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La pace olimpica. Rappresentazione molto difficile. Ma con un progetto creativo e comunicativo ci si può provare.
Stefano Rolando
Fluctuat nec mergitur – per chi non lo sapesse – è il motto di Parigi. Lo è da sempre. Chi si occupa di simboli sa che questo stimolo a resistere e a fronteggiare i guai campeggia nello stemma di Parigi, sotto un piccolo veliero appunto sbattuto dalle onde e che tuttavia non affonda. Appunto, Parigi sbattuta dalle onde non affonda.
Il motto fu proiettato sullo sfondo di un altro simbolo, questo popolare, di Parigi, cioè la Tour Eiffell e in Place de la Republique il 13 novembre del 2015, diventando così noto a tutti, per reagire ai gravi attentati di quei giorni. Ma idealmente questo motto ha accompagnato la storia della città, i suoi tumulti, i suoi trionfi, le sue occupazioni, le sue liberazioni.
Un motto che ci dice che Parigi è nel cuore dell’Europa, con questi destini drammatici e queste resistenze virtuose, come tante altre grandi città europee. Ed è una città di radici latine.
Ce ne è abbastanza, per noi italiani, per percepirla – da sempre – come una sorta di seconda patria. Certamente la mia generazione. Per la quale – per storia, musica, cinema e seduzioni intellettuali e di stile – Parigi è stata una meta obbligata. Così come per i francesi (e nei secoli quasi tutti gli europei) Roma, Napoli, Firenze, Venezia, il famoso “grand tour”, sono state e sono mete d’obbligo di una formazione che si rispetti. E farei torto a Stendhal se non ci aggiungessi anche Milano.
Dunque, vincoli forti e profondi con la capitale francese.
Non si può così far finta di niente se in quella capitale, in questo frastornato 2024, cadono le 33.me Olimpiadi dell’era moderna, reinventate da un parigino, come il barone de Coubertin. Parigi fu luogo delle celebrazioni centoventiquattro anni fa dopo l’apertura obbligata dell’era moderna, nesso con un’altra storia per noi inscindibile, cioè Atene. E poi anche cento anni fa, nel 1924, ricorrenza che ha permesso agli organizzatori di questa edizione una ricapitolazione secolare, con dentro moltissime cose.
Il mio non è un commento sportivo, passione che ancora non ho mai espresso pubblicamente. È invece un tentativo di riconoscere in questa rubrica – che tratta, sotto molti aspetti, il tema della rappresentazione – che qui c’è materia per tante considerazioni. Soprattutto quelle simboliche.
Premetto due cose.
- La prima è che le Olimpiadi sono fatte di due parti. La prima è una cerimonia di apertura in cui “parla” l’organizzatore. La seconda sono due fitte settimane di gare per dimostrare che l’umanità può superare sé stessa. Se la seconda parte è una rappresentazione dell’organizzazione della massima performazione psicofisica del mondo umano, senza distinzione di luogo ed etnia e, dal 1976 (Olimpiadi in Svezia), è anche una performazione che si estende con magnifica metafora all’umanità con disabilità, ebbene quella prima parte relativamente breve è invece soggetta al trattamento di una narrazione in cui politica e arte fanno un patto, paese per paese, a chi tocca. Si fissano obiettivi, trame, logiche sceniche e richiami simbolici tesi a parlare bene di sé lanciando al tempo stesso un abbraccio di accoglienza al mondo. In quel “parlare bene di sé” stanno le differenze immense tuttora evidenti tra paese e paese. Perché nessuna nazione è uguale ad un’altra in questo. Quando si tratta di trovare un punto di equilibrio tra l’egocentrismo nazionale e l’altruismo della fratellanza umana, infiniti fattori scendono infatti in campo. E peruno che fa il mio mestiere, posso dire, sono fattori non meno curiosi, potenti, interessanti, scabrosi, orribili e meravigliosi, di quelli che poi – un minuto dopo – diventano materia di gare individuali e collettive, di lotte all’ultimo fiato, di esiti di lunghe preparazioni.
- La seconda cosa che vorrei premettere è il diritto di tutti di commentare una “apertura” come vuole, con questo o quel paradigma, con questo o quel metro di giudizio. Le Olimpiadi sono di tutti. E se qualcuno trova che lo spettacolo sia degno lo dice, se pensa di essersi annoiato lo dice. Se pensa che ci si legga eccesso di grandeur lo dice. Se pensa che prevalga quella sottile magia che rende grande una rappresentazione, ovvero un fatto di comunicazione subliminale e toccante, lo dice. Impossibile mettere d’accordo tutti. Ed è per questo che, la mattina dopo dell’apertura di Parigi, mi sono preso un po’ di tempo per sfogliare la stampa italiana e di mezzo mondo, facendo questa considerazione: i commenti, se fatti da penne di valore e dotate di formazione culturale e un po’ filosofica, rendono il giornalismo prezioso. Se fatte per consolare i lettori che i giornalisti sono più pettegoli di loro, con quel “mi piace, non mi piace” che oggi rende molte persone gregarie dei social, risparmiando il giornalismo da elaborare giudizi un po’ più complessi e argomentati, beh allora impariamo meglio a capire che la serie A e la serie B non sono solo categorie del calcio. Nel mio lavoretto di prima mattina, ho trovato l’una cosa e l’altra. E ciò mi basta per dire che il giornalismo non è morto e che contiene ancora spunti utili. Ma bisogna cercare un po’, distinguendo.
Torniamo allora al patto sulla rappresentazione tra potere politico e interpreti culturali e artistici.
Se vado a memoria ad alcune “aperture” che mi è capitato di seguire negli anni è facile capire la differenza. Londra (2012), secondo me, fece un capolavoro teatrale, nel racconto di una storia complessa (la loro storia), con l’onestà di dire che la rivoluzione industriale non fu rose e fiori, ma anche fatica, fuliggine, durezza e disuguaglianze. Anche se lo scopo di quel racconto – seduttivo va detto, perché il teatro gli inglesi lo sanno fare – era di mostrare che le loro tante pagine importanti culturali e artistiche (da Shakespeare ai Beatles) ne fanno ancora un global player perché sono miti inglesi ma anche miti del mondo intero. Infatti, gli inglesi covavano la Brexit, cioè, chiamarsi fuori dall’Unione Europea perché (dicevano e dicono) che loro sono globali e noi no. Allo stesso modo abbiamo tutti penato un po’ per i giochi olimpici di Soci in Russia o di Pechino – parlo di cose abbastanza recenti – per vedere che la propaganda non è solo dire cose false ma anche omettere ogni racconto critico e mostrare la grande potenza della spettacolarità pura, senza allusioni alla realtà.
Poi ci sono altri modi di raccontare storia e ambiente senza farne un trattato di sociologia ma anche senza fare trucchi. È la storia potente di Jessie Owens – atleta nero americano – che fece sbiancare ancora di più Adolf Hitler sulle tribune di Berlino in pieno nazismo vincendo tutto quel che poteva vincere. E se posso ricordare le prime Olimpiadi di cui mi accorsi integralmente, cioè Roma nel 1960, ho memoria che il racconto era Roma stessa, i suoi colorì, la sua morbidezza, la sua traccia millenaria.
E allora, questa edizione di Parigi?
Tutti a scrivere che la pioggia ha danneggiato, inzuppato, rovinato la festa. Mah, sarà che quella pioggia è Europa per definizione, sarà che l’acqua è un fattore scenico immenso – soprattutto quando è co-protagonista insieme al fuoco – ma a me quella pioggia non è dispiaciuta. E poi aggiungo un dettaglio: vedere il nostro Presidente Sergio Mattarella (impeccabile e toccante il giorno prima insieme agli atleti italiani) un filo spettinato per quella pioggia incessante e con il suo improvvisato impermeabilino sulle spalle, ha dato un senso non protocollare all’inaugurazione a mio avviso civilmente gradevole (e spero naturalmente che ciò non gli abbia cagionato raffreddori).


Non nego momenti di stanca, non nego qualche ridondanza coreografica.
L’organizzazione artistica si deve a un giovane regista, quarantaduenne, Thomas Jolly, nato nella provincia di Rouen, appassionato di recitazione, danza e teatro classico – tanto di avere vinto il Prix Molière – che per due anni non ha fatto altro che provare e riprovare lo spettacolo di ieri (bella la sua biografia raccontata dal magazine online Linkiesta).
Non nego neppure qui e là passaggi autocelebrativi e anche momenti irritanti. Ma i momenti alti di comunicazione e di spettacolo puro li ho percepiti e a molti di questi mi sono anche commosso (Celine Dion in testa perché Edith Piaf non poteva essere interpretata meglio).

Ma anche infinite citazioni di una storia culturale e civile (questa la consegna macroniana) che doveva segnalarci oggi la prima edizione dei giochi olimpici in cui le atlete donne e gli atleti uomini sono finalmente alla pari, al 50%. E in cui far transitare, tra le tantissime imbarcazioni di atleti più o meno festanti, una imbarcazione di atleti che sono rifugiati politici è una idea che viene quando tieni gli occhi sull’agenda reale del mondo. Come – con il loro diritto di raccontare frammenti di una memoria e di una tradizione – quell’agenda è stata, secondo me, molte volte moderna e importante nel quadro politico-civile con riferimenti non banali a storie controverse ma anche a diritti e a principi statuiti.
Anche se, su questo aspetto, ho visto arricciare qualche naso. E aprirsi cosi anche naturali polemiche.
Impossibile qui entrare nei dettagli. Per fortuna le cronache dei nostri giornali – leggete Corriere e Repubblica oggi per esempio – sono molto bene annotate al riguardo. Ma ci sono pagine anche ampiamente dedicate alle connotazioni civili importanti. Una per tutte, la piena pagina del Foglio (a firma di Paolo Valentino) che segnala la sequenza delle statue che emergono dal silenzio della storia (figure poco note e dunque senza statue vere in giro). Nel caso si tratta di Alice Milliat, che rifiutata dal Cio nel 1922 organizzò una olimpiade parallela per sole donne. La sequenza è stata abbondante e credo interessante.
Si, la Francia oggi è nei flutti. Lo sanno tutti. E lo sa anche Macron che – dopo i sovrabbondanti discorsi dei responsabili olimpici, quello internazionale, Thomas Bach e anche quello un po’ più spiritoso del francese Tony Estanguet, canoista tre volte olimpico – qui ha detto saggiamente solo le tre parole ufficiali di “dichiarazione di apertura”. Il rischio politico attraversato da poco non è ancora del tutto risolto. In più ci si sono messi gli attentati della vigilia.
Ma che cosa ci aspettavamo: un racconto di un paese bastonato e depresso?
Viene in mente la scena indimenticabile di Casablanca, con i nazisti che intonano il loro motivo e gli astanti che, comunicando febbrilmente il loro amor di patria, intonano una soverchiante Marsigliese. Credo che la Francia oggi abbia il diritto di un suo racconto “grande”. E quindi anche legato a valori e diritti, fino al punto che la trilogia Liberté Egalitè Fraternitè, qui è diventata una tavola di Mosè con altre 9 voci, 12 in tutto, in cui c’è stato posto anche per la Sorellanza e per quelle solidarietà che – con tutti gli antifascisti italiani e rifugiati in una Francia ospitale durante il ventennio – non possiamo dimenticarci. Tanto che l’alloro dato al nostro milanese Filippo Grandi per tenere al centro anche lo sforzo mondiale per i rifugiati mi ha molto toccato.
Ieri sera i giornalisti sportivi di Rai2 commentando a caldo hanno tentennato, uno faticando ad arrivare al 7 il giudizio. Tutte queste cose che sto dicendo io, un po’ sommariamente, lui non le ha viste. Perché a lui sono mancati gli atleti. Ma metà delle quattro ore erano barche che sfilavano con gli atleti. Sfilata curiosa, intelligente, ma un po’ noiosa. E la lunga e pur significativa corsa finale dei tedofori, anch’essa piena di cose pensate, di figure epiche e molto note, era in sé un po’ noiosa. Ora, insomma, ci sono quindici giorni per parlare solo di atleti. Anzi a loro modo saranno gli atleti a fare i titoli di ogni notizia.
Mirabile ieri sera ho trovato la fotografia dello spettacolo. Non dico tanto l’insistenza sul brand forte parigino della Tour Eiffell (non male comunque gli anelli olimpici che arrivata la sera incorniciano ciascuno a turno la luna), ma a me è piaciuta moltissimo la forza immaginifica e di architettura della Conciergerie.

In conclusione, vorrei aggiungere che la riflessione olimpica – in un mondo teso, bellicoso, incerto, diviso e diseguale – ha in sé una base logica un po’ retorica. Ma è questa proprio la partita culturale e narrativa che mette a prova qualunque organizzatore.
Si può affrontare la cosa riempiendo le quattro ore di fuochi d’artificio e di televisionismo spettacolare. Oppure si può provare a entrare nelle pieghe della difficile comunicazione inter-identitaria planetaria, trovando nessi, simboli, frammenti della storia che accomunano. E se sono cose vere, è inevitabile che esse appartengano ad una storia diversa dalle altre.
A chi tocca, tocca anche mostrare la sensibilità etica e culturale di non perdere un diritto, ma di offrire al tempo stesso il riconoscimento dell’altro. E quindi la mano tesa.