Podcast n. 71 – Il Mondo Nuovo – 3.12.2023 – Il futuro della comunicazione pubblica in Europa (e quindi anche in Italia)

Stefano Rolando 

 Versione audio : https://www.ilmondonuovo.club/il-futuro-della-comunicazione-pubblica-in-europa/

Oggi la mia lettera è da Venezia.

Come un anno fa – quando proprio qui si parlava di comunicazione e guerra in Ucraina – si tratta della conferenza europea sulla comunicazione istituzionale. Hanno partecipato coloro che sono responsabili di questo compito nei governi dell’Unione Europea (rimasti in 28 perché gli inglesi non sono usciti da questo sodalizio non formale che si chiama “Club di Venezia”) a cui si aggiungono i responsabili di tutte le istituzioni che costituiscono l’architettura della UE (compresa la Banca europea sita a Francoforte) allargata ad altri organismi, come l’OCSE. E  poi una ventina di esperti e studiosi che vengono da diverse università e centri studi.

Perché ve ne parlo qui, dove tratto temi generali, che interessano per lo più i cittadini (politica, cultura, società, media)  e non temi diciamo così professionali?

Perché questa sessione plenaria è dedicata al “futuro” di questa funzione, la cui materia disciplinare insegno da molti anni. E il futuro della comunicazione di una istituzione, di una impresa, di una idea o di una tematica di rilievo, significa una parte importante di quel che sarà e rappresenterà per tutti noi quell’istituzione, quell’impresa o quella idea buona o cattiva che sia.

Qui alla parola comunicazione è attaccata la parola Europa. Che – ormai lo sanno tutti – se sta unita come dice il suo nome, se condivide le strategie, se si presenta al mondo come un soggetto coerente con i trattati che l’hanno creata e fatta evolvere, ebbene ha bisogno di una comunicazione forte, sia verso l’esterno sia verso l’interno. Per spiegarsi in un quadro che per tutti resta quello democratico. E per negoziare le proprie posizioni, i propri valori e i propri interessi con un mondo in cui la democrazia è a chiazze e i conflitti sono crescenti.

Ma se si mantengono le antinomie, gli antagonismi, le strategie fortemente differenziate – cioè la storia europea dalla crisi finanziaria del 2008 a oggi, poi divenuta lotta tra globalizzazione e nazionalismi (in cui l’Europa è strattonata dalle due polarità e fatica a rappresentare il suo naturale baricentro), ebbene la comunicazione si riduce, si banalizza, viene utilizzata per dire che giorno è e che ora è, non per spiegare il raccordo tra radici e futuro, cioè per raccontare strategie che più complesse sono più chiare devono risultare.

Ecco oggi in Europa si parla di comunicazione affievolita, che fronteggia le crisi, ma non può violare troppo alto (cioè, sui valori condivisi) perché lì un  fronte o l’altro strepita, si dissocia, rompe l’unità.

Ho introdotto questa discussione con un’ottantina di partecipanti.

E provo a rendere semplice e discorsivo qui quanto detto.

Aggiungendo magari il parere di qualcuno tra gli intervenuti, cercando di far sentire l’opinione anche delle nuove generazioni.

Quando 37 anni fa, qui a Venezia, si aprì questo cantiere di dialogo, confronto, forse persino di sinergia, tra i capi della comunicazione istituzionale dei paesi membri dell’Unione europea (allora in passaggio da 9 a 12) e delle tre principali istituzioni  europee (Commissione, Parlamento, Consiglio) – un tavolo smilzo rispetto a oggi – venti, venticinque partecipanti contro i più di  cento di oggi – c’erano pensieri simili e contesti dissimili  rispetto a oggi.

Erano simili tre aspetti:

  • la tensione professionale a far bene questo difficile mestiere;
  • l’orientamento ad essere al servizio delle istituzioni e al tempo stesso al servizio dei cittadini;
  • l’idea che tra Stato e Mercato non si deve creare né dipendenza gerarchica né conflitto ideologico.

Aggiungo un punto che non solo ha conservato il “senso” ma oggi è diventato una profonda necessità   a fronte di un ampliamento grave dell’ analfabetismo funzionale anche nelle nostre società occidentali.

 E che riguarda – nel rispetto della libertà di informazione conquistata è sempre un po’ minacciata – la valutazione dei limiti strutturali del sistema dei media rispetto alla spiegazione della complessità dei processi che sono il correlato da comprendere quando si devono anche spiegare le norme e le regole. 

Erano dissimili almeno tre altri aspetti contestuali:

  • la politica (intesa come mediazione e visione del futuro) è oggi più debole, conta troppo sulla esigenza della propria visibilità, occupa spazi eccessivi rispetto al rapporto indipendente che sarebbe necessario nell’equilibrio tra sistema istituzionale e sociale; un limite del presente;
  • la dinamica comunicativa delle imprese era fortemente orientata ai consumi  e quella istituzionale alle regole e ai servizi, con una separazione sostanziale; mentre oggi le situazioni di crisi (socio-sanitarie, migratorie, ambientali, occupazionali) portano a necessarie convergenze; una opportunità, questa. Che si profila;
  • in più la tecnologia delle comunicazione – è persino superfluo dirlo – si muoveva nell’architettura del ’900 pre-digitale; oggi la tecnologia non è più un mezzo ma è un ambiente, un linguaggio, un format relazionale; è la dicotomia dei poteri contemporanei cioè moltiplica la velocità e la capacità cognitiva ma moltiplica anche la manipolazione e la falsificazione. E qui siamo all’intreccio di opportunità e rischi.

Pensando al futuro “ pensabile” – non quello in cui è quasi tutto deciso, ma quello in cui contano variabili oggi non sciolte – provo a esprimere tre punti.

  • Il primo punto appartiene alla cornice istituzionale della comunicazione governativa dei paesi europei che si confronta oggi con il rispetto dei limiti delle competenze che appartengono al sistema comunitario. Esso ha voce per alcuni temi,  ma non ha  voce rispetto a questioni cruciali di oggi e dell’immediato futuro. La domanda è frequente. Le crisi che sono sotto i nostri occhi – crisi globali e planetarie, che pongono l’esigenza degli Stati Uniti d’Europa, perché ci sia un soggetto con la forza globale di un “global player” – saranno, nei 27 anni che ci separano al 2050, un fattore più forte dello scontro in atto con la ripresa dei nazionalismi e dei sovranismi interni ? Va detto che non sono scontri interni ad una nazione, a uno stato. Ma ad un semplice sistema  di trattati con cessioni di limitate sovranità. Quindi un po’ più a rischio di uno Stato. La mia modesta opinione è che in questo lasso di tempo la Gran Bretagna tornerà sui suoi passi. Perché la geopolitica mondiale lo richiede e perché ci sarà un’evoluzione di classe dirigente in cui conterà di più l’opinione degli attuali giovani e non lo sguardo indietro a un ‘900 tramontato. E questo riporterà un asse appunto geopolitico che oggi va trovando un equilibrio di posizione attorno alle crisi e alle guerre e che – vedremo che cosa dirà la relazione di Mario Draghi sul futuro della competitività europea che gli è stato chiesto dalla presidente von der Leyen – è sempre più obbligato a ragioni di bilancio comune, di gestione comune del debito e di comune politica della sicurezza. In ogni caso il tema è semplice e chiaro. Ci sarà più Unione o più disunione? Le competenze ora fuori dal perimetro europeo (sanità, sicurezza, bilancio comune, forze armate e molte altre ) resteranno fuori o amplieranno il patrimonio comune?
  • Il secondo punto riguarda un chiarimento concettuale e di prassi istituzionale tra la comunicazione politica, che è la benzina della democrazia, e la comunicazione appunto istituzionale che riduce la componente faziosa ed elettorale e fa crescere le strategie di spiegazione e di servizio. Saranno distinte o ancora più intrecciate? Si dirà che ridurre l’eccesso di invasione – materia di molti paesi, tra cui l’Italia, e vizio sempre più segnalato da studiosi e professionisti seri – deve essere decretato dalla rappresentanza politica in seno alle nostre istituzioni. E questo è un classico cane che si morde la coda. La domanda è se c’è spazio per discutere di questo tema per mostrare i rischi di questa invasione e sovrapposizione e i pregi e le opportunità di interesse generale attorno ad un modello di regolata separazione, facendo leva per esempio sul rinnovamento profondo dei modelli formativi della materia. Oggi limitati ad aggiornare le tecniche ma molto poco con le visioni connesse alla qualità della democrazia, al vantaggio competitivo di  istituzioni più raccordate con la società e alla ripresa di dialogo di componenti del sistema comunicativo. Cose oggi troppo separate e su cui si esercita modesta critica competente.
  • Quest’ultimo aspetto riguarda appunto il terzo punto. Lo esprimo con parole semplici e spero chiare. Liberare la comunicazione istituzionale da un eccesso di imposizione politica, non vuol dire retrocedere la cultura istituzionale al vecchio paradigma giuridico-amministrativo, da cui ci è voluto mezzo secolo per fare brecce necessarie. Quelle che hanno fatto passare un po’ di cultura economico-gestionale in certi anni e un po’ di cultura sociologica e filosofica in altri anni per salvare – cioè, per dare anima – a istituzioni socialmente avulse. Voglio dire che la visibilità della politica è una cosa necessaria ma deve essere parte dei costi della politica, non caricata in modo vessatorio sulle risorse che servono per far funzionare il sistema paese e per dialogare con i soggetti sociali. Quindi il terzo punto in esame riguarda lo spazio che deve intervenire per far crescere modelli sussidiari. Rispetto al ruolo comunicativo delle imprese. E rispetto al ruolo comunicativo del privato sociale e dell’associazionismo di scopo. Non c’è crisi del nostro tempo (migrazioni, ambiente e sostenibilità, transizione digitale, trasformazione del mercato del lavoro, diritti umani e civili, eccetera) che riesce a veder ridotto il peso dell’analfabetismo funzionale senza che si mettano in campo forme strategiche di cooperazione tra istituzioni, imprese e rappresentanze sociali. Il modello sussidiario che si può immaginare dispone di  alcuni studiosi ed esperti che già ci lavorano e  quindi è parte da cantieri già avviati che richiedono robusta implementazione.

Questi tre punti sono stati, nella relazione che ho tenuto, il ponticello per provare a far immaginare la strada da prendere per dare futuro a questa materia. Partendo dalla considerazione che lo status quo non è soddisfacente, né in Italia né in Europa, ma anche dicendo chiaramente che in molti ambiti dell’ Europa – o per vecchia tradizione democratica o per forte ringiovanimento dei funzionari e degli esperti – ci sono importanti cantieri di rinnovamento. In Italia rischiamo di esserci più convegni che cantieri del cambiamento.

In conclusione, queste le mie brevi riflessioni.

Due sono allora i paradigmi perseguibili:

  • comprendere la natura transitoria dei processi di cui stiamo parlando in ordine a cui o restiamo in un contesto in cui la libertà di pensiero, parola ricerca è garantita dalle scelte costituzionali oppure al contrario le professioni della comunicazione pubblica ritornano sotto l’egida delle spinte che, nella storia e in larga parte del mondo, rendono queste professioni asservite alla propaganda;
  • comprendere che la cultura dell’ascolto sociale è oggi una componente di base di queste professioni non per spiare il popolo ma per concepire la comunicazione sempre in un eterno servizio tra mutazione della domanda e l’aggiornamento del sistema dei diritti individuali e collettivi; è una cultura che può significare servizio oppure significa solo marketing commerciale ed elettorale per lo sfruttamento ingiustificato dei dati che la potenza dell’evoluzione digitale mette a disposizione.

Questi due paradigmi sono contenuti e metodo di quella funzione di “spiegazione” (scientifica, civile, economica, giuridica) a cui –  come ho detto all’inizio – deve tendere la comunicazione pubblica se non vuol perdere il diritto a usare questo aggettivo.

Svolgo ancora un po’ di impegno formativo per comunicatori pubblici in attività. E dico loro sempre che hanno il diritto di schierarsi in materia di  etica professionale.

Questi due paradigmi sono infatti leve di militarizzazione degli apparati oppure leve  di integrazione sociale. Si tratta di mettere la coscienza professionale nelle tendenze del futuro oppure finire per retrocedere verso modelli che il ‘900 ha già sperimentato – in alcuni paesi in modo accentuato – come filiere di obbedienza gerarchica (ed eravamo in epoca di macchine da scrivere meccaniche, non di scoperta dell’Intelligenza artificiale).

Ai giovani che entrano nelle carriere – finché ciò sarà possibile – deve essere conservato il diritto di riflettere criticamente su questi concetti soprattutto quando le loro motivazioni vengono largamente da quelle applicazioni – educazione, salute, sicurezza, sostenibilità ambientale, tutela dei diritti, lavoro  – in cui la funzione pubblica grazie alle tecniche e alle scienze si rende utile, spesso necessaria, in alcune cos’è indispensabile.

C’è ancora un tema che conta è conterà sempre di più a monte di qualunque applicazione di comunicazione pubblica e istituzionale.

Parlo del rapporto identitario e di appartenenza che c’è tra la fonte della comunicazione e i destinatari.

In poche parole, si tratta del rapporto tra Nazioni ed Europa.

Ma più antropologicamente si dovrebbe dire tra patria e patrie.

Si dice (con demoscopia alla mano) che gli europei finora credono all’ Europa – intesa come “patria comune” – solo in terza battuta e se glielo si ricorda. Mai o quasi mai come identità primaria.

I territori locali (diffusamente anche tra i giovani, per cui l’identità locale arriva nelle città fino ai quartieri) e quelli nazionali, in seconda battuta, vengono prima.

Sia ben chiaro, capisco e non critico questa dinamica.

Credo però che ci siano ormai molti elementi razionali e culturali per parlare dell’importanza delle identità come  compresenze.

Questa analisi i comunicatori istituzionali possono farla anche in assenza del fattore cogente.

Gli “Stati Uniti d’ Europa” infatti non ci sono ancora.

Ma in questi anni l’evoluzione culturale e dei consumi ha fatto acquisire elementi imprescindibili.

  • Chopin è polacco o “nostro” ?
  • Kafka è ceco o “nostro”?
  • Picasso è spagnolo o “nostro” ?
  • I Beatles sono inglesi o “nostri”?

Metà degli europei guidano auto prodotte in altri paesi europei.

Sempre più le città europee hanno conoscenza e fruizione non turistica da parte di altri europei.

Gastronomia e abbigliamento si sono uniformati.

Potrei allungare molto la lista.

Credo che questo sia il cantiere culturale e creativo più interessante per alzare la soglia della comunicazione pubblica reale, indipendentemente dalle tendenze politiche dei governi attualmente al potere.

Per questo concludo con un “aneddoto tratto dal futuro prossimo”.

Nel 2025, tre città europee svolgeranno il compito assegnato dall’Europa di essere “capitali europee della cultura”. Nel loro dossier di candidatura c’è scritto quello che c’è sempre in questo genere di dossier. Hanno qualità ambientali, strutture culturali, contesto sociale e civile da spronare culturalmente con una grande responsabilità. Ma non è questa la ragione per cui l’Europa ha assegnato a loro tre il titolo.

Sono Nova Goriza, città slovena, insieme a Gorizia, città italiana. E insieme a Chemnitz città tedesca vicina a Dresda.

Esse sommano distruzioni, morti, conflitti e profondi disagi del ‘900 causati dai confini e dalle guerre. E non a caso il titolo del progetto 2025 è “Borderless”.

Ho preso parte ad un loro dibattito progettuale e credo che un’Europa che ha cancellato questi confini, creato pace, cooperazione, dialogo e integrazione ha ragione di chiedere di rappresentare culturalmente e artisticamente questa trasformazione.

E adesso unisco alla mia voce quella di un collega più giovane, affermato e considerato tra i migliori interpreti del rinnovamento disciplinare. Si tratta di Alessandro Lovari, che è professore associato , di ruolo all’ università. di Cagliari e che ha partecipato ai lavori della conferenza europea di Venezia, a cui ho chiesto di fare in tre minuti la sintesi di quei lavori per trasmettervi il senso di queste discussione e il senso di marcia di chi oggi ha a cuore il cambiamento dell’agenda professionale e formativa di questo ambito disciplinare.

Un’immagine della prima sessione della conferenza, Da destra Alessandro Lovari (Università di Cagliari), Erik den Hoet (direttore comunicazione Ministero Economia Olanda), Fiorenza Barazzoni (dg COM Dipartimento Politiche europee PCM Italia), Simona De Martino (consigliera, Ministero Affari Esteri, Italia).

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