CdA RAI, quel che doveva fare la minoranza.

A CdA della Rai formato, quando la realtà supera di gran lunga l’immaginazione, lasciando molti nella percezione che la discontinuità si sta consolidando rispettando la regola che la storia si fa per strappi e non per toppe, prima di passare a studiare fuori dai clamori questo e altri tasselli della “discontinuità'” sotto i nostri occhi, prendo per l’ultima volta la parola da “candidato non valutato” non più per criticare la procedura infingarda adottata dalla maggioranza, ma per criticare questa volta il comportamento rinunciatario adottato dalle minoranze.
Le minoranze sono varie, tutte travolte e ammutolite dalla schiacciasassi populista, fin qui capaci solo di fare post e tweet indignati, mai capaci di uscire dallo schema di predicare l’indignazione e praticare al tempo stesso il partitismo lottizzatorio di tutti quanti.
Tra di loro (FI compresa) era solo il PD ad avere i numeri per trainare, ovvero per proporre.
Ebbene mentre la schiacciasassi gialloverde stava marcando le modifiche del campo da cui dipende una parte importante di formazione dell’opinione pubblica da qui alle elezioni europee, quelle in cui la maggioranza italiana potrebbe diventare maggioranza europea, il PD era nelle condizioni di cogliere che tre cose non si dovevano fare:
– accettare la procedura lottizzatoria ;
– stare al ribasso come gli altri nella qualità dei profili indicati;
– marcare la presenza di partito anziché quella di una vasta area al tempo stesso politica, civica e professionale attorno a cui tenere una posizione di monitoraggio competente e polemico all’altezza della partita che si stava profilando.
Sarebbe stata scelta insufficiente puntare su “operatori ragionevoli”, pur nella loro indipendenza e competenza, me compreso.
Sarebbe stata scelta riduttiva scegliere un nome della vecchia guardia professionale, più volte spinto nelle cronache, per quanto noto e reputato, che avrebbe assicurato al massimo una risposta di tipo personale, priva di contenuto politico, a un fenomeno politicamente esorbitante.
Dovendo obbligatoriamente scegliere nel paniere dei 236 candidati, il PD doveva condurre alla scelta di una bandiera della televisione critica, di una platea di telespettatori inquieti (in parte anche un proprio ex elettorato da riconquistare), di un giornalismo che ha a lungo ruminato “Paese”, di esperienze che si sono anche misurate con la rappresentanza istituzionale.
Sto parlando di una figura che mi interessa mediaticamente; di cui sempre mediaticamente condivido poco metodi e radicalismi. Diciamo un professionista che ho più criticato che applaudito.
Ma in questo caso sarebbe stata scelta obbligata , fuori dalle procedure imposte dal governo e assolutamente idonea a fronteggiare il progetto propagandistico che si sta preparando e che costituirà uno dei pericoli più pesanti per legittimare lo strappo in corso.
Parlo di Michele Santoro, nome che non è nemmeno venuto in mente a chi ha preferito chiudere le scelte su una figura organica di partito che i giornali attribuiscono alla corrente di Orfini e che, salvo gli specializzati che sanno che è stata anonima parte del CdA uscente, nessun italiano conosce. Non solo il nome di Santoro non è’ venuto in mente, è stato anche chirurgizzato nel dibattito avvenuto nel rush finale.
Adesso che anche il PD ha contribuito a legittimare l’ approccio complessivo, spartitorio e dequalificato, lo spazio di iniziativa resta quello di andare avanti per un po’ a fare tweet stizziti oggi su Foa, domani sui nuovi direttori, dopodomani sulla prima coproduzione con i russi.
Ma senza avere neanche un po’ di benzina per far capire agli italiani i processi in atto e per aprire socialmente il caso politico nazionale ed europeo della Rai.

 

 

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