterranea da riannodare attorno ai temi dell’uscita dalla crisi e della soluzione alla devastazione che questa crisi ha esercitato sul ceto medio (fonte sociale del riformismo italiano ed europeo) costituiscono il terzo polo, diciamo così “centrale”, dello smarrimento decretato dai risultati elettorali. A sua volta diviso tra chi crede che questa aspirazione debba essere reinterpretata da un riformato e rigenerato PD (partito aggregativo) e chi vede altrove i laboratori anche separati della nuova transizione riformista (dal civismo all’autonomismo, dal cattolicesimo solidale e neo-comunitario alla sperimentazione del sindacalismo “punto zero”, dal nuovo ambientalismo alle battaglie post-radicali dedicate al rapporto tra scienza e diritti).

Siccome il ripensamento della mission di Mondoperaio (e del suo impegno integrativo a quello editoriale,  con seminari e programmi di formazione politica) sta accarezzando la possibilità di tenere aperto il dialogo e il confronto tra queste tre diverse – ma anche complementari – visioni della politica dei contenuti di quella che senza far torti a nessuno potrebbe ancora chiamarsi “sinistra”, la parte che segue questo breve scritto punterà, in forma di esercitazione, ad indicare solo e soltanto alcuni argomenti immaginati come un terreno da coltivare. Non indipendentemente dalla soluzione di governo che comunque diventerà oggettivamente termine di ogni confronto; ma simulando la necessità che la sperimentazione libera di una nuova elaborazione debba procedere ora, nella sua pista al tempo stesso connessa e parallela.

Gli spunti qui esposti, colti attorno alle discussioni su continuità e discontinuità, cercano di rappresentare dunque più chi pensa alla politica come esercizio civile e culturale permanente “di base” rispetto agli esponenti di quei maggiori partiti che si sentono ora, magari stremati dalla campagna, ma anche paghi di aspettar di vedere se i loro campioni mandati sul ring saranno vincitori o vinti.

Argomenti sulla continuità e la discontinuità

Dopo il 4 marzo – quindi proviamo a dire “nel cantiere di un auspicio di terza Repubblica”, che comprende anche le consultazioni in corso – ci sono cose che caratterizzano l’ambigua discontinuità a cui, per esempio, si è riferito Giuseppe De Rita sul Corriere della Sera[4].

Ecco qualche riferimento facendo leva anche su elementi del dibattito recente.

  1. La prima cosa riguarda l’esigenza di individuare un teatro e di immaginare che esso abbia la forza di animarsi. Lo spunto è che la prevalenza del proporzionale nel sistema elettorale ha costruito un Parlamento non del tutto prefigurato politicamente. Cioè non distribuibile secondo uno schema prefissato in sinistra, centro e destra in cui non solo far sedere gli eletti ma in cui anche dar corpo “per naturali contiguità” alle possibili maggioranze di governo. Ciò significa – e questo è un elemento di discontinuità – che vi è un potenziale maggior peso del Parlamento nel fabbricare politica, rispetto al peso che quell’istituzione aveva progressivamente perso nel tempo a vantaggio dei partiti. Per “costruire politica” serve mettere sul tavolo non quattro generici titoli (come ha fatto “d’ufficio” il vertice del PD), ma quattro realistiche soluzioni (che si sono sentite magari per bocca di un PD più “studioso”, ovvero “sperimentale”, da Carlo Calenda a Sandro Gozi in area liberal e financo al più solitario Fabrizio Barca che viene da un vero laboratorio sulle “disuguaglianze”[5]), cercando di vedere se esse formano aggregazioni, anche imprevedibili. E cercando di far saltare l’idea di una “opposizione infantile”, quella che si sbandiera emotivamente dopo aver preso i gol dagli avversari. Poi se quelle aggregazioni non avranno i numeri della fiducia si può anche andare all’opposizione, ma con la forza di un progetto che ha già alleanze nella società per rimontare. “Fabbricare politica” è anche stile e qualità di formazione dei gruppi dirigenti. Come Ernesto Galli della Loggia ha scritto nei giorni scorsi: “Ai leader di un partito di sinistra una base personale adeguata di conoscenza serve a capire, a cercare di capire, come si fa (a mettere insieme libertà e sviluppo, protezione e uguaglianza, nda). E dovrebbe servire anche a parlare, facendo discorsi veri piuttosto che infilando una sequela di battute più o meno felici[6]. Sul tema della nuova potenzialità politica rappresentata dal Parlamento, interviene Michele Ainis per fare una robusta quanto discontinua quadra attorno alla “praticabilità”: “Occorre rovesciare il punto di partenza. Procediamo dai programmi, non dai programmatori. E partiamo dal Parlamento, non dall’esecutivo[7].
  2. La seconda cosa riguarda la necessità di far partire al più presto la corsa delle elezioni europee. Possiamo immaginare che, finendo di annaspare nelle paludi delle soluzioni difficili o negate (dai numeri, dal buon senso, dal mancanza di coraggio, dall’impreparazione, eccetera), si tornerà a vedere il cielo stellato, quello blu con le dodici stelle dell’Europa in cui si definisce la parte sostanziale del rating del nostro Paese. Un’Europa che rischia lo smarrimento delle continuità, ma che vota nel 2019, in cui siamo paese fondatore, terza potenza, area geo-politicamente strategica e che aspetta di capire se, dopo le elezioni, stanno arrivando dall’Italia gruppi dirigenti e rappresentanti politici con idee nuove e ricette valide per dirigere il cantiere della “quarta fase” dell’Europa (gli anni della pace, gli anni del progetto, gli anni della paura e ora gli anni da ridefinire e rinominare). Oppure se stanno arrivando impreparati chiacchieroni, semplificatori e reattivi populisti, umorali prigionieri del loro marketing demagogico, che l’asse franco-tedesca (che, alle prese con la questione siriana, pare tuttavia vacillare) ha tutto l’interesse a spingere ad ingrossare il Club di Visegràd lasciando finalmente gli italiani contendere la leadership a polacchi e ungheresi e preparando la botta finale sulla definitiva spartizione di ciò che resta dell’Italia migliore (leggere e rileggere Giulio Sapelli [8]).
  3. La terza cosa è avere il coraggio di scegliere il copione per affrontare il tema globale e crescente del nostro ruolo nei processi migratori. La continuità qui sarebbe quella di continuare a mascherare la politica dicendo che è di sinistra fare cose di destra. Mentre la discontinuità sarebbe quella di togliere la maschera, porsi il problema del governo europeo e globale di disporre di soluzioni di gestione dei processi migratori, con ascolto serio della demografia e delle nuove dinamiche produttive che liberano strutturalmente più ampie fasce occupazionali nei paesi sviluppati e quindi – verrebbe da contrapporre – dicendo che è di destra far cose di sinistra. O per meglio dire che le migrazioni sono una dominante ineludibile che per alcuni serve a compiere speculazione politica sulle paure; ma per altri versi servirebbe di più a trasformare i rischi in opportunità.
  4. Il quarto argomento è rimettere in asse la nostra idea della democrazia legandola alla compatibilità delle radici (l’identità), alla compatibilità rispetto al disagio e alla sofferenza (la dignità nel presente), alla compatibilità con la qualità della vita (il tema dei diritti civili e sociali proiettato al futuro). Prendo spunto dalla bella recensione con cui Roberto Esposito ha trattato di recente il libro postumo di Stefano Rodotà[9] che parte dall’analisi dello stesso Rodotà di una frase di Primo Levi: “Per vivere occorre una identità, ossia una dignità. Senza dignità, l’identità è povera, diventa ambigua, può essere manipolata[10]. Questo argomento è oggi al tempo stesso continuo e discontinuo nella politica della sinistra, ovvero delle sinistre. Ma si colloca contro l’autoreferenzialità e quindi prevale il carattere di discontinuità che è base di rigenerazione. In questo contesto il problema della autorevolezza culturale della rappresentanza politica resta per la “nuova Italia” un vulnus che, dalla nostra minoritaria posizione, non dobbiamo smettere di denunciare, tallonare, spingere a modificarsi. Emmanuel Macron può piacere, non piacere, piacere meno di prima. Ma il suo discorso al College des Bernardins a Parigi, per rendere omaggio al sacrificio del colonnello Arnaud Beltrame[11], ancorché un ghostwriter lo si possa sempre trovare, non sarebbe né pronunciabile né ascoltabile dalla bocca di chi ha creduto che la politica sia più una scorciatoia che una severa scuola di formazione.

 

Quindi altrettante ipotesi di iniziativa

Nel riduttivismo di questo trattamento (le riviste sono fatte di articoli sempre e solo allusivi) proviamo ora a far discendere dagli ambiti accennati lapidari cenni agli indirizzi operativi.

Pensando che anche le maggioranze e i governi dovrebbero nascere attorno al consenso o al dissenso per tematiche di questa portata, insieme ad altre che compongono il menu oggettivo della contemporaneità, potremmo ritrovare forse un filo conduttore tra i laboratori e i teatri della politica. Politica che, se rinuncia tanto ai primi (decretando l’irrilevanza dei contenuti) quanto ai secondi (facendo prevalere la virtualità), ci cancellerebbe da una tradizione che da centinaia di anni ha cercato di connettere saperi e pratiche.

  • Far politica partendo dalle nuove opportunità di un sistema parlamentare aperto, provando a introdurre incursioni nei gruppi parlamentari (o nei gruppi consiliari delle autonomie regionali e locali) attorno alla convenienza funzionale (e quindi di riorganizzazione del consenso) di soluzioni che sostituiscano rapidamente l’ipotesi oggi in voga di consolidare consenso con gli anatemi[12]. Un modello di lavoro è stato adottato, in materia europea, dal Movimento Europeo, con il suo impegnativo decalogo per la nuova relazione Italia-Europa, firmato da 150 docenti e da altrettanti candidati alle recenti elezioni, molti dei quali eletti e quindi impegnati trasversalmente su quella trama[13].
  • Scegliere la rotta europea che ci metta rapidamente nella cabina di regia del cantiere della Europa responsabile, quella che lavora per riportare a casa entro dieci anni la reintegrazione del rapporto con gli inglesi e che vuole essere alternativa (per cultura democratica e per strategie sulla sicurezza) rispetto all’opa che Putin sta lanciando sull’Europa stessa.
  • Stare nella trattativa globale con i paesi che producono più migrazioni (Africa, Asia, America latina), oggi con economie fondate largamente sulle rimesse degli emigranti (come per quasi un secolo fu per la stessa Italia) e con i paesi che producono risposte e nuovi assetti all’ibridazione del terzo millennio, avendo un piano nazionale e territoriale sulla sostenibilità vera delle migrazioni che, come i tedeschi stanno tentando da tempo, costituisca anche un fattore non passivo per operare scelte e orientamenti.
  • Non regalare il tema dell’identità ai leghisti, non regalare il tema della dignità alla fiction, non regalare il tema dei diritti ai giuristi. La Lega ha operato una stupefacente e brillante incursione (cioè ponendo anche temi veri) nell’autolesionismo della sinistra che ha preferito il taglio della memoria rispetto al rischio di auto-criticare il proprio percorso ideologico. La fiction ha avuto più forza di racconto della valorialità delle persone comuni di quello che la maggior parte dei partiti “progressisti” è riuscita a dire nel corso della decennale crisi che ha proletarizzato il ceto medio. La società è “civile” non quando contempla i suoi successi, ma quando vuole che la politica riconosca e normi bisogni che non sono ancora diventati diritti. In ciò i giuristi sono preziosi, ma non necessariamente la forza motrice.

Molti altri gli spunti possibili, nel cercare di evitare il paradosso involutivo dei partiti maggiori che perdono la bussola in nome del loro inevitabile cerchiobottismo. Spunti che potrebbero essere stimolati e accolti ove le tre citate anime del nostro stesso sforzo di rappresentazione avvertissero l’interesse per approfondire e soprattutto ampliare lo spettro qui appena accennato.

 

[1] Scrive Mauro Magatti in Nuovi partiti, vecchi temi. Ora si deve passare ai fatti (Corriere della Sera, 30 marzo 2018): “Chi ha registrato prima e più distintamente tale cambiamento è l’uomo della strada, che vive con meno protezioni di quante ne abbiano le èlite. Da qui nascono le nuove domande a cui le vecchie ricette non sanno dare risposte. Lo spostamento del voto dice di una opinione pubblica alla ricerca di soluzioni che non trova”.
[2] Interessante l’intervista di Mattia Ferraresi a Patrick Deneen, a proposito del suo Why Liberalism Failed (Yale Univertsity Press, 2018), I fallimenti del liberalismo, Il Foglio 2 aprile 2018.
[3] Si vedano i risultati del Forum sulle disuguaglianze, promosso dalla Fondazione Lisli e Lelio Basso  (https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/) e si veda il lavoro di recente dato alle stampe da Emanuele Ranci Ortigosa, Contro la povertà, prefazione di Tito Boeri, Francesco Brioschi editore, 2018, che confronta i modelli di sostegno al reddito che si sono scontrati nel corso della campagna elettorale).
[4] Giuseppe De Rita, Gli elementi di continuità nel vento di cambiamento, Corriere della Sera, 6 aprile 2018.
[5] Risponde Fabrizio Barca ad Alessandro Gilioli alla domanda “Ma esiste ancora qualcosa che il Pd e i partiti alla sua sinistra debbono fare? Oppure è semplicemente finita per tutti?” (Rivoluzione o estinzione, L’Espresso, n.15, 8 aprile 2018): “Credo che la questione oggi non sia quella che ha animato il dibattito in queste settimane (governo o opposizione), ma stia piuttosto nelle battaglie parlamentari. Il ruolo del Parlamento (se lo è augurato anche Fico nel suo discorso di insediamento) può e deve tornare centrale, come lo è stato nel dopoguerra”.
[6] Ernesto Dalli della Loggia, Ora Renzi esca dalla tenda, Corriere della Sera, 2 aprile 2018.
[7] Michele Ainis, Per un governo dei prestanome, la Repubblica,7 aprile 2018.
[8] Di Giulio Sapelli: da Capitalismi. Crisi globale ed economia italiana, 1929-2009, con Ludovico Festa Milano, Boroli, 2009 a L’inverno di Monti. Il bisogno della politica, Milano, Guerini, 2012; da Chi comanda in Italia, Milano, Guerini, 2013 a Il potere in Italia, Firenze, goWare, 2014. Ma soprattutto per segnalare l’ultimo saggio Oltre il capitalismo – Macchine, lavoro, proprietà (Guerini, aprile 2018) sulle dimensioni civili che possono contrastare “le tare storiche del capitalismo”.
[9] Stefano Rodotà, Vivere la democrazia, Laterza, 2018.
[10] Roberto Esposito, L’ultima lezione di Stefano Rodotà, la Repubblica, 31 marzo 2018.
[11] Il testo integrale su Il Foglio, 14-15 aprile 2018 (con il titolo La sfida al laicismo).
[12] L’urgenza del cambio di paradigma – nell’interesse di sistema – è chiaro ai migliori analisti. Ha scritto, per esempio, Paolo Pombeni, commentando il risultato elettorale su Mondoperaio n.3/2018 (Il demiurgo che non c’è): “I vincitori dello scontro elettorale dovranno ora misurarsi con la necessità di integrarsi in un sistema di poteri rispetto ai quali le loro possibilità di operare interventi demiurgici è pressoché inesistente”.
[13]http://www.movimentoeuropeo.it/images/documenti/Patto_per_la_democrazia_partecipativa_e_di_prossimit%C3%A0_nellUnione_europea_-_Decalogo_per_unEuropa_unita_solidale_e_democratica_strumento_di_pace_in_un_mondo_globalizzato.pdf

 

2 thoughts on “Nel diario della crisi di governo. La democrazia pensante dovrebbe immaginare come fabbricare politica”

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