Le forme di violazione della dignità umana

Antonio Rosmini (Rovereto, 24 marzo 1797 – Stresa, 1º luglio 1855) – Filosofo, teologo e presbitero italiano.

Editoriale di Giovanni Cominelli·

Santalessandro.org – 16 Aprile 2024

Dignitas infinita circa la dignità umana” è il titolo della Dichiarazione, emanata dalla “Sezione Dottrinale del Dicastero per la Dottrina della Fede”, diretto dal Card. Víctor Manuel Fernández il 2 aprile, 19° anniversario della morte di san Giovanni Paolo I, scritta per celebrare il 75° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 10 dicembre 1948.

 La dignità umana è primariamente “ontologica”, perché la sua fonte è semplicemente l’appartenenza alla specie umana, “morale”,  perché fondata sulla libertà,  “sociale”, perché immersa nelle relazioni, “esistenziale”, perché dipende dalla possibilità individuali di “vivere con pace, con gioia e con speranza”.

L’antropocentrismo situato

Dal punto di vista storico, è descritta come effetto di un processo di crescente elaborazione teologico-filosofica, a partire  dai testi biblici dell’Esodo, del Deuteronomio, dei Profeti, dei Salmi fino a Gesù, a Paolo, ai Padri della Chiesa, a Severino Boezio, a Bonaventura, a Tommaso d’Aquino: “Persona est rationalis naturae individua substantia”.

La Dichiarazione vi aggiunge anche Cartesio e Kant e i personalisti moderni, che insistono fortemente sul carattere relazionale e intersoggettivo della persona. Memore della moderna antropologia filosofica, cara a Giovanni Paolo II,  si precisa che “rationalis” comprende tutte le capacità di un essere umano: sia quella di conoscere e di comprendere sia quella di volere, di amare, di scegliere, di desiderare sia  “le capacità corporee” collegate a quelle razionali. 

La Dichiarazione elenca puntigliosamente tutte le forme di violazione della dignità umana.

L’omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia e il suicidio volontario, le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, le costrizioni psicologiche, le condizioni di vita subumana, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, le ignominiose condizioni di lavoro, la pena di morte, la maternità surrogata, la poligamia, il cyberbullismo…

L’aborto e la teoria del gender

Ciò che è qui in questione culturalmente e politicamente è il corpo sessuato, della cui centralità antropologica la Dichiarazione prende atto, quando include nello spazio della razionalità umana anche le sue “capacità corporee”. Il che è come dire che l’Io umano è il Corpo vivente, che i Tedeschi chiamano “Leib”, distinguendolo dal “Körper” fisico.

La Dichiarazione cade in un contesto politico internazionale molto “sensibile”, a proposito delle questioni da essa proposte, in particolare di quelle del gender e dell’aborto.

Quanto all’aborto, esso è oggetto dello scontro elettorale americano, della decisione del Parlamento francese di inserirlo in Costituzione come diritto e della recente Risoluzione del Parlamento europeo che chiede di inserirlo nell’art. 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

L’aborto è una possibilità, che consegue alla differenza del “Leib femminile” rispetto a quello maschile: l’Io vivente femmina ha una “capacità di gravidanza” che è costitutiva della sua identità. Questa capacità, messa in atto, ha storicamente comportato anche la pratica dell’interruzione della gravidanza, cioè del porre fine al processo di formazione di un altro essere umano nel proprio grembo, del rifiuto di accogliere e di coltivare una nuova vita “per consegnarla al resto dell’umanità”.

Domanda: abortire è un diritto umano fondamentale, “un diritto sussistente”, per citare A. Rosmini?

No. Il diritto umano fondamentale femminile è quello all’autodeterminazione, alla salute e all’integrità del proprio “Leib”, del proprio Sé. Come segnalava già nel lontano 1973 un documento del Collettivo femminista di Via Cherubini: “Per gli uomini l’aborto è questione di legge, di scienza, di morale, per noi donne è questione di violenza e sofferenza. Mentre chiediamo l’abrogazione di tutte le leggi punitive dell’aborto e la realizzazione di strutture dove sostenerlo in condizioni ottimali, ci rifiutiamo di considerare questo problema separatamente da tutti gli altri nostri problemi, dalla sessualità, maternità, socializzazione dei bambini”.  L’aborto, si sottolinea in un altro Documento femminista del 1975, è “una risposta violenta e mortifera”.

L’aborto è, dunque, un trauma fisico e psicologico, cui una donna può decidere di ricorrere in determinate condizioni personali, a salvaguardia di ciò che lei ritenga l’essenziale per sé. La donna ha la libertà di incorrere in questo trauma? Sì. Nessun’altra autorità, salvo la sua coscienza, può negarle questa libertà. Lo Stato può/deve mettere in atto ogni politica socio-economica e medico-preventiva, perché la donna non sia spinta fino a tale punto drammatico. Ma se ci arriva, lo Stato può/deve accompagnarla. È la Legge 194 del 22 maggio 1978, che il referendum del 17 maggio 1981 ha confermato.

Quanto al “gender”, il suo primato rispetto al “sex”  è già diventato una teoria di moda dell’intero Occidente.  La Dichiarazione la contesta, perché “prospetta una società senza differenze di sesso e svuota la base antropologica della famiglia”.

Due punti critici della Dichiarazione

La teo-antropologia della Dichiarazione radica, come da Tradizione, l’ontologia della persona esclusivamente nella sua “natura” biologica e di lì fa derivare il diritto naturale e pertanto le norme della società e dello Stato.

La Natura detta la legge, perché creata da Dio. Solo che, quando pensa il Corpo femminile, anche la Chiesa pare essere succube di una teoria/cultura del “gender”: quella che è stata elaborata e sovrapposta al “sex” femminile dalla tradizione biblico-semitica, che ha pensato il Corpo femminile, biologicamente diverso da quello maschile, attraverso quello del maschio.

Il mito della costola sintetizza questo approccio.

La difficoltà della teo-antropologia cristiana di esfiltrarsi dalla millenaria cultura semitica sta mettendo a rischio la capacità della Chiesa di inserire nella propria struttura ecclesiale l’altra metà dell’umanità, che, invece, sta conquistando le società umane, la politica, i governi. 

Se la pienezza di parità uomo-donna sarà raggiunta, lo prevedono tutti gli scenaristi, in questo secolo XXI, se la differenza sessuale è la cosa che questo secolo deve pensare – lo scriveva Heidegger nel ‘900 – occorre prendere atto che la Chiesa è in grave ritardo nel pensarla.

L’altra conseguenza del fissismo biologico naturistico – del primato normativo della Physis –  è la difficoltà a dare una risposta alla seguente domanda: primato della Mente o del Corpo-Natura nella storia delle società umane?

A partire dal “De hominis dignitate” di Pico della Mirandola, al “Cogito” di Cartesio, alla “Noosfera” di Teilhard  de Chardin fino ai recenti sviluppi transumanismo e del postumanismo, ciò che viene affermato è il primato della Mente oggi umana, domani post-umana o transumana o cibernetica, quale fondamento della convivenza socio-politica e il ”Corpo” come uno stadio passeggero dell’evoluzione.

Formulato in altro modo: quali sono i fondamenti della Morale?

Per una teologia dell’Incarnazione e della Resurrezione la strada in salita comincia da adesso per fare i conti con il Corpo femminile e con le frontiere mobili e porose tra il Corpo e la Mente. Le conseguenze per la struttura della Chiesa potrebbero essere rivoluzionarie.

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