Prodcast n. 96 – Il Mondo Nuovo – 26.5.2024 Analfabetismo e disinformazione. Una partita (forse) europea – Lettera da Strasburgo

Stefano Rolando

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Dedico il podcast di questa settimana a due parole che mi hanno impegnato a lungo nel corso degli anni e intensamente in questi giorni di fine settimana grazie a una conferenza europea a Strasburgo, città sulle rive del Reno ai confini di Francia e Germania, scelta ad hoc per questo evento  come una delle due sedi del Parlamento europeo e anche come sede del Consiglio d’Europa che si occupa di diritti umani;  e scelta metaforicamente anche con riferimento all’imminenza del voto per il nuovo Parlamento europeo. Con il coinvolgimento del Comune stesso di Strasburgo – in segno dell’importanza sul tema anche delle istituzioni di prossimità – tanto che la conferenza si è svolta proprio nel modernissimo Emiciclo Metropolitano.

Ad organizzare la conferenza l’associazione dei comunicatori di territorio francesi (che si chiama Cap Com) e il sodalizio dei comunicatori istituzionali europei (che ci chiama, dalla sua fondazione, Club di Venezia e che ha il suo segretariato generale presso il Consiglio europeo a Bruxelles).

La conferenza è finita ieri. A me è stato chiesto di fare l’introduzione generale (perché è un po’ che scrivo e sbraito sostenendo che attorno a queste due parole devono riorganizzarsi gli obiettivi strategici di questa materia in tutta Europa) e ora – a lavori finiti – vorrei trasmettere qualche pensiero di sintesi. Registrando la mia voce se faccio a tempo ancora nel trasporto lungo l’Alsazia prima dei confini (che sono costati dolori e sofferenze, come tanti altri confini, ai tempi dell’Europa in perenni conflitti e quindi anche ai tempi dell’Europa con molti meno diritti).


Le due parole (finalmente arrivo a dirle) sono analfabetismo (sommando insieme i dati entrambi gravi di quello funzionale e di quello di ritorno) e disinformazione (sommando insieme quella prodotta da distorsioni nella società e  nel mercato economico e mediatico ma anche da manipolazioni costruite da apparati pubblici o politici nelle trasformazioni geopolitiche planetarie che alla fine finiscono tutte per invadere il nostro finto giardino protetto).

Il sentimento che covava tra gli organizzatori e a cui ho cercato di ispirare la mia relazione è semplice da dirsi e complesso da trasformarsi in piena realtà: finché l’Europa con forte intesa tra i suoi azionisti (i paesi membri e oggi dovremmo anche dire i paesi candidati) non metterà in primo piano l’obiettivo permanente di lottare contro l’analfabetismo che si allarga e di contrastare scientificamente le fonti della disinformazione, i dati difformi tra i Paesi membri, ma con soglie che mettono paura e il caso italiano non è tra i migliori, saranno il primo fattore di freno a trasformare l’evoluzione materiale in una vera evoluzione della qualità sociale.

È chiaro che ci sono interessi economici e politici che approfittano di quella parte consistente delle popolazioni di vivere la contemporaneità senza capire, senza partecipare, senza distinguere il vero dal falso. C’è chi prova orrore di fronte a questo. E c’è chi prova a mantenere la leva della non conoscenza come leva di potere.

Dunque, le volontà non sono tutte schierate per una soluzione univoca. E la limitata capacità di azione dell’Europa,  che non è uno Stato ricordiamocelo, quindi  senza competenze importanti per affrontare il tema (quelle dell’educazione, della salute, del bilancio collettivo europeo e altre) oggi va al voto sostanzialmente schierando chi pensa importante rivedere l’attuale quadro di sovranità e di estensione delle politiche comuni – si chiamano semplicemente europeisti – e chi non solo non lo pensa importante ma preferisce limitare l’Europa alla ragioneria di distribuire fondi senza ingerenza con i contenuti di governo; coloro che con una parolona molto equivocata si chiamano sovranisti.

Guardiamo cose emerge da queste stesse discussioni elettorali.

E guardiamo all’Italia, per fare l’esempio più sottomano.

Il dato italiano riguardante l’analfabetismo nella sua nuova composizione  di cause, confermato dall’Istat negli ultimi giorni rispetto alle tendenze già emerse e confermate dall’OCSE, a cifre tonde si avvicina al terzo della popolazione con caratteri patologici.

Se un terzo della società è considerato – ripeto non con i criteri del leggere e scrivere di cento anni fa, ma con i criteri attuali di capire le soglie minime della conoscenza dei processi in atto – analfabeta, si capisce a prima vista che c’è un peso morto – civilmente e civicamente parlando – che si colloca come un oceano tra le due terre emerse. Intese come quel bipolarismo che tende a prodursi dappertutto tra chi vuole una cosa e chi il suo contrario. Il dualismo delle volontà, siano esse ricchi e poveri, nord e sud, partecipati ed emarginati, coscienti e poco responsabili, capaci o non capaci di presidiare salute e prevenzione, eccetera, eccetera.

Quell’oceano costituisce in realtà un’ondivaga massa capace di modificare consensi, voti, consumi, culture condivise, abitudini che influenzano e comunque agiscono sulla costruzione delle maggioranze di un paese. Compreso il modo di intendere oggi, diciamo in forma post-ideologica, l’idea di destra e di sinistra.  Detto altrimenti è il terzo sociale ignaro e manipolabile a influenzare le stesse forme basilari della democrazia.

Questa incursione del peggio nel meglio – quotidiana, inevitabile, aritmetica, necessaria – è il condizionamento che, al di là del voto, fa scegliere i livelli di qualità dell’informazione (per esempio quella scientifica, attestandola sui livelli minimali delle prescrizioni oppure sui livelli più alti della prevenzione e degli adattamenti coscienti).

E questo vale anche per la comprensione della storia (cioè l’analisi delle radici dei fenomeni correnti) o per la comprensione di quasi tutte le complessità del nostro tempo che non a caso chiamiamo “transizioni” dovendo allontanarci da convincimento obsoleti e approdare – ma tutti insieme – a convincimenti modificati e maturi.

Se si pensa alla transizione ambientale o a quella digitale si capisce che il dato dell’85% di popolazione che accede a devices rispetto al 25% di venti anni fa non basta a dirci un popolo in maggioranza capace di padroneggiare la trasformazione.

L’analisi socio-storica dell’Italia degli ultimi 25 anni (limitiamoci ai rapporti Censis di ogni fine anno) porta all’ ampliamento ogni anno di una quota di vaghezza nelle responsabilità cognitive che segnala decrescita culturale.

Insomma, per farla breve, l’ampliamento del bacino di un analfabetismo che si trasforma di volta in volta in target preferenziale per le incursioni – meditare, targhettizzate, inseguite, monitorate – del sistema che finanzia e sostiene la manipolazione informativa.

Posso dire, intanto, prendendo ad esempio il pur interessante andamento della  conferenza che si è appena svolta, che è più forte l’analisi e anche il presidio sui fenomeni di disinformazione (essendo più evidente il pericolo anche commerciale) rispetto al presidio sul nesso logico e causale che c’è tra queste dimensioni di disponibilità alla disinformazione e il processo sostanziale di analfabetismo strutturale.

Qualche volta sembra di leggere nei pur ottimi analisti che la disinformazione si combatte caso per caso, città per città, territorio per territorio, specie per specie; mentre l’analfabetismo è come un virus, un colera, una pandemia, che agisce misterioso e possente al di sopra e alle spalle di ogni processo gestibile nel quadro di poteri, leggi e istituzioni date.

Dunque la disinformazione produce nuove leve di contrasto, professionalmente operanti, affermate, con una maggiore domanda di prestazioni. E qui – con prevalente scuola britannica, ma oggi con modelli diffusi, si vedono casi, cantieri, specialisti – tutti tendenzialmente giovani, sia in ambiti istituzionali che privati, che affrontano cause, fonti, conseguenze.   

Ho detto a Strasburgo che, in certo senso, sono loro i nuovi “comunicatori pubblici”, nel senso che trattano la comunicazione con interesse pubblico.

L’analfabetismo invece, che è una causa primaria e preliminare, produce qualche sociologo allarmato, qualche linguista visionario (come lo era il nostro Tullio De Mauro), qualche filoso della complessità (come lo è il nostro Mauro Ceruti) a levare grida di dolore affidate al cambiamento degli altri e vivendo se stessi come naufraghi o meglio come superstiti.

Un podcast è una riflessione ad alta voce, con qualche piccolo potere di sintesi. Se diventa un trattato analitico di cause e di ipotesi di lavoro, viene abitualmente abbandonato al suo destino.

Quindi qui devo cogliere punti sostanziali di momenti di discussione in cui qualcosa appare in cambiamento, qualcosa d’altro appare ancora in una condizione di eccesso contemplativo.

Ma la contaminazione globale – anche per comparti (e l’Europa è per tante ragioni uno di questi comparti) – rende questi fenomeni senza confini e contagiosi.

Che la disformazione sia stata moltiplicata in forma inaudita dall’effetto combinato di pandemia e guerra alle porte dell’Europa è sotto gli occhi tutti.

Meno sotto gli occhi e meno discusso il tema che, per prendere un solo esempio, si coglie nell’impasse senza soluzione per ora (salvo si intende qualche impennata) attorno al tema incessante delle migrazioni. Cosa che  rende chiaro che la tenaglia creata dai fomentatori e speculatori di paure è ancora più forte di chi responsabilmente vede la necessità immediata di gestione e regolamentazione.

Dunque, il fattore di analfabetizzazione popolare costituisce un motivo di involuzione.

Su cui non si pensa di agire perché in sostanza spetta alle singole nazioni la competenza sui fattori tradizionalmente considerati di competenza al riguardo.

Ma è proprio la trasformazione di questi paradigmi a dirci che – nel quadro del cambiamento dell’economia in forma immateriale e post-industriale – oggi l’approccio alle competenze è tutt’altro rispetto  a come venivano trattate nel Novecento.

Ed è su queste transizioni che l’Europa ha la chance di renderci all’altezza del nostro tempo o lasciarci prigionieri dei nostri luoghi comuni.

Per esempio, nell’ultimo tempo della legislatura che si chiude, l’Europa ha mostrato con atti concreti alcune attenzione a questi temi, per esempio con atti regolamentativi riguardanti sia l’intelligenza artificiale (primo documento normativo al mondo) sia i processi di disinformazione e precauzione su eccessi di controllo di interessi politici o economici sui media.o

Questo lo spirito che mi è par  di avvertire in chi oggi parla con speranza europea di questi argomenti.

Se i decisori sono vincolati al commercio dei voti, al protezionismo dei consumi, alla passività delle cure, questa partita è persa in partenza.

E non va invocata la “democrazia” per giustificare che è più sano ciò che è deciso con i voti popolari di ogni nazione (in cui votano sempre meno cittadini, oggi ormai sulla soglia di essere minoranza sociale) rispetto al rischio di portare i temi globali e sovrannazionali (come sono queste transizioni) là dove, invece,  forse è possibile che si decida nell’interesse comune e soprattutto di una futura competitività comune.

Chi ha detto che questa Europa debba essere necessariamente tecnocratica?

L’importante è che non sia necessariamente ignorante e incompetente.

Il modello è: eletti dal popolo con soglie culturali accettabili per un organismo plurinazionale e con strutture operativa ad alta e diffusa competenza.

Chi ha il coraggio di chiamare una cosa così una “tecnocrazia”?

Smettiamola di ripetere stereotipi.  E impediamo agli analfabeti di condizionare non più solo se stessi, ma tutti noi.

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