Home
Testi


Punti di riferimento per un "cantiere delle ragioni" (Roma, 15.12.2016)
IL CANTIERE DELLE RAGIONI
Antico Oratorio dell’Arciconfraternita dei Bergamaschi 
via di Pietra n. 70, Roma 
Roma, 15 dicembre 2016
 
Ha preso il via l'esperienza de "Il cantiere delle ragioni", che prevede nel breve termine una decina di incontri nei territori italiani che segnalano fermenti civili interessanti, tesi a ricomporre un'offerta politica in cui conti la qualità e la competenza. Il Comitato promotore ha annunciato le prime battute di questo percorso, convocando una riunione che si è svolta giovedì 15 dicembre presso l'Antico Oratorio dei Bergamaschi a via di Pietra nel centro di Roma. A tenere la riflessione introduttiva è stato chiamato Stefano Rolando, professore all'Università IULM di Milano, per molti anni direttore generale alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, dal 2008 presidente della Fondazione "Francesco Saverio Nitti", membro del comitato di direzione della rivista di cultura politica "Mondoperaio", tra i punti di riferimento del civismo progressista milanese. Hanno introdotto la riunione Andrea Lorusso Caputi e Gualtiero Gualtieri. Sergio Miotto ha moderato il dibattito in cui sono intervenuti, tra gli altri, il giurista professor Gaetano Armao, il presidente della Fondazione “Luigi Einaudi” Giuseppe Benedetto, l'esponente di Critica liberale Giovanni Vetritto, Ruggero Maciati già manager di imprese di interesse nazionale, lo storico Aladino Lombardi, il generale Giovanni Cerbo.
Qui di seguito il testo integrale della prolusione e le indicazioni per l'immediato sviluppo de "Il cantiere delle ragioni"[1]. Il video integrale in Youtube : https://m.youtube.com/watch?v=bHScjrHYTgI
 
 
Buona sera e grazie a tutti coloro che hanno ritenuto di partecipare a questa libera riunione.
Grazie a chi è intervenuto a titolo individuale e a chi qui rappresenta fondazioni o soggetti che si richiamano a culture politiche che hanno considerato pertinenti e affini gli argomenti che abbiamo evocato.
Siamo stati mossi da impulsi di responsabilità civica rispetto alla evoluzione del nostro quadro politico.
Ma abbiamo avuto, collettivamente, anche pochissimo tempo di confronto e di analisi.
Ritenendo ora importante - subito importante – l’allargamento del perimetro del nostro confronto, facciamo un passo, oggi, coscienti di un pensiero e di un “prodotto culturale e civile” forse impreciso, certamente incompleto. Ha dunque tratti incompleti e forse imprecisi questo documento di rianimazione civile attorno ad un progetto di ascolto e di discussione che – con una citazione non casuale – indichiamo orientato ad “una politica trasgressiva rispetto alla società a-critica e conformista[2]. Un progetto che ha l’ardimento di contribuire – anche qui con un richiamo che ci riguarda e che ci ricorda una data fatale della storia dell’Italia moderna – alla “coscienza della diretta esperienza della libertà[3].
 
Questo draft è stato redatto per avviare i lavori – itineranti nel territorio italiano – de “Il cantiere delle ragioni”. Esso ha una costruzione elementare:
·         brevi premesse, per spiegare perché e come; aggiungendo doverose opinioni dopo il referendum;
·         dieci indirizzi su questioni che consideriamo importanti;
·         dieci temi, individuati per intitolare a ciascuno di essi un’occasione di verifica, che consideriamo prioritari.
Non si tratta – ovviamente -  dei “dieci comandamenti”. Si tratta di un quadro di riferimento preliminare che la discussione in crescita, immaginata sia nei luoghi che nella “piazza digitale” in allestimento, potrebbe benissimo modificare.
 
Una premessa
Per spiegare la parola cantiere, basta una piccola modifica alla definizione in uso nei dizionari.
Un'area di lavoro temporanea nella quale si svolge la costruzione di un'opera – dicono i dizionari - (di ingegneria) civile. Basta mettere in parentesi l’espressione “di ingegneria” (salvo concepirla in modo figurato) e ci siamo.
Per spiegare la parola ragioni (al plurale) è necessario un filo di laboriosità culturale in più.
Si può dirla con Blaise Pascal: “Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”. Ma si può anche dirla con il grosso della filosofia post-classica che derivando il termine, proveniente dal latino ratio - traduzione (Cicerone, Lucrezio) del greco lògos - ne mantiene il duplice significato di ragione e discorso, determinandosi in vario modo come la facoltà di conoscere attraverso la parola e il discorso piuttosto che mediante l’intuizione.
Partendo da ciò, nel pensiero medievale – a cominciare, per il tanto richiamo che vi ha fatto tra gli ultimi Umberto Eco, da san Tommaso – l’espressione identifica l’attività argomentante in qualche modo sottordinata alla conoscenza intuitiva propria dell’intelletto.
Fino a diventare la facoltà di pensare, mettendo in rapporto i concetti e le loro enunciazioni; e al tempo stesso diventare insieme la facoltà che guida a ben giudicare, a discernere cioè il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, il bene e il male, alla quale si attribuisce il governo ovvero il controllo dell’istinto, delle passioni, degli impulsi. Perché – come ammoniva Norberto Bobbio – luomo di ragione non dovrebbe essere infatuato”.
Da qui il nostro prioritario interesse per i toni del confronto civile e democratico, che per difendere anche durissimamente valori ineludibili non ha bisogno della continua rissa demagogica.
Inoltrandoci nella ricerca etimologica troveremmo infinitamente più cose – soprattutto nel trattamento della filosofia – ma questo approfondimento è necessariamente rinviato alle potenzialità del cantiere stesso.
Dunque ragioni, si è detto, al plurale perché procedendo la nostra iniziativa per una preliminare fase di ascolto e confronto altra strada essa non può prendere che dimostrarsi aperta al pluralismo interpretativo del nostro tempo. Con la sola naturale premessa che anche questa disponibilità è trattata in un contesto di urgenze (soprattutto etiche) e scadenze (soprattutto connesse alla risorsa limitata del tempo e alla risorsa a rischio della democrazia). Per cui le sintetiche riflessioni che seguono hanno lo scopo di aiutare a distinguere – circa l’accesso a quel cantiere - amici potenziali che condividono un quadro sommario ma ineludibile di pre-condizioni da chi, anche spiegando le cose con l’alfabeto muto, con gesti sommari, con frasi fatte, sa di non riconoscersi e di trovarsi altrove con i pensieri, con gli obiettivi personali e con i comportamenti. 
Abbiamo qualche resistenza a concepire la politica come distinzione perenne tra amici e nemici. Ma abbiamo superato l’infantilismo egocentrico di pensare che tutti possano essere “amici” per assecondare la nostra convenienza. O più biecamente per apprezzare una delle tante ipotesi di nuovo marketing politico.
 
Una seconda premessa
 
Il “comitato dei promotori” che sottoscrive questo documento esprime una certa sofferenza per come la storia politica dell’Italia repubblicana abbia accantonato a più riprese alcune offerte di politica che contenevano molte qualità utili al progresso civile del Paese. Ma anche pari sofferenza per come lo sviluppo prima di una politica iper-professionale, poi di una politica gravemente priva di competenza, abbia ridotto, snaturato, limitato, censurato la tensione partecipativa che poteva essere immaginata ai tempi dell’età costituente.
E quindi abbia impoverito la qualità stessa della “domanda” di politica.
Abbiamo il convincimento che il giudizio che ogni cittadino dovrebbe maturare sullo stato della democrazia in cui vive richiederebbe un minimo di educazione civile almeno su un punto: che tale giudizio non può essere addossato solo all’offerta (cioè ai politici) ma anche alla domanda (cioè ai cittadini stessi). Questa seconda premessa esprime il segnale che l’impegno di aprire il nostro cantiere di “esame delle cose” (farci, insieme, un responsabile giudizio sullo stato della nostra democrazia) non esclude ora altre possibili evoluzioni.
Una evoluzione è di natura culturale e riguarda – soprattutto pensando a elettori di tradizione liberal-democratica e formatisi nelle motivazioni del socialismo liberale (quello che Carlo Rosselli diceva “attuarsi da oggi nelle coscienze dei migliori senza bisogno di aspettare il sole dell’avvenire”)– l’interesse a riconnettere alle ragioni della discussione almeno una quota significativa di elettori tendenzialmente in astensione.
Una seconda evoluzione è di natura civica e riguarda l’attenzione e il rispetto che sentiamo di esprimere per i cittadini che, nella perdurante crisi reputazionale dei partiti politici (pur destinatari di un’alta missione costituzionale, espressa dall’art.29 della Carta), hanno ritenuto – almeno nei loro contesti locali – di difendere la possibilità di governare gli interessi generali mettendosi loro stessi in campo.
Il che non significa che vanno prese senza necessità di inventario le “liste civiche locali” che si sono moltiplicate. Ma che ad esse è interessante guardare offrendo un contributo di raccordo nella riflessione sugli andamenti nazionali ed europei.
Una terza evoluzione potrebbe anche far maturare dinamiche di “nuova offerta politica” in un quadro di rigenerazione che può investire contesti attraversati da altri sperimentatori, oppure percepite nel prossimo futuro con una maturazione di convincimenti autonomi che, nel caso, potranno essere resi pubblici.
Questa seconda premessa spiega che la politica si corregge anche lavorando sulla società e cioè sulla domanda di politica. E fa appello a una parte importante dell’elettorato valoriale progressista italiano – fatto da cittadini responsabili, informati e spesso disorientati – affinché non lasci intentata, in questa fase di verifica, una opportunità di uscire da una reiterata astensione
 
Dopo il referendum costituzionale
 
Non ci si può sottrarre da una riflessione di contesto che le vicende recenti ci consegnano con dati netti, tutto sommato in linea con i caratteri stressati delle tendenze elettorali di mezzo mondo, magari compensate dal ritrovato buon senso degli austriaci, ma comunque molto ispirate ad una reattività oppositiva di elettorati provati dalle crisi, con disagio soggettivo e oggettivo, con crescente rancore per la politica governativa.
·         Fattori reattivi si sono mescolati ad una oggettiva sensibilità per la materia (la Costituzione) avvertita come un bene pubblico primario, determinando comunque un esito partecipativo apprezzabile, erodendo l’area degli indecisi e degli astenuti che è progressivamente diminuita. 
·         Non si può dunque parlare di rancore “generico” per la politica, ma di prevalenza di sfiducia per la qualità (delle leggi, dei comportamenti, delle promesse) in una lettura in cui la forma di referendum su una persona (tecnica promossa per primo da Berlusconi che ne aveva tratto benefici) questa volta ha funzionato sull’elettorato del proponente con pochi flussi attrattivi.
·         Nella vicenda del nostro referendum costituzionale si sono visti elettorati molto assertivi e fortemente contrapposti ma anche tipologie elettorali che si sono assomigliate. Per esempio chi diceva di votare sì turandosi il naso e chi diceva di votare no turandosi il naso. I primi non hanno amato molto la qualità di quella riforma, ma ancor di meno l'improvviso potere politico attribuito al puzzle che non ha potuto togliersi di dosso l'etichetta di "accozzaglia". I secondi hanno faticato a dare un senso a questa pluralità di diversi soggetti, ma non hanno apprezzato lo stile comunicativo del capo del governo che non ha lasciato gestire al parlamento una riforma che ha progressivamente assunto toni divisivi.
·         Il risultato – insieme ad un dato di ulteriore preoccupante distanziamento tra nord e sud – azzera le colombe e dà ragione ai falchi dei due schieramenti. Il risultato è legislativamente un azzeramento. Il compito di ricostruire una cultura costituzionale è ora enorme.
·         Il dibattito è aperto ed è doverosa un’opinione. L’ex-presidente del Consiglio Renzi ha avuto passione e coraggio. Ma in questa partita sono state trasferite anche imprudenze, incompetenze, sottovalutazioni in un terreno diventato una palude rispetto alla specifica chiamata referendaria. Quelle imprudenze, quelle incompetenze, quelle sottovalutazioni debbono essere ora terreno di analisi - rapide e severe - per ricominciare il percorso di riorganizzazione della riforma e per non far vincere i professionisti delle paludi.
·         Qui si apre il giudizio sul “presente assoluto”, cioè sull’incarico del presidente Mattarella a Paolo Gentiloni che ha formato il governo in questi giorni. La “riorganizzazione della riforma” non è lo scopo di un governo che lotta contro i tempi. Non è da qui che bisogna cominciare l’analisi. Ma, caso mai, dalla correttezza democratica e costituzionale nell’impedire soluzioni che appartengono a culture a noi lontane, quella del “tanto peggio tanto meglio” e quella della confusione dei ruoli a garanzia delle responsabilità di governo distinta dai diritti di controllo.
·         Diciamo che siamo perplessi sul quadro generale e critici rispetto al voltagabbanismo corrente. Ma il profilo del nuovo premier ha alcuni caratteri interessanti rispetto agli argomenti e ai valori che stiamo per richiamare. Quindi non c’è pregiudizialità negativa. C’è la speranza che si mantenga la tensione a faresalvaguardando la reputazione dell’Italia(non è un problema di pura immagine, come si vede dal duro confronto tra protezionisti e mercatisti riguardo alla natura nazionale delle nostre maggiori imprese),  purché non offendendo la verità, riconoscendo anche la gravità dei dati economici e sociali del Paese, non mortificando il valore delle autonomie territoriali, non considerando i cittadini solo elettori, non usando demagogicamente l’Europa come parafulmine, non imbrogliando i giovani, non svendendo programmaticamente l’Italia a interessi stranieri.
 
Ancora una osservazione prima di esporre i punti essenziali del documento
 
Nelle brevi note che seguono si troveranno riferimenti al quadro politico che ha animato la costruzione della Repubblica e della Costituzione. Non c’è nostalgia fine a se stessa. Lo sguardo resta avanti. Ma ci sentiamo in obbligo di tirare le somme di esperienze riuscite e fallite che lette molti anni dopo, anni lunghi quasi come la vita di una persona, ci fanno meglio comprendere successi e fallimenti di una stagione generosa a cui è giusto richiamarsi pensando alla trasformazione sociale che ha generato politica non solo al contrario se si ha a cuore la sorte di un paese bello e per la verità drammatico come è l’Italia.
·         I partiti della sinistra marxista – in occidente in generale e in Italia in particolare – sia quello comunista, sia quello socialista, anche se più parzialmente, hanno ritenuto diciamo fino agli anni ’50 necessario creare un ceto politico professionale che pensasse il pensiero del popolo (l’espressione così varrebbe per il grosso dei nuovi partiti repubblicani e quindi anche per la DC, ma per la sinistra noi dobbiamo sostituire in quegli anni il prevalere della parola “classe operaia”) per promuovere con argomentazioni di lotta una dialettica sociale più equa. In ciò senza credere all’esistenza di una borghesia progressista.
·         Il Partito d’Azione – pur in coincidenza di molte argomentazioni “di sinistra” (ne è prova il pensiero che ispirava da tempo “Giustizia e libertà” e il suo prioritario convincimento antifascista) e di forte difesa dei lavoratori – non pensava alla necessità di formare un ceto politico professionale ma di affidarsi in particolare a intellettuali e professionisti, categorie proprie di una borghesia progressista (sia pure da cercare con il lanternino), reputando che il movimento di trasformazione sarebbe soprattutto dipeso dalla qualità e dalla responsabilità di un governo realmente riformatore.
·         A distanza di 70 anni, con marginalizzazione strutturale della classe operaia, con un‘articolazione più complessa del ceto medio (oggi sospinto in modo crescente verso l’inquietudine), con una continuata crisi reputazionale del ceto politico professionista, si capisce meglio chi era più avanti e chi aveva una vista più corta, mentre tutti mettevano comunque fervidamente le mani sulla costruzione delle nuove regole della democrazia italiana.
·         La fine del PdA nel 1947 lascia comunque eredità molto riconoscibili nelle storie successive dei socialisti, dei socialdemocratici, dei repubblicani, dei radicali, dei liberali e anche di alcuni ambiti cristiano-sociali. E che quindi hanno riverberato suggestioni per anni.
 
Ecco, dunque, la parte vera e propria del nostro piccolo e inesaustivo documento di riferimento, che abbiamo chiamato “Dieci orti da coltivare”
che si espongono limitandoci a poche parole, a qualche spunto.
Qualcuno potrà pensare che si tratti di uno stile insolito. In realtà abbiamo risorse, conoscenze e presenze che permetterebbero il trattamento di alcuni nodi di attualità con molto più tecnicismo, con i linguaggi giuridici, economici o sociologici con cui abitualmente regoliamo il “traffico delle carte”. Ma per questa occasione – quella diciamo così dei “segnali di base” – abbiamo ritenuto di immaginare, appunto, una “narrativa di base”, quella valoriale.
Senza la quale il traffico delle carte è routine. Con la quale il traffico delle carte è soltanto rinviato.
 
1.      Buonapolitica e malapolitica
La domanda largamente inevasa di buonapolitica e la domanda largamente corrisposta di malapolitica fanno comprendere che partire dal cambiamento sociale è più importante che immaginare la politica come un insieme di formule artificiali del partitismo professionistico per acchiappare voti. Ad esso e non al marketing della politica preme ora fare riferimento. Ne va, in fondo, di un bene supremo, la libertà. E alla libertà – sono parole di Emilio Lussu – “si rimane fedeli soprattutto nelle ore difficili”.
 
2.      L’archivio delle buone risposte
L’Europa e la stessa Italia hanno un archivio delle “buone risposte”. La storia moderna e contemporanea ha offerto molte occasioni di alta ispirazione. Occasioni che sono quasi sempre dipese dai momenti in cui quella storia ha toccato il fondo, quando il disagio si è reso più acuto. Quando la perdita di speranza ha ucciso la volontà individuale di misurarsi contro soprusi, arroganze, costrizioni, perdita di diritti. Quell’archivio deve tornare accessibile e il pensiero di non lasciare mai i cittadini di buona volontà nell’idea di perdere le speranze deve animare ogni nuova iniziativa. Ugo La Malfa, nel declino della sua vita, disse:”Non c’è quell’Italia che avevamo in mente”. Era vero, ma era ancora accessibile quell’archivio dei buoni modelli che poteva tenere aperti i confronti.
 
3.      Le nostre storie
La globalizzazione comunicativa invade molto il campo. Perché i poteri hanno cavalcato velocemente la pur affascinante caduta delle barriere (internet e affari) ma parimenti essa ha aperto una scissione ancora squilibrata tra la globalità consumabile (avere) e la globalità dei valori e della conoscenza (essere). Così da obbligarci a riprendere il gusto e l’interesse per le “nostre storie”, non per rivendicare nazionalismi per essere forti e consapevoli nel confrontarci con il grande oceano delle diversità. Il sogno dell’Europa federale, l’idea cioè di risolvere lo stress egocentrico dei nazionalismi ma in una crescita di integrazioni identitarie compatibili, resta una “nostra storia” anche nella fase evidente di criticità e di innalzamento di muri materiali e virtuali contro gli altri, contro l’altro, nell’idea scientificamente poverissima che la paura (malattia tra le più immateriali esistenti) si disperda se trova la protezione di un filo spinato. Altiero Spinelli scriveva che questo sogno andava perseguito anche “per una più lontana, non ancora nata generazione che riscoprirà il lavoro incompiuto e lo farà proprio”. Nel momento in cui sul mondo sta per entrare in scena l’imprevedibile caravanserraglio di Trump noi abbiamo il dovere di misurare problemi, visioni, anche convenienze, alla luce delle nostre “storie migliori” non sperando di essere schivati dal ciclone perché sappiamo fare la pizza o guidare le gondole con un solo remo.
 
4.      Meno ideologie, d’accordo, ma non c’è politica senza teoria
La sconfitta della visione laica e di modernizzazione che ha partecipato con protagonismo ad ispirare la Costituzione della Repubblica ma che poi non ha resistito alle pressioni deformanti prima della “guerra fredda” e poi della liquidificazione delle culture politiche, ha fatto molte vittime. Sia nella qualità delle istituzioni che nella qualità sociale. Se avessero avuto più radicamento quelle culture e più terreno di sperimentazione – anche negli anni che ora gli storici chiamano “gloriosi” (’50-’80) – la stagione che poi (ultimi 25 anni) ha azzerato, con varie e comprensibili motivazioni, il primato delle ideologie non avrebbe visto pressoché azzerato anche il valore delle teorie nel guidare le politiche, nell’assumere decisioni, nel riorganizzare la partecipazione democratica. E soprattutto per consolidare la qualità del governo degli interessi generali. Ricordandoci del moderno monito di Piero Calamandrei: “Le dittature sorgono non dai governi che governano e che durano, ma dall'impossibilità di governare dei governi democratici”.
 
5.      La morte di ogni riformismo
Il galleggiamento senza sguardi lunghi è la morte di ogni riformismo. Quello delle “strutture”, come diceva Riccardo Lombardi; ma anche quello dei “processi” come spiega da anni Giuseppe De Rita. Per “cambiare” ci vogliono tempi di discussione, di sperimentazione, di metabolizzazione. Ci vuole cultura della previsione.
Il risultato – pur contrastato, con varie modalità, da più di una figura, da alcuni pensieri, da certe occasioni non banali – è stato inquinato dal qualunquismo (che era un’offerta sempre presente nella storia politica italiana) e dal crescente populismo (che si è consolidato nelle varie forme del fascismo internazionale quasi sempre partendo dal modello novecentesco italiano). Pur con i contrasti in atto, l’esito è la inquietante perdita di reputazione della politica. Mentre il sistema istituzionale e amministrativo è riuscito ad espellere la passione riformatrice (e auto-riformatrice) che la drammatica opportunità dell’immediato dopoguerra aveva aperto e istillato.
 
6.      Risolvere è meglio che sembrare
I partiti politici hanno adottato golosamente – senza capire che bevevano insieme champagne e veleno - la formula del leaderismo, in una trasformazione infantile (e quindi anche rissosa) della narrativa politica che ha fatto perdere anche il bisogno di paternità autorevole che, nella vita pubblica, la politica non dovrebbe mai perdere. Pur facendola convivere con un forte diritto di parola e di co-decisione ai giovani e alla parità di generi. Il letale lenzuolo steso dai mass-media della priorità della visibilità rispetto ai contenuti delle soluzioni ha finito per avvolgere tutto e tutti. E ha fatto prevalere l’età (ottimistica) dell’annuncio rispetto alla prevalenza (critica) delle ragioni. La seconda richiedeva e richiede soprattutto classe dirigente. La prima si accontenta di festosi organizzatori. La proposta di riportare in agenda la parola “velocità” non ci lasciato indifferenti, ma ha posto e riproposto il tema dei “tempi” necessari per radicare i contenuti del cambiamento.
 
7.      Riconoscimento di un civismo progressista nel territorio
Insieme a vecchia politica contrabbandata, insieme a eccessi di localismi che non alzano per principio lo sguardo al mondo, non poche parti del territorio – in Italia e in Europa – hanno visto progredire un civismo progressista ispirato all’idea di agire localmente ma di pensare con l’innovazione presente nel mondo. Ciò ha offerto una soluzione interessante alla crescita culturale e di esperienza della cittadinanza attiva con le competenze individuali e collettive per costituirsi in ceto politico responsabile. Anche il ‘900 italiano ha offerto storie e modelli densi di significato rispetto a queste esperienze (da Aldo Capitini a don Lorenzo Milani, da Danilo Dolci a Adriano Olivetti). Grazie a queste esperienze – con nuove generazioni di stimolatori, di pensatori, di attivisti civici - è stata contenuta la corruzione. E si sono spesso trovate soluzioni corrispondenti agli interessi della collettività non al peso delle lobbies. Sono esperienze che hanno un rapporto diretto con tantissimi “cantieri” educativi nella scuola e nei processi formativi che hanno fatto accumulare un bagaglio di metodo e un rafforzamento etico di base (che in alcuni territori contaminati o controllati dalle mafie assume valore speciale).
 
8.      I veri servitori dello Stato
La connessione sociale, culturale, esperienziale di queste parti della comunità nazionale è possibile e doverosa, sapendo che essa non sopporta la strumentalizzazione. Ed essa deve comprendere almeno un’altra categoria, sottraendola alla misconoscenza e alla silenziosità.
Si deve cioè avere il coraggio di una attenta ricognizione con il rapporto che queste storie hanno con ambiti della pubblica amministrazione in cui la dedizione di veri “servitori dello Stato” si esprime ancora contro l’evidenza di altri ambiti di opportunismo e contro l’immagine che va combattuta di molti privilegi e pochi servizi. Quei “funzionari” che – come diceva Carlo Azeglio Ciampi – hanno a cuore “la libertà dei cittadini al pari dell’unità della Patria”.
 
9.      Le interdipendenze per tornare a crescere
L’economia, il lavoro, l’occupazione sono un mantra della comunicazione politica. Ma dichiarare il problema non è sempre la premessa ad agire per invertire tendenze su cui agiscono cause globali unite ad insipienza della nostra classe dirigente. Non è questa la sede dunque per fare uno strapuntino di questo stesso mantra. Quello che appare evidente nella vicenda italiana è che la crisi non è né tutta né solo imputabile – come è abitudine generalizzata fare – alla classe politica. C’è stata una involuzione progettuale e di coraggio nella cultura degli investimenti da parte dell’imprenditoria italiana; e c’è stata una evanescenza della cultura co-decisionale altrove esercitata dai sindacati e dai noi rimasti ad oscillare tra il “no” e la pur comprensibile difesa dei pensionati. Pare evidente che le tre “risposte” di sistema - difesa dell’economia industriale e della manifattura; coraggio nell’innovazione e nella ricerca attorno alle grandi trasformazioni tecnologiche e in mezzo lo sviluppo (sensatissimo per l’Italia) delle industrie culturali e creative – creano tutte le sinergie necessarie, territorio per territorio, tra sistema dell’impresa, della formazione e delle responsabilità istituzionali (fisco, semplificazione, regole, eccetera). In un rispetto per la nostra qualità sociale e per il nostro ambiente entrambi messi a prova da corruzioni, abusivismi, incurie e scorrerie che non hanno pari in Europa. Questa è una visione che si legge talvolta sui manuali ma che si perde spesso per strada nei corporativismi, negli attendismi e negli assistenzialismi del nostro paese. Questo “orto” (questa parola connessa alle storie è stata pensata da Marco Pannella[4]) è in verità un grande “parco” delle opportunità che chiede nuova alimentazione di sapere e di saper fare.
 
10.   Diritti e doveri
La lezione storica a cui sentiamo – se è concesso dirlo - mazzinianamente di aderire è quella di un’etica pubblica capace di essere convincente con tutti e soprattutto con i giovani (a cui, se spiegata, essa può apparire non solo giusta ma anche salvifica) quando si tratta di parificare nella politica e nella comunicazione pubblica la sollecitazione ai diritti e ai doveri, come fa infatti la nostra Costituzione. Compenetrare culturalmente, civilmente, comportamentalmente l’aspirazione ai riconoscimenti sanciti ormai diffusamente e la conoscenza e il rispetto per obblighi che se assolti migliorano le condizioni generali della società (uno per tutti portando a conoscenza generalizzata l’evasione fiscale senza la quale il debito pubblico del paese sarebbe un piccolo peso sostenuto per mantenere condizioni di welfare costantemente più caro, mentre così è diventata una macchina auto-divoratrice) è un obiettivo che comporta il coraggio di una impopolare servizio alla verità da cui oggi sfugge suicidariamente il grosso dell’offerta politica del paese.
Qui finisce il primo, piccolo ma al tempo stesso grande, pannello di riferimento.
Chi pensa che si tratti di “belle parole”, di sermoni laici d’altri tempi, di rifugi ideali divenuti merce invendibile, non tiene in considerazione che tutto il contenuto rivoluzionario della storia dell’arte e della creatività si è sempre fondato su idee semplici non barattabili. Chi pensa che ci sia “ben altro” a cui pensare, con i tempi che corrono, avrà forse anche qualche ragione. Si accomodi, lo dica, ci convinca, ci aiuti ad ampliare l’elenco.
La conclusione, intanto, si limita a due postille operative
 
L’agenda del 2017
Al centro di un percorso di approfondimento di questi spunti ci dovranno essere assemblee macro-tematiche in tanti luoghi, corrispondenti a storie significative nelle direzioni indicate. Vorremmo immaginare anche seminari di formazione per generare con i giovani una scuola di politica non calata dall’alto, ma limitata a contenitori di metodo in cui si cercano insieme le competenze adeguate per accompagnare esperienze in forma tendenzialmente diversa da quella dei sistemi formativi istituzionali. Vorremmo poi aprire la ricognizione delle buone pratiche – soprattutto negli ambiti sociali indicati (dunque nelle amministrazioni, nelle imprese, nelle scuole, nei servizi, nelle professioni, nella creatività e nella cultura) – per dare “omogeneità e dimensione” alle tendenze del civismo progressista diversamente in atto. Abbiamo considerato il 2017 – almeno nella sua parte prevalente – come agenda di questo quadro di indicazioni operative. Sapendo che il calendario delle scadenze formali segna tappe che obbligano anche a maturare risposte. Ma avvertendo la necessità di far compiere un percorso di consapevolezza necessaria in coloro che, in prima istanza, vorranno considerarsi “fondatori e pionieri” di questa esperienza.
 
Dieci temi per i nostri “cantieri”
Ipotesi di lavoro da verificare
 
1.      Riformare lo Stato
-          Prima parte – Le regole generali (Roma)
-          Seconda parte – La cultura dei corpi qualificanti (sicurezza, giustizia, salute, educazione) (Bari)
2.      I caratteri della buona politica (Trento)
3.      La classe dirigente (Milano)
4.      La qualità del dibattito pubblicoDemocrazia e media (Perugia)
5.      Locale e globale. Un’idea di patria, tra Italia ed Europa (ricordando che il 25 marzo 2017 ricorrono i 60 anni dei Trattati di Roma) – Avremmo scelto qui l’isola di Ventotene, che è stata tuttavia di recente luogo di memoria di una iniziativa di governo. Molti sono i luoghi di confino o di detenzione dove vi era chi, nella sofferenza, pensava intensamente al futuro, così come vi furono luoghi alternativi che aiutarono alcuni a fare scelte decisive per l’avvenire dell’Italia (dalla Biblioteca Vaticana per De Gasperi, all’esilio in Francia per Turati, Nitti, Nenni, Saragat, Pertini, Treves, Tarchiani, Cianca, Sturzo, i Rosselli e tanti altri).
6.      Meriti e soprattutto responsabilità di imprenditori e sindacati (Catania)
7.      Scienza, tecnologia, innovazione (Genova)
8.      Economia della creatività (Torino)
9.      Cambiamenti famigliari, sociali, identitari nella prioritaria analisi del ruolo delle donne (Padova)
10.   Diritti e doveri, l’etica pubblica e la percezione dei giovani (Napoli)


[1] Testo esposto da Stefano Rolando, professore all’Università IULM di Milano, presidente della Fondazione “Francesco Saverio Nitti”, già direttore generale alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.
[2] Dall’atto costitutivo del Partito d’Azione, 1942.
[3] Piero Gobetti, 1922.
[4] Marco Pannella con Stefano Rolando, Le nostre storie sono i nostri orti (ma anche i nostri ghetti), Bompiani, 2009.
 
Stefano Rolando - L'economia della creatività (en attendant l'Etat) - 26.11.2016
Dalla società dei due terzi all’alleanza fra meriti e bisogni
Seminario di formazione promosso dalla rivista Mondoperaio
Fondazione Anna Kuliscioff - via Vallazze 34, Milano, 26 novembre 2016 -
 
Seconda sessione (ore 14.30)
 
L’economia della creatività
(en attendant l’Etat)
Stefano Rolando [1]
 
Questa relazione
 
Riassumo in poche parole il senso di questa relazione nel quadro del dibattito che mi pare si stia profilando in questa giornata. Userò la metafora della squadra di calcio, che deve esprimere funzioni diverse sinergiche e non conflittuali. Proprio questa mattina abbiamo ascoltato la difesa, cioè chi legittimamente difende l’economia industriale, la vocazione manifatturiera e la cultura della fabbrica, con il racconto (interessante) delle trasformazioni tecnologiche e funzionali che rendono questo storico comparto in perdita di occupati ma con la sua resistenza importante nella formazione del PIL. Conosciamo bene la narrativa del “nuovo”, cioè della promessa del cambiamento immenso e radicale determinato dalla tecnologia fino al nuovo mondo della robotica. E’ la narrativa dell’attacco, che ha infatti uno spazio crescente nei media e nella convegnistica. Pensando alla economia della creatività – o per usare un’espressione che ha preso piede  alle industrie culturali e creative – abbiamo (da sempre) pensato al classico centrocampo all’italiana, quello che tiene le connessioni, si radica nella tradizione del territorio, coltiva al tempo stesso materialità e immaterialità, tiene a bada (un po’) i processi di globalizzazione e soprattutto – nel merito del titolo di questo seminario – coniuga esemplarmente la valorizzazione dei talenti (il merito) e la qualità sociale (creazione di una pre-condizione di gestione del bisogno).
Pensavamo queste cose appunto nella stagione che ha anticipato e tirato la volata alla conferenza di Rimini del 1982. Pensavamo che fossero “a portata” gli esiti, nel senso delle riforme istituzionali e delle politiche necessarie per generare competitività nazionale grazie a questo settore. Al tempo eravamo, come paese, nel gruppo di testa. Quelle riforme sono state disattese, quelle politiche sono state fatte da molti altri paesi e da molti altri territori. Noi abbiamo continuato ad invocare, pur generando casi esemplari e frammenti di territorio in continuo adeguamento. Adesso navighiamo, nel mondo, a metà classifica e siamo in ritardo di vent’anni. Ecco il senso di questa relazione all’interno del cahier per rilanciare oggi le politiche riguardanti “meriti e bisogni”.
 
Prima parte – Tutto ciò che ci sta alle spalle
 
Amarcord
 
Nella stagione in cui si preparò la conferenza “Meriti e bisogni” a Rimini (diciamo, per capirci, una quindicina di anni prima dell’avvento di internet) avevamo la percezione di una velocità della trasformazione dei caratteri dell’economia industriale che potremmo definire con tre parole: rapida, colorata, ri-equilibratrice (nel rapporto tra le economie dell’utile e le economie del bello).
Funzionavano gli uffici studi (pubblici e privati) come sensori interpretativi del cambiamento.
Funzionavano (abbastanza) i partiti come mediatori tra bisogni e diritti e, per una parte (non grande ma sufficiente), anche nella rigenerazione in senso qualitativo della classe dirigente.
Funzionavano le aspettative di una nuova e possibile riforma delle istituzioni: bastava solo sostituire forze troppo “mediatrici” nella guida del governo.
Ora gli “studi” – se si così si possono chiamare – sono sostanzialmente tesi al posizionamento, cioè sono in prevalenza di marketing non di interpretazione. La mediazione tra bisogni e diritti la fanno troppo spesso il sistema mediatico e le lobbies. Conta più l’algoritmo di Google dei sindacati. Attorno alla formazione della classe dirigente sta passando l’idea che la competenza non sia più la leva dirimente, pur esprimendosi ciò con una giusta – e per altro storica – condizione, quella della affermazione di nuove leve anagrafiche.
La riforma “funzionale” dello Stato appartiene spesso ad invocazioni, annunci, aspirazioni ma con disegni riduttivi e da anni senza incidenza sostanziale. E’ evidente che se quello della sinergia (previsionale e regolatoria) delle istituzioni nell’adeguare le politiche pubbliche è un fattore importante che frena l’Italia anche in questo campo, l’esito referendario sul diritto o no di mettere mano a disegni di riforma istituzionale in tempi che l’economia possa considerare “competitivi” sta davanti a noi come dirimente.
 
La visione post-industriale
 
Appartiene a quella stagione – quella di “Meriti e bisogni” - una percezione che allora ci pareva dirompente, oggi è cultura di contesto, ma ancora capace di produrre resistenze e riluttanze.
Raccontata in poche battute essa era formulata così.
Il concetto di società post-industriale accoglieva gli studi del sociologo statunitense Daniel Bell in cui nei primi anni settanta si descriveva la Post-Industrial Society[2] facendo luce su alcune trasformazioni gradualmente emerse in capo alla società di tipo prettamente industriale, segnando, per l’appunto, un prima ed un dopo economico e sociale.
In primis, il passaggio da un’economia prevalentemente manifatturiera, incentrata cioè sulla produzione industriale, ad un’economia dei servizi. Infatti arrivati a fine anni Novanta, il settore manifatturiero americano avrebbe contribuito al PIL solo per il 17%, a fronte del 50% invece apportato dal settore dei servizi. Fondamentale è stata poi l’affermazione di un nuovo concetto di capitale, ovvero la presa di coscienza della straordinaria potenzialità economico sociale detenuta dal capitale umano, ossia dall’uomo e dalla sua cultura, dalle sue conoscenze, esperienze ed idee.
Da una teoria del valore basata sulla pura forza lavoro, si è passati dunque ad una knowledge theory of value, dove la ricchezza economica vede la propria origine in conoscenza ed innovazione. Siamo entrati in una fase economica laddove, per riprendere il pensiero dell’economista franco-magrebino Daniel Cohen[3], l’idea conterebbe più della produzione. O meglio conta più della produzione l’intero processo di attivazione di relazioni che sta attorno al prodotto tra narrative e attrattività.
Come dice il mio collega Pier Luigi Sacco, reputato economista della cultura:
 “Nell’economia del XXI secolo, la produzione di contenuti è diventata la vera materia prima che genera il valore economico. I consumatori sono attenti alla qualità del prodotto, ma la percezione della qualità è legata più al racconto della qualità stessa piuttosto che ad una sua percezione oggettiva[4].
La società post-industriale sancisce insomma un nuovo legame tra l’aspetto immateriale e ideativo, da un lato, e la funzione produttiva, dall’altro, del generico bene economico. Si tratta di un legame caratterizzato da un progressivo affievolimento dell’importanza materiale, dove il concepimento ideale e la distribuzione di un prodotto assumono una maggiore rilevanza economica e sociale rispetto al suo processo produttivo.
Questo filo rosso è stato percorso rispetto a molti obiettivi del nostro tempo. Tra cui quello di dare forma e corpo al crescente ruolo dell’economia della creatività.
 
Trasformazione e galleggiamento
 
E’ vero però che negli ultimi dieci anni non tutti i paesi – anche occidentali – hanno impresso un pari investimento teorico e di riorganizzazione delle politiche pubbliche sulla materia. Gli effetti della globalizzazione agiscono con forza su tutto.
Così in alcuni ambiti vi è stato un conferimento alla rivoluzione tecnologica, in quanto tale, di più poteri di quel che le sarebbe spettato nell’orientare il cambiamento del modello industriale dell’economia produttiva e degli scambi verso le dinamiche della immaterialità, dei consumi simbolici e della conoscenza.
Comunque questo insieme di fattori propulsivi e di più confusa gestione previsionale dei processi (spinte e controspinte) è alimentato anche dall’induzione nei processi chiave spesso più dalla forza della globalizzazione rispetto alla chiarezza dei disegni delle economie locali e nazionali.
L’economia industriale – con vecchie regole di trasformazione di materie prime e di standardizzazione sovrannazionale di prodotto e processo – convive nella difesa della cultura della fabbrica con la forza crescente di economie creative che maturano prevalentemente nei territori di tradizione. E convive anche con la potenza immaginifica ma legata ad elementi importanti di ricerca di un capitolo rivoluzionario che potrebbe con una parola di sintesi essere chiamato “quello della robotica”. Le economie creative tentano di orientarsi al di là e oltre il “locale”, grazie alla trasformazione del valore aggiunto generato dalla rete e dalle funzioni digitali, in una potenzialità universale di fruizione, di mobilità, di conoscenza. Restano modelli tra di loro competitivi che coalizzano anche racconti, poteri, rappresentanze, promesse future.
Il senso di un eccessivo equilibrismo delle associazioni imprenditoriali (su cui pesa – anche se non sempre – l’indolenza e la prevalenza del “quieta non movere”) è alleato sovente a pari sottovalutazioni e paure delle organizzazioni sindacali. E’ ancora viva l’idea che facilitare la trasformazione tecnologica introduca nel breve e medio termine condizioni “job killer”. Una tendenza progressivamente meno controbilanciata dalla forza progettuale delle organizzazioni politiche e delle stesse istituzioni legislative.
Questa premessa ci aiuta a comprendere perché nel corso degli ultimi anni le potenzialità trasformative connesse al peso pur crescente delle economie creative abbiano conosciuto percorsi a zig zag e in alcuni contesti perdita di opportunità. Insomma, il potenziale trasformativo determinato – soprattutto per un paese dalle caratteristiche come l’Italia – dall’economia della creatività sia a vantaggio delle politiche di investimento, sia dell’occupazione, sia della qualità di vita nei territori e ancora sulla reputazione del paese e sulla sua maggiore attrattività, sull’adeguamento delle istituzioni connesse a educazione, cultura, ricerca, commercio estero eccetera, sia infine sul nesso tra trasformazione digitale e conoscenza, ha avuto alcune spinte – ciò è innegabile – ma anche battute di arresto attorno a cui oggi è importante riflettere e correggere. Spinte corporative e di autodifesa di un certo sistema produttivo (comprendendo anche la parte sbagliata di alcune vicende di delocalizzazione) sono stata parte di questi fattori frenanti.
 
Istituzioni inadeguate
 
Ma da noi è soprattutto nel ritardo tra strategie del rinnovamento delle istituzioni, nel peggioramento delle relazioni tra amministrazione centrale, regioni e territori, nella fragilità dei processi di concertazione governativa (sostituiti a strappo da eccessi di centralizzazione, anch’essi non sempre utili in questa partita) che si è annidato il peso di una debole progettazione istituzionale di questo possibile grande cambiamento, in cui i soggetti – pur intraprendenti, intelligenti, veloci – che costituiscono le dinamiche imprenditoriali necessitano fortemente di caratteri chiari e forti di “sistema Paese”.
Qualcuno dice anche che la stessa espressione “economia della cultura” sia diventata più un framework accademico che una implementazione pratica di modelli di gestione, A buoni conti l’economia creativa in Italia non deve essere inventata di sana pianta. Essa ha tradizione millenaria sia nei patrimoni naturali e culturali che la alimentano sia nelle culture tecnico-professionali che la adattano ai contesti operativi e competitivi.
In essa si sommano caratteri dell’economia immateriale e dell’economia della conoscenza, caratteri della crescita di consapevolezza economica attorno al patrimonio culturale, caratteri di strategicità nella gestione finanziaria di processi che agiscono sul patrimonio simbolico.
 
Il tema “Meriti e bisogni”
 
Questo tema – valeva trenta anni fa e in parte vale ancora ora – si declina qui in molto atipico, trattandosi di dinamiche occupazionali frammentate e alcune con profili professionali solo parzialmente codificati e trattandosi di sistemi gestionali ancora con un rapporto formazione/prestazioni e con una cornice valutativa del rendimento degli investimenti che non hanno carattere generalizzato nei sistemi territoriali di riferimento. L’anno prima della conferenza su “Meriti e bisogni”, quindi nel 1981, Claudio Martelli chiuse (con alcuni di noi qui presenti) ì un’altra conferenza (dal provocatorio titolo “Nello Stato spettacolo[5]) dopo un ciclo di fortunati convegni di proposta per modernizzare il settore pubblico e risvegliare la pulsione del sistema di impresa attorno all’insieme delle industrie culturali e creative. Ci si candidava a governare quelle proposte. E questo segmento era quello che – qualche volta a denti stretti anche dalle forze politiche più antagoniste – ci veniva riconosciuto come una delle letture più nette e chiare di indilazionabili bisogni di sistema generati dalla pressione di meriti non sufficientemente accolti. Gli impulsi generali riguardavano politiche originate dalla proposta di nuovi orientamenti che i socialisti produssero negli anni ’80 che per semplificare riassumeremmo nella valorizzazione del “made in Italy”.
Certo in trenta anni si sono evolute molte letture. Si è superata l’idea (che noi avevamo già superato) che si trattasse di un complesso di “nicchie”. Si è superato – riguardo ad alcune di queste nicchie – l’idea tuttora promossa da una parte del mondo della moda che il carattere dei “mercati creativi” sia confinabile nel cosiddetto “lusso”. Si è soprattutto affermata (e ciò da almeno dieci anni) l’idea complessiva – che pure ci animava - che questo settore sia direttamente correlabile ai processi economici, culturali e sociali sostanziali che caratterizzano la qualità della vita e la qualità sociale.
 
 
Seconda parte – Metodo, classificazione e repertorio delle priorità
 
 
Un punto di svolta, il lavoro della commissione Santagata del 2007-2008
 
Per venti anni, poi, non si è fatto tutto ciò che quel periodo prometteva.
Ovviamente la società – impresa, ricerca, innovazione, nuove professioni – ha fatto la sua corsa.
Ha anche raggiunto livelli internazionalmente di punta. Ma alcuni paesi hanno anche adeguato istituzioni e norme. Altri no. Noi a chiazze, territori sì e territori no, settori si e settori no. Poi va dato merito al lavoro tenace, spesso solitario, spesso fragile persino nel negoziato interno ai poteri disciplinari accademici, degli economisti della cultura (una associazione, una rivista, un rapporto di analisi periodico[6] che - consentitemi di ricordare - per primo feci editare nella prima parte degli anni ’90 da Palazzo Chigi per alzare l’asticella della forza del messaggio contenuto) e si riaprì – ma a singhiozzo – il negoziato su un aggiornamento inderogabile. Le istituzioni rimasero un’altra volta indietro. Avanzò invece la ricerca accademica. E (proprio su questo si radicarono idee e metodi d’oltre oceano) l’onda della rivoluzione digitale fece affermare il tema professionale che Richard Florida aveva marcato con la sua teoria della “classe creativa[7]. Nell’interessante sconfinamento disciplinare prodotto dalla nuova ricerca accademica italiana, mi sia consentito almeno di citare il lavoro condotto in quegli anni dal professor Enzo Rullani sull’economia della conoscenza e sulle fabbriche immateriali[8].
Nel 2007-2008 (in quel contesto) si completava – per iniziativa dell’allora ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli – la grande ricognizione compiuta dalla commissione presieduta dal compianto professore Walter Santagata e costituita dai maggiori economisti della cultura italiani (ricordo qui, ritengo nel dispiacere di noi tutti qui presenti, la scomparsa di Paolo Leon che era parte di quel tavolo).
Commissione che ho avuto l’onore di coordinare, che ha fatto evolvere in modo rilevante l’approccio metodologico al campo di analisi e al rapporto con gli orientamenti delle policies.
Il capitolo finale del Rapporto conteneva raccomandazioni e indicazioni di politiche culturali attuabili sia nel lungo periodo (18 Decisioni Fondamentali) sia nel breve periodo e nei diversi settori culturali (72 Azioni)[9].
Nell’apertura del nuovo secolo si profilano in questo ambito nuove iniziative di connessione tra politica e sistema di impresa. Per alcuni si tratta di sollecitare la modernizzazione del tradizionale artigianato, per altri si disegnano nuove aree di implementazione delle economie digitali, per altri ancora si cercano soluzioni di riscossa e di cambiamento di territori coinvolti nel declino industriale. Si consolida, a buoni conti, una visione di creatività per la qualità sociale che espressamente salda l’intera tematica al rapporto tra valorizzazione dei nuovi talenti (i meriti) e di risposte nei processi formativi e normativi ad un bisogno di non omologare la perdita di identità nazionale nella globalizzazione. Al contrario si tratta di caratterizzare i processi globali con uno spazio più robusto dell’offerta delle qualità tradizionali nazionali a cui paesi come Italia, Francia, Gran Bretagna non possono che dichiararsi favorevoli e disponibili.
In questo filone di ricerca e di promozione vi è stato lo sforzo – fatto soprattutto negli ultimi due decenni – di realtà quali Symbola, Civita, Federcultura, a cui si devonoanalisi e proposte parte ormai della cultura condivisa di chi aspetta ancora una compiuta modernizzazione dell’approccio istituzionale alla materia.
 
Tre aree e tredici settori
 
Torno brevemente alle acquisizioni e ai risultati di quelle ricognizioni. Subito dopo cercheremo di fare qualche annotazione sui caratteri (risolti e irrisolti) del cambiamento che il decennio successivo ci riconsegna. La classificazione dei settori presi in considerazione da quel Rapporto innova anche un po’ sui criteri fino a quel punto invalsi internazionalmente, portando nel compendio anche le industrie del gusto in precedenza non rubricate. La tabella è rimasta sostanzialmente rispettata anche nelle ricerche successive.
 
I settori delle industrie culturali e creative
 
Cultura materiale
-          Moda
-          Design Industriale
-          Artigianato
-          Industrie del Gusto
 
Produzione di contenuti, informazione e comunicazioni
-          Software
-          Editoria 
-          Radio e Tv
-          Pubblicità
-          Cinema
 
Patrimonio storico e artistico
-          Patrimonio Culturale
-          Musica e Spettacolo
-          Architettura
-          Arte Contemporanea
 
 
Ed ecco la sintesi dell’apprezzamento economico-finanziario dell’andamento di questi settori nel contesto italiano, qui solo nel totale 13 ambiti citati:
-         Valore aggiunto: 116 mld di €
-         Addetti:   2.855.900   
-         % VA sul PIL: 9,31%  
-         % addetti su occupazione totale: 11,79
 
 
Valori qui dettagliati (con dati che si riferiscono all’anno 2004)
                             Settori                                           Val. Agg. (mln.€)        Addetti (migliaia)     % VA su PIL   % addetti su occ. tot
 
               Cultura Materiale
-          Moda                                                                   38.024,2        1.112,6         3,04%        4,59%
-          Design Industriale e Artigianato                   19.659,7           520,7         1,57%        2,15%
-          Industria del Gusto                                            5.054,8            125,1          0,40%        0,52%
Industria dei Contenuti, dell'informazione
e delle comunicazioni
-          Software                                                            14.641,4            282,7         1,17%         1,17%
-          Editoria                                                              10.781,8            224,9         0,86%          0,93%
-          TV e Radio                                                          4.070,8              89,4          0,33%          0,37%
-          Pubblicità                                                           2.405,8              64,9          0,19%          0,27%
-          Cinema                                                               1.929,8              37,6           0,15%          0,16%
Patrimonio Storico e Artistico
-          Patrimonio Culturale                                      7.811,0             105,4           0,63%          0,44%
-          Architettura                                                     6.683,5              172,3           0,54%         0,71%
-          Musica e Spettacolo                                       5.186,2              120,2           0,42%         0,50%
-          Arte Contemporanea                                        357,2                -                  0,03%               -
-          TOTALE                                                             116.606,2          2.855,9         9,31%        11,79%
____________________________________________________________________
 
Utilizziamo questo quadro di riferimento perché esso ha una specificità di adattamento alle condizioni italiane ancora interessante. Oggi possiamo rubricare una decina di approcci metodologici alla classificazione internazionale dell’economia della creatività, ognuno dei quali con specificità e originalità, che rendono i dati strutturali complessivi poco comparabili e con moltissimi scostamenti. Esistono comunque ottime tabelle riassuntive che aiutano nei percorsi definitori[10].
I rapporti recenti di Symbola (2015 e 2016)[11], pur con diversi approcci classificatori che ridimensionano i valori complessivi, sono utili per capire le interdipendenze di questi settori nell’economia nel suo complesso.

Osserva Ermete Realacci: “
Il ‘sistema Italia’ deve molto alla cultura e alla creatività: il 6,1% della ricchezza prodotta in Italia nel 2015, pari a 89,7 miliardi di euro. Ma non finisce qui: perché il Sistema Produttivo Culturale e Creativo (SPCC) ha sul resto dell'economia un effetto moltiplicatore pari a 1,8. Per ogni euro prodotto dal SPCC, se ne attivano 1,8 in altri settori. Gli 89,7 miliardi, quindi, ne ‘stimolano’ altri 160,1, per arrivare a quei 249,8 miliardi prodotti dall’intera filiera culturale, il 17% del valore aggiunto nazionale, col turismo come principale beneficiario di questo effetto volano. Più di un terzo della spesa turistica nazionale, esattamente il 37,5%, è attivata proprio dalla cultura e dalla creatività”.
 
Richard Florida – come ho prima brevemente accennato - è considerato il fondatore della prospettiva “professionale” rispetto al tema della creatività e la sua attenzione si è centrata sulla presenza e sul ruolo sempre più importanti, della cosiddetta “classe creativa” nell’economia contemporanea dei singoli paesi e in quella globale.  In Italia Irene Tinagli ha curato, in questa cornice, una ricerca sulla creatività presente in ciascuna provincia italiana utilizzando le categorie di Florida.
L’indice del talento è ricavato dagli indicatori sulla presenza della classe creativa, del capitale umano e dei ricercatori sulla forza lavoro totale. L’indice della tecnologia è ricavato dagli indici dell’high tech, dell’innovazione, della connettività high tech. L’indice della tolleranza è ricavato dagli indici di diversità, di integrazione e di tolleranza verso i gay. Tinagli e Florida hanno stimato che dal 1991 al 2001 la classe creativa in Italia è cresciuta del 128%, da meno di 2 a oltre 4 milioni di persone, passando dal 9% al 21% della forza lavoro complessiva[12].

 
Terza parte – L’aggiornamento dell’analisi
 
Intanto appare evidente che l’area qui identificata come “software” presenta oggi dilatazioni strutturali.
E’ chiaro che i limiti dell’individuazione tendono a non comprendere mai caratteri “hardware” dei settori stessi (per esempio per “architettura” si intendono gli studi di progettazione, non i cantieri e l’edilizia). 
Ma è evidente che una parte rilevante delle start up innovative oggi confondono facilmente ambienti di lavoro e condizioni di immaterialità, così che solo partendo da questo elemento molti dati andrebbero scomposti e ricomposti.
Ho riattivato per l’occasione di oggi i contatti con il nucleo di ricerca di base di quell’esperienza (che è rimasto in attività universitaria nel settore, con ottima esposizione agli studi più avanzati internazionali[13]) e questa è in grande sintesi la valutazione degli andamenti dell’ultimo decennio.
 
La griglia delle categorie
 
In linea di massima la griglia delle categorie proposta nel Libro Bianco è rimasta uguale a sé stessa, anche se successivi studi (almeno per l’Italia) hanno proposto differenti raggruppamenti delle categorie.
Gli operatori si riferiscono soprattutto ai Rapporti Symbola “Io sono Cultura che hanno proposto una misurazione costante dal 2011 delle Industrie Culturali e Creative in Italia.
Nel rapporto 2016 si propone una tabella abbastanza illustrativa della ri-categorizzazione proposta che prevede Industrie culturali, Industrie Creative, Patrimonio Storico Artistico, Performing Arts e Arti visive e infine il settore Creative Driven (che include molto del Made in Italy - Moda, artigianato e gastronomia, della precedente classificazione).
Al di là della riclassificazione, il Rapporto Symbola, ponendo l’enfasi sulle produzioni del Made in Italy come componente rilevante dell’economia creativa e culturale italiana, appare molto vicino allo sforzo di classificazione fatto nel Libro Bianco della Commissione Santagata.
Le stime del Rapporto Symbola 2016 indicano che il settore complessivo raggiunge un po’ più del il 6% del PIL e dell’occupazione. Ma le cifre non sono metodologicamente comparabili con quelle del Libro Bianco, perché le attività economiche incluse nei diversi settori sono diverse.  
Per l’aggiornata definizione delle aree utile il riferimento, principalmente, a due fonti:
  • la ricerca sulle realizzata dalla Pricewaterhouse Coopers con l’obiettivo di individuare le aree più significative nella sfida sulla creazione delle strategie future [14]
  •  il testo di Charles Landry che, con l’obiettivo di definire la visione dell’arte del city-making per le città del ventunesimo secolo, riassume vent’anni di riflessioni di questo autore [15].
 
Nuovi nessi
 
E’ chiaro che il bisogno di aggiornamento, autorevole e condiviso, delle classificazioni, comporta oggi tre segnali di evidenza:
·         L’espansione dell’area della ricerca scientifico-tecnologica applicata ai processi creativi (appunto ciò che anni fa andava sotto la voce “software”) è divenuta una ineludibilità relativa a qualunque necessità di rendere valutabile ed economicizzabile l’applicazione stessa;
·         La dimensione di una economia ambientale che va considerata in positivo come fattore costitutivo di attività creative e produttive specifiche e come fattore strategico dell’attrattività; e va considerata in controluce rispetto alle crisi ambientali, soprattutto riguardanti catastrofi; cosa che permette di riportare come pre-condizione anche del rapporto turismo-cultura il tema dell’assetto idro-geologico e territoriale del paese.
·         La valorizzazione dei nessi e delle interdipendenze, come questione della gestione economica e regolatoria di sistema che definisce a sua volta professionalità specifiche nella relazione tra istituzioni e imprese per il governo del settore.
 
L'incidenza del lavoro in rete e nei processi digitali
 
Manca nelle analisi correnti una risposta esaustiva perché non si evidenziano nei diversi rapporti sulle industrie creativi statistiche coerenti nel metodo e anche attendibili su questo fenomeno. Molti studi riconoscono il sempre maggior peso della digitalizzazione e dell’economia creativa in rete, ma considerando la difficoltà di rilevazione da parte degli uffici statistici delle attività e transazione in rete, ci si basa al più su sporadici dati raccolti ad-hoc. 
 
Alla domanda : “Cosa le politiche pubbliche italiane hanno accolto del repertorio di raccomandazioni di quel rapporto?” si risponde:
Considerando il numero elevato di raccomandazioni presenti nel rapporto del 2008, messo in un cassetto dal ministro Sandro Bondi e mai più dissepolto, non è facile verificare se e in che modo politiche italiane o a livello europeo abbiano recepito dettagliatamente di quelle proposte. Potrebbe essere volontà delle Amministrazioni più esposte promuovere questo esercizio utilissimo da fare, anche per risollevare il dibattito sul tema. Quello che emerge interrogando gli operatori è che in realtà in Italia il tema delle industrie creative (e quindi l’accoglienza delle raccomandazioni) non ha avuto un seguito concreto e sistematico nelle politiche nazionali. Per fare un esempio, la proposta di dare una maggiore centralità al Mibact su questi temi in coordinazione con altri ministeri non è stata mai presa davvero in considerazione. Anzi l’obiettivo all’origine riguardava anche il cambiamento della stessa denominazione del Mibact comprendendo la parola “creatività”. E il nodo – già evidente alcuni fa – dell’ambito della regia istituzionale sulla materia non è sciolto. La riforma del Mibact e le ultime politiche messe in atto, per quanto molto condivisibili, si sono in gran parte concentrate sulla valorizzazione del patrimonio storico-artistico, ma non sull’economia creativa.
 
Seconda domanda : “le politiche europee che sviluppo hanno avuto?”
Dal 2008 in avanti le industrie creative sono entrate in modo più esplicito nell’agenda politica della UE, sia attraverso la pubblicazione del Libro verde della Commissione, sia attraverso il nuovo programma Europa Creativa. La Commissione Europea sta preparando un nuovo studio sull’economia creativa basato sull’approccio di filiera preparato sempre da KEA (alcuni elementi si possono desumere da anticipazioni che sono in rete). In realtà l’approccio metodologico di focalizzarsi sulle filiere si ispira in parte all’esperienza del Libro Bianco, anche perché chi in Commissione sta seguendo lo studio è Erminia Sciacchitano, che fu membro della Commissione del Libro Bianco.
 
Il nodo culturale del Libro bianco del 2008 puntava all’obiettivo della “qualità sociale” della creatività . Domanda: “Siamo ancora su questa strada?”
Negli ultimi anni, dopo la pubblicazione del Libro Bianco, sempre più studiosi e policy maker che avevano posto maggiore enfasi sugli aspetti economici della creatività stanno riconoscendo le limitazioni di questo approccio restrittivo (che Walter Santagata nel suo ultimo libro “il Governo della Cultura[16] aveva denominato “fase economicistica”) e abbiano iniziato a orientarsi verso aspetti di qualità sociale. Per fare un esempio concreto, due importanti fondazioni di origine ex bancarie come la Cariplo e la Compagnia di San Paolo hanno sviluppato dei programmi dedicati alla "Innovazione Culturale”, nozione che è all’intersezione proprio dei temi creatività, cultura e qualità sociale.
 
Un’ultima domanda: “Quale è dunque oggi il nostro posizionamento?”
Con la memoria alla stagione che coinvolge la progettazione socialista dei primi anni ’80 e che ha trovato qualche sostanziale aggiornamento nei citati percorsi di ricerca è ora naturale chiedersi se la chance italiana nel settore sia oggi maggiore o minoreperché malgrado il nostro “posizionamento strutturale" l’effetto sulla crescita resta modesto.
Per capire il nostro posizionamento è bene far breve riferimento al cambio di paradigma di molti paesi soprattutto anglosassoni fin dalla metà degli anni ’90. Proprio il cambio di “attenzione politica” nasce in Australia. Era il 1994, infatti, quando l'allora Premier laburista Paul Keating presentò il primo rapporto sul tema, che già nel titolo – Creative Nation - indicava un obiettivo preciso. In quel lavoro - preceduto da una lunga consultazione con personalità della cultura e delle industrie creative - si trovano concetti che anticipavano futuri sviluppi. Dal fatto di avere "molto da guadagnare e poco da perdere dall'aprirsi al mondo", al considerare la cultura "perno della identità del Paese" e "generatrice di ricchezza", sino all'affermazione per cui "politica culturale è politica economica". Un documento che guardava avanti.
Nel 1998 arriva anche il primo Rapporto britannicosul tema. In Italia, tenendo conto delle dichiarazioni di governo – oltre al passaggio (rimasto di studio) del 2008 – si deve arrivare all’attuale governo che per bocca del Ministro Dario Franceschini ha fatto fare marcia indietro allo stereotipo maturato – un po’ per una battuta paradossale di Tremonti ma alla fine anche tradendo culture politiche – attorno all’idea che "con la cultura non si mangia".
Vi sono paesi – come detto – in cui dagli anni ’90 si percepiscono i benefici di una politica attenta e costante in ordine all’economia della creatività. In Gran Bretagna le consegne sono passate da Tony Blair, a Gordon Brown, a David Cameron. E regolarmente i rapporti di governo segnano i risultati: il settore cresce oltre volte di più della media nazionale, conta più del manifatturiero, della finanza, delle costruzioni, oltre due milioni e mezzo di addetti, un fatturato che ormai sfiora gli 80 miliardi di sterline.
Il Global Creative Index vede al primo posto degli Stati creativi l’Australia da alcuni anni. Il fenomeno è stato ben spiegato di recente da Alberto Magnani sul Sole 24 ore[17]. Ed è ancora la qualità e la costanza della politica a fare la differenza. Così come nei territori urbani sono stati piani coordinati a fare la differenza: Barcelona Creativa, Creative Shangai, Buenos Aires Creativa, Creative Lagos, per fare solo qualche esempio.
Nel gruppo di testa oggi – oltre all’Australia – paesi che hanno messo una marci in più: la Finlandia, l'Olanda, la Svezia, la Nuova Zelanda, Singapore, per citare i primi, ma anche la Germania evolve verso risultati molto significativi. L’Italia è al 21° posto. Dietro all’Austria e davanti al Portogallo. 
 
Ha osservato Giampaolo Manzella (che fu membro del team amministrativo del Libro Bianco):
“Si può sicuramente recriminare sui metodi di calcolo e di valutazione utilizzati per questa classifica che non catturano appieno le specificità del modello italiano. Quello su cui invece si non può recriminare è un'altra cosa: l'assenza di una politica nazionale per la creatività, proprio del tipo di quella avviata in Australia nel 1994”[18].
 
Quarta parte – Brevi conclusioni
 
Vi sono dunque alcuni elementi in evidenza nelle argomentazioni sull’esigenza di invertire la rotta.
 
·         Expo 2015 ha concentrato di più l'attenzione del mondo sul Made in Italy. L'opinione comune ha oramai chiaro che "con la cultura si mangia" e che la parola creatività non è più fondata su connotati “frivoli”, anche se un po’ di leggerezza è parte del successo.
·         Questa esperienza ha lasciato punti di forza (tra cui il ruolo di Milano), ma anche ha – per ricordare un’espressione di Giorgio Ruffoloallungato ancora di più il paese in condizioni che, in alcuni contesti e in alcuni settori, sfiorano la rottura della corda che tiene faticosamente il legame. 
La citazione del punto di partenza di una recente inchiesta di Dario Di Vico sul Corriere [19] è specificatamente a questo punto:
“Quanto dista Milano dal resto d’Italia? Tanto, viene da rispondere e la stessa percezione la deve aver avuta ieri il premier Matteo Renzi dopo aver ascoltato in Assolombarda la relazione di Gianfelice Rocca. Mentre il presidente degli industriali milanesi sciorinava i numeri che fotografano lo straordinario balzo in avanti della città, molti in sala hanno avuto la sensazione di leggere la carta d’identità (aggiornata) di una delle grandi capitale terziarie d’Europa. Il guaio è che mentre si riduceva il gap tra Milano e le Londra, le Parigi, le Francoforte, si andava ampliando quello tra la città di Ambrogio e il resto dell’Italia. Il motivo è doppio: da una parte Milano si è messa a correre ma dall’altra il Paese — preso nella sua media — non solo non ha fatto altrettanto ma nel complesso è rimasto fermo. Da qui l’appello di Renzi ai milanesi «a prendere per mano l’Italia», non per una breve stagione ma addirittura per i prossimi 20 anni”.
·         L'Europa si comincia ad impegnare sul tema in termini molto concreti: con l'incorporazione del tema nelle strategia di crescita comunitaria, con il programma Europa Creativa, con l'apertura alle industrie creative nei fondi europei, con una serie di progetti di collaborazione tra amministrazioni territoriali sul tema.
·         Alcune regioni italiane (Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte, Puglia, Lazio, Toscana), solo per fare qualche esempio hanno creato infrastrutture e ricognizioni che dovrebbero trovare un coordinamento forte per fare sintesi di esperienze ora ancora disperse. Ottimo, per esempio, il rapporto Ervet (Istituto per la valorizzazione del territorio dell’Emilia Romagna) del 2012.[20]
·         L’attenzione alla costruzione delle città metropolitane è oggi un punto cruciale per la riqualificazione nazionale del dibattito sull’economia creativa. La città metropolitana, la cui definizione amministrativa e politica varia sensibilmente nelle diverse parti del mondo, è al centro dell’interesse ovunque in quanto il fenomeno della città diffusa che concentra saperi, risorse e larga parte dei consumi, si sta diffondendo a livello globale. Il dibattito è ampio e complesso e si sviluppa da molti anni. Esso è bene illustrato da molti autori negli ultimi dieci anni. In Europa. Su questo, un punto avanzato di discussione è in Germania, con il beneficio sia del suo sistema federale sia degli impulsi dati al regolato ruolo competitivo delle città[21].
·         Alcuni mesi fa è stato presentato a Milano il “Primo Studio sull’Industria della Cultura e della Creatività”[22], realizzato dalla Ernst &Joung con uno stile comunicativo inedito, con prefazione del Ministro Dario Franceschini in cui per la verità non viene nemmeno citata l’esperienza del Libro Bianco (pur essendosi svolta in quell’Amministrazione). Magari siamo in progressione qualitativa, ma anche per questi dettagli è evidente che serve una regia che curi da vicino il rapporto tra esperienza e strategia competitiva. E da questo punto di vista le culture amministrative che prevalgono nei nostri ministeri giocano un ruolo decisivo, da questo punto di vista spesso frenante.
·         Presso il Ministero per lo Sviluppo Economico è stata costituito un Ufficio dedicato alle industrie creative che è parte di un concertazione istituzionale che può e deve riprendere. Anche qui sarebbe utile capire con quale collocazione nelle interdipendenze.
·         Il disegno di questa stessa nostra conferenza fa intendere che il tema potrebbe avere una rivisitazione importante nelle strategie di coordinamento economico, culturale e sociale in cui potrebbe coinvolgersi la Presidenza del Consiglio dei Ministri. I punti di forza e di debolezza della relazione tra istituzioni e sistema di impresa restano – nel merito generale (con variazioni contestuali ma non strutturali) – scritte nelle Raccomandazioni del Libro bianco del 2008.
·         Valore in sé e nelle potenzialità espansive del settore chiedono un aggiornamento autorevole e un disegno delle relazioni permanenti che debbono nascere in tutto il Sistema Paese. Molti operatori (imprenditoriali e professionali) debbono essere aiutati ad uscire da un certo solipsismo a volte snob altre volte disilluso. L’aggiornamento della riflessione sulla modernizzazione dell’artigianato deve convergere in questa visione di insieme e le risorse di analisi che il nostro sistema universitario contiene devono essere messe a disposizione di uno schema che non si può accontentare di svolgere solo “ricerca”.
 
 
 


[1] Professore universitario (nel raggruppamento di Economia e gestione delle imprese-area Marketing pubblico, docente di discipline nell’ambito delle Scienze della comunicazione all’Università IULM di Milano), già dirigente della Rai, direttore generale dell’Istituto Luce, direttore generale dell’informazione e dell’editoria alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Attualmente anche presidente del Comitato Brand Milano.
[2] Daniel Bell, L'avvento della società post-industriale. Harper Colophon Books, New York, 1974.
[3]Daniel Cohen, Tre lezioni sulla società post-industriale, Seuil, Parigi,2006.
[4] Nel progetto di “Siena capitale europea della cultura 2019”, di cui Pier Luigi Sacco è stato responsabile.
[5] Nello Stato spettacolo – Cinquanta idee, dieci proposte per la cultura italiana – a cura di Vittorio Giacci, Bruno Pellegrino e Stefano Rolando – Conclusioni di Claudio Martelli, Guanda editore, Milano, 1983.
[6] Associazione per l’economia della cultura – Rapporto sull’economia della cultura in Italia (1980-1990) – Presidenza del Consiglio dei Ministri-Dipartimento per l’informazione e l’editoria, Roma, 1994. 
[7] Richard Florida, L’ascesa della nuova classe creativa. Stili di vita, valori, nuove professioni, Mondadori, 2003.
[8] Enzo Rullani, Città e cultura nell’economia delle reti, Il Mulino, 2001; La fabbrica dell’immateriale, Carocci, 2004; Economia della conoscenza, Carocci, 2004; Creatività in rete (con Francesco Prandstraller), Franco Angeli 2009.
[9] Walter Santagata (a cura di) – Libro bianco sulla creatività. Per un modello italiano di sviluppo (con molti autori nei capitoli tematici).Editrice Università Bocconi, 2009. Il Rapporto è altresì consultabile integralmente in rete (anche in versione inglese):
 
[10] Nel dibattito in corso abitualmente si fa riferimento ai seguenti rapporti – di cui si trova ampia traccia in rete – pubblicati dal 2006 al 2015: KEA (2006), Unesco (2009), Unctad (2010), Oecd (2011), Eurostat (2012), ESSnet-Culture per Commissione UE (2012), Wipo (2015) , oltre al Libro bianco sulla creatività Mibact 2008 (e pubblicato nel 2009).
[11] Io sono cultura-L’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi - Rapporti per il 2016 e per il 2015 di Symbola e di Unioncamere, presentato da Ferruccio Dardanello, presidente Unioncamere e da Ermete Realacci, presidente Fondazione Symbola, in un quadro di pubblicazioni che iniziano nel 2004.
[12] Irene Tinagli (con Richard Florida), Europe in the Creative Age, Demos, Londra, 2004.
[13] Con specifico riferimento al dott. Enrico Bertacchini.
[14] Pricewaterhouse Coopers, Cities of the future: Global competition, local leadership, rapporto realizzato nel 2005.
[15] Charles Landry, The art of City Making, Routledge, Londra, 2006
[16] Walter Santagata, Il governo della cultura – Promuovere sviluppo e qualità sociale, Il Mulino, Bologna, 2014.
[17] Alberto Magnani, Perché l’Australia è il paese più creativo al mondo (e l’Italia è 21ma), Il Sole 24 ore, 27 gennaio 2016.
[18] Giampaolo Manzella, Riprendere il filo della creatività, Huffington Post Italia, 11.2.2015.
[19] Dario Di Vico, Il paradosso di Milano che si avvicina all’Europa e distacca (ancora) l’Italia - La città è in trasformazione, sta diventando un hub della conoscenza e della creatività - Corriere della Sera, 10 ottobre 2016.
[20] Ervet, Cultura%Ceatività. Ricchezza per l’Emilia Romagna (aprile 2012)
[21] Il punto di riferimento è ancora considerato il saggio di Klaus R. Kunzman An Agenda for Creative Governance in City Regions (2004), con sviluppi di ricerca e scrittura fino al 2015.
[22] Primo Studio sull’Industria della Cultura e della Creatività – Rapporto realizzato da Ernst &Young, presentato alla Triennale di Milano il 20 gennaio 2016 dal ministro Dario Franceschini con il supporto delle principali associazioni di categoria, guidate da MiBACT e SIAE.
 
 
Comunicazione pubblica e cambiamento sociale e politico (22.11.16)
                                                                      
Festival della comunicazione sociale (Milano 21-23 novembre 2016)
La comunicazione pubblica nel cambiamento della società e della politica [1]
 
Questa ampia conferenza casca nel momento giusto – sia in questa città che nel paese – per un bilancio con gli occhi puntati al futuro su un tema evidente : qual è il grado di libertà che abbiamo raggiunto nel riequilibrare i messaggi dei poteri (che hanno risorse e opportunità di comunicazione) con i messaggi dei saperi e con i messaggi dei bisogni che, avendo meno risorse, hanno però idee, necessità, intelligenza, spirito pubblico e voglia di contribuire agli interessi generali.
E’ proprio una questione di libertà, rispetto al cui standard non basta dire che le leggi non prevedono censure. Perché come sappiamo le censure sono messe in atto da tanti altri fattori, per lo più extra-normativi.
E’ un tema che porta dritto ad esaminare la comunicazione sociale in rapporto a quella pubblica e a quella di impresa – che è da sempre il mio campo preferito di studio e di applicazioni – e vi ringrazio davvero per avermi dato la possibilità di aggiornare con l’occasione di oggi le cose che vado dicendo da tempo, cercando quando possibile e giusto anche di “cambiare idea” o almeno di “cambiare visuale”.
Per stare nei tempi vado per “punti”, non per “racconti”.
 
La fine del ‘900 – La stagione delle separatezze
Tra gli anni ’80 e la fine del secolo abbiamo assistito a un bisogno di individuazione e di distinzione – fino ad arrivare anche a un certo antagonismo – delle forme diverse che la comunicazione assumeva e assume a seconda delle fonti che la animano e degli obiettivi che la ispirano.
La comunicazione di impresa ha accentuato la sua tendenza ad assecondare un marketing sempre più selettivo (perché contenitore di costi); si è legittimata – per superare le barriere della cosiddetta giungla mediatica – in forme espressive sempre più suggestive, dove il problema principale non è quello di dire la verità ma quello di stimolare un atto di acquisto; si è dunque sempre più misurata sulla capacità di muovere quote di mercato. So che ha fatto anche altro, ma questi sono stati i trend forti.
La comunicazione pubblica – allora si diceva quasi come sinonimo di “comunicazione istituzionale” – era alle prese con la storica questione di cancellare la regola aurea del silenzio e del segreto per imporre la regola della trasparenza e dell’accesso; obiettivo normato ma poi non sempre raggiunto, comunque cominciando a dotarsi di un po’ di cultura della spiegazione e dell’accompagnamento e avendo chiaro che il proprio marketing aveva carattere opposto a quello di impresa, perché per lo più “inclusivo”.
La comunicazione sociale metteva a fuoco nuovi codici di advocacy, dando voce a bisogni ancora non normati e quindi puntava a costruire visibilità per nuovi diritti.
La comunicazione politica aveva ancora chiaro il principio della democrazia della spesa: voti connessi a priorità, cioè diritto della rappresentanza di annunciare e perseguire le priorità, operando selezione tra diritti invocati e normati e comunicando strategie per ampliare redditi, investimenti, servizi.
 
Questi ultimi venti anni – Nuove trasversalità
La globalizzazione ha alzato le poste competitive dappertutto e in ogni settore. E così la comunicazione di impresa è stata sospinta a sostenere molte delle “bolle” generate dalla finanziarizzazione dell’economia rispetto all’economia reale. Sono cresciute le dinamiche manipolatorie e i costi della comunicazione hanno prodotto censure rispetto al diritto di affaccio – invocato da un numero crescente di operatori - alla competizione commerciale.
Il pluralismo mediatico e soprattutto la riorganizzazione in senso funzionale (più che sociale o culturale) della rete sono state alcune risposte a questa tendenza.
Tra comunicazione politica e comunicazione istituzionale si è creata una forte commistione, in verità mettendo in luce diverse abitudini tra i paesi: alcuni hanno mantenuto la distinzione, altri hanno proceduto nella commistione. Tra questi ultimi anche l’Italia. Ciò ha aumentato il peso dei format propagandistici (rispetto a quelli pedagogici e di servizio) e ha relegato (anche se non sempre) le istituzioni a svolgere caso mai funzioni confezionatorie.
Ma la crisi di reputazione della politica, spesso in disperata diffusa ricerca di visibilità, ha occupato molti spazi che avrebbero dovuto essere di servizio pubblico e ha prodotto attorno a temi di grande interesse generale (migrazioni, welfare, salute, educazione, ambiente, sicurezza, eccetera) una semplificazione continuamente oscillante tra la rassicurazione banale e l’allarmismo incauto con modesto, se non modestissimo, contenuto per la responsabilizzazione partecipativa dei cittadini.
Il risultato è stato di confusione tra i settori, di sostanziale stand by dei processi di modernizzazione di un settore appena riavviato e alla fine – nelle maglie della crisi economica – ha suscitato la punizione dei tagli che hanno colpito i bilanci di comunicazione prevalendo l’orientamento delle magistrature amministrative che non ravvedevano in essi il perseguimento di una vera strategicità funzionale ai compiti istituzionali.
La comunicazione sociale ha visto spostare nel campo letterario, artistico, soprattutto musicale le nuove forme di rivendicazione di bisogni, diritti e soprattutto di manifestazione identitaria. Nel suo specifico ha visto crescere gli obiettivi di concorrere anzi di promuovere il finanziamento alle cause (strutturandosi quindi come leva del fundraising) con scarsa sinergia nelle funzioni concrete di accompagnamento sociale e con poche continuative esperienze di sussidiarietà.
 
In definitiva
La spinta teoricamente positiva della competitività a 360° - con poche salvaguardie di servizio pubblico – ha prodotto acuti bisogni di visibilità (per la politica, per il sistema associativo, per soggetti incappati in varie crisi di disintermediazione) che ha finito per “privatizzare” (anche culturalmente) il grosso dei messaggi comunicativi, dimenticando spesso le modeste condizioni culturali e di alfabetizzazione della società nel frattempo più ibridata, più polarizzata, più proletarizzata.
Ciò ha lasciato alle ritualità, in particolare alla santificazione del format degli “eventi”, a fattori simbolici non riconducibili ad incremento pubblico di sapere, una parte rilevante di ciò che in generale dovrebbe andare sotto la voce “comunicazione pubblica”.
L’effetto propagandistico della comunicazione trasversalizzata – venduto spesso come libertà e leggerezza della comunicazione – è cresciuto diminuendo il valore aggiunto sociale. E così il demone del ‘900 – contro il quale si era lavorato per decenni – si è presentato sotto nuove forme.
 
 
Ricomporre ora uno schema pubblico-privato e socialmente significativo della comunicazione
La prima constatazione che vorrei fare – per conoscenza diretta dei contesti – è che vi sono ancora importanti minoranze etiche in tutti i campi di gioco.
Le imprese che operano significativamente nel capo della qualità della vita hanno infinite ragioni di spiegazione.
Le istituzioni che non demordono rispetto al principio “ignorantia legis non excusat” – vivono drammaticamente il tema della pedagogia civile rispetto a leggi e servizi e non si accontentano di vedere in rete tutte le normative prodotte nel mondo e nemmeno di accontenterebbero di sapere che la crisi del Sole 24 ore (che pure dà il suo contributo) andrà a buon fine.
La politica che cerca di recuperare il rapporto tra funzionamento delle istituzioni e qualità sociale (hanno torto coloro che dicono che è del tutto sparita) vorrebbe arginare la demagogia corrente sperando in un patto possibile con il sistema mediatico (questa sì è una speranza più tenue).
La crescita di impegno sociale (soprattutto nelle cause globali) – con istanze civili, professionali, religiose – introduce un rapporto tra competenza e verità che motiva il nuovo corso della comunicazione sociale.
In questo quadro credo che Pubblicità Progresso – che ha cercato di mantenere un profilo sostanzialmente valoriale – potrebbe essere sede di alcune preziose mediazioni.
Questi schematici spunti inducono a pensare che sia possibile rimescolare le fonti che si sono affermate divise: teoricamente, professionalmente, disciplinarmente.
 
Conclusioni
Ho fatto esperienza professionale in tutti i citati campi. Una volta è stata la qualità del prodotto, un’altra volta il processo normativo, un’altra ancora il dibattito deontologico. Ora penso che:
Non ci si salva se non si trova una posizione comune (almeno di metodo) con l’Europa e con il quadro OCSE. In particolare va perseguita l’idea che in Europa si possono ridefinire gli statuti professionali e disciplinari di queste materie.
Non si migliorano le prestazioni per i cittadini se non si trova il modo di dare gambe - almeno in certi ambiti in cui non c’è riserva di esclusività per lo stato – a forme operative di sussidiarietà, soprattutto territoriale. Cercando di mettere in convergenza soggetti implicabili e risorse che hanno la convenienza a responsabilizzare cittadini e utenti.
Non si creano nuove consapevolezze se non si ripensa a fondo l’offerta formativa in atto fondata spesso su ripetizioni di astrattezze, di format spesso generati dalle multinazionali della consulenza e, nei casi migliori, da un eccesso di prevalenza del “dover essere”.
Non si creano condizioni critiche sugli andamenti di cui parliamo se in materia di comunicazione pubblica (aperta al sociale, all’impresa, ai servizi) non si introducono principi seri di valutazione.
Non basta un appello generico al buon senso dei media. Ci sono i contratti di servizio tra lo Stato e la concessionaria di servizio pubblico per orientare questo processo con la forza che merita.
 
 
 
 
 
 
 
 
 


[1] Relazione introduttiva alla giornata del Festival della Comunicazione sociale dedicata al tema “Dialogare con i cittadini”, promosso da Pubblicità Progresso con il Patrocinio di Comune Milano e Regione Lombardia e il sostegno della Fondazione Cariplo (Milano, Palazzo Reale, 22 novembre 2016)
 
La tv del domani sarà su cellulari e tablet (Avvenire,28 giugno 2016)
Intervista quotidiano Avvenire (28 giugno 2016)
Ma la tv del domani sarà su cellulari e tablet
(a cura di Giacomo Gambassi)
 
Stefano Rolando
Professore di Politiche pubbliche per le comunicazioni all’Università Iulm di Milano. Componente del Corecom della Lombardia. Già membro del Consiglio superiore delle Comunicazioni
 
1.       In Italia si guarda al T2. Poteva già essere adottato con il passaggio al digitale terrestre negli anni scorsi?
No, se non modificando radicalmente le cose e ripristinando il controllo pubblico su un bene come le frequenze. Il che politicamente in Italia non era possibile.
 
2.      Dietro alle questioni tecniche ci sono cioè nodi politici ancora irrisolti ?
Certo che ci sono, sia in relazione all’occupazione dell’etere che alla mancanza di una pianificazione delle frequenze che possa dirsi “rigorosa”. Il passaggio dalle trasmissioni analogiche a quelle digitali avrebbe potuto porre rimedio, separare cioè realmente i fornitori di contenuti delle emittenti. Per cui basta una semplice autorizzazione dagli operatori di rete gestori dei canali frequenza, i cosiddetti multiplex, rompendo definitivamente con il vecchio modello del broadcaster verticalmente integrato. In Francia lo si è fatto nel 1974, con la nascita di società editoriali delle tre emittenti pubbliche distinte dalla società unica di gestione delle torri che anche dopo la deregulation del mercato è rimasta praticamente l’unica a gestire anche il trasporto dei segnali delle emittenti private. In Italia, sia pure con società distinte un soggetto operante nel mercato televisivo terrestre, può invece continuare ad essere proprietario di fatto di un bene pubblico come la frequenza sulla quale ormai può imbarcare anche emittenti di terzi. Per le tv locali il valore del loro asset era e rimane la frequenza e non certo i contenuti spesso appaltati a chi fornisce televendite e altre cose di questo genere.
 
3.      Ritiene che avremo un secondo switch-off con tutte le difficoltà e i problemi che quello precedente ha comportato? Il T2 porterà benefici "diretti" per il pubblico televisivo?
Si, ma occorre bene governare questo secondo switch off. Come è stata particolarmente delicata la transizione dall'analogico al digitale, a causa dell'occupazione selvaggia dello spettro e dell'assenza nei fatti di una seria pianificazione di un bene pubblico come le frequenze, altrettanto se non più complessa è la transizione nell'ambito del digitale terrestre DVB-T.
Lo è tanto più dopo che gli ultimi dieci canali UHF da 60 a 70 sono già stati dismessi per le trasmissioni televisive e che anche la famigerata banda 700 (quella dei canali da 50 a 59) dovrà essere liberata entro il 2022. La Commissione europea avrebbe voluto che ciò avvenisse prima del 2020 per consentire un migliore sviluppo della telefonia mobile 5G, ossia di quinta generazione, che di fatto consentirà di veicolare la televisione via protocolli Internet e in nuove modalità in rete beneficiando di infrastrutture di reti molto più capillari e flessibili rispetto alle attuali vecchie torri. Per fortuna nel medio-lungo termine. Altri paesi sono pronti perché come nell'era analogica anche nell'era digitale non hanno occupato tutto lo spettro ma utilizzato da 6 a 8 canali frequenze, ossia ne hanno lasciati liberi tanti e quindi potuto pianificare con maggiore cura la transizione dall'analogico al digitale, quella dal T1 al T2, senza preoccuparsi troppo delle bande da liberare per le telecomunicazioni mobili.
 
4.      Il T2 è legato anche alla liberazione della banda 700. L'Italia ha ottenuto lo slittamento al 2022. Ci sarà spazio per tutte le emittenti (in particolare per tutte le tv locali) dopo questo ulteriore "taglio" dello spettro?
Ci sarà spazio sempre di più per gli editori di contenuti televisivi anche locali ma non per soggetti che vogliono essere anche operatori di rete, un mestiere complesso e destinato ad integrarsi con le future telecomunicazioni mobili. Occorre una netta separazione fra chi è l'editore e fornitore dei contenuti dell'emittente televisiva e l'operatore di rete che gestisce le frequenze.


5.      Guardando in prospettiva, il digitale terrestre è una tecnologia che garantisce il futuro della tv?
Da noi, plausibilmente, si affronterà seriamente la questione solo a pochi mesi dalla scadenza ultima imposta dall’Europa ovvero nel 2022 , che poi non è lontanissimo. La questione sarà più o meno complessa a seconda del successo della banda ultra larga in fibra sino a casa, dove si scontrano Telecom ed Enel. Il che pone forse un'ipoteca sul successo del piano. Dipende non solo dalle scelte politiche, ma anche dal mercato e dall’effettiva partenza anticipata delle reti mobili di quinta generazione che a mio parere faranno migrare sempre più fruitori di contenuti televisivi soprattutto per le news su smartphone tablet e postazioni mobili. A questo punto forse le tv locali cederanno le loro frequenze  e capiranno che non c’è futuro per le vecchie televendite nell’era in cui Amazon ti consegna un prodotto in meno di un’ora  e che, per sopravvivere, devono riqualificare i loro contenuti soprattutto informativi e i loro servizi di prossimità dove non arrivano i giganti
 


 
 
 
 
 
 
 
 
Come si organizzò il 40° della Repubblica (da Rivista it. di com.pubblica, su FB,17.6.2016)
Come si organizzò il Quarantennale della Repubblica
Un contributo alla storia della comunicazione pubblica in Italia nell’anno del 70° della Repubblica
Stefano Rolando
Il 70° della Repubblica, che cade nel 2016, è un evento celebrativo iscritto compiutamente nell’approccio storico. Non ci sono praticamente più “testimoni vivi” (salvo qualche eccezione) tra i protagonisti della vicenda politico-istituzionale che costituì il maggior fattore di discontinuità dopo la caduta del fascismo e la fine della guerra.
Per sette volte i “decennali” sono stati un momento per “regolare gli orologi” del rapporto tra istituzioni e cittadini sulla data fondativa della cultura pubblica del Paese. Talvolta con qualche tiepidezza, altre volte con maggiore impegno progettuale e organizzativo. Può essere di qualche interesse riproporre uno dei momenti – tra questi sette – che viene generalmente ricordato per la sua vivacità.
Porto qui infatti un piccolo contributo rievocativo che riguarda la progettazione e l’attuazione del 40° anniversario della Repubblica che cadde nel 1986, nel quadro del governo presieduto da Bettino Craxi, interagendo allora con una parte rilevante dei protagonisti del referendum e dell’istituzione della nuova forma costituzionale dello Stato.
Innanzi tutto quel quarantennale (rispetto al 2 giugno 1946) fu concepito in forte connessione con il quarantennale della Costituzione (approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947 e promulgata l’1 gennaio 1948). Essi cadranno sotto la responsabilità di due diversi governi (Craxi e Goria), ma entrambi con alto riferimento nel presidente della Repubblica (Francesco Cossiga) e con una supervisione politico-costituzionalistica di Giuliano Amato (nel primo caso sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, nel secondo caso vicepresidente del Consiglio e ministro del Tesoro).
Il trentennale della Repubblica (1976) era avvenuto con Leone al Quirinale, presidenza del Senato Spagnolli, presidenza della Camera Pertini, presidenza del Consiglio Moro (con Cossiga agli Interni, Rumor agli Esteri, Forlani alla Difesa e Andreotti al Bilancio). La celebrazione fu rituale (“un profondo e fecondo processo, tuttora in atto, di trasformazione della società italiana lungo la via, certo non facile, della sua elevazione morale ed economica”).
La parata militare venne rinviata a causa del terremoto del Friuli. Il dibattito sostanziale avvenne nel quadro politico culturale e se ne trova traccia in rete con un certo protagonismo della rivista Mondo Operaio (allora in dicitura staccata) grazie alla questione delle “incompiutezze”. Anche qui lavorava la penna di Giuliano Amato e stava al centro del dibattito un testo di Giorgio Amendola dedicato a Gli anni della Repubblica. Peter Nichols – dalle colonne del Times – dipingeva nubi sull’Italia, criticando la corruzione e segnalando la devastazione del terrorismo. Enzo Forcella (Celebrazioni di un trentennio) compiangeva la democristianizzazione italiana attorno all’ingessatura retorica della Repubblica.
L’86 appare davvero come un balzo in avanti enorme rispetto al clima di dieci anni prima. Domato il terrorismo e ridotta l’inflazione, il paese sta negoziando il suo posto nelle responsabilità internazionali. E il governo a guida socialista conquista un certo diritto alla stabilità, pur sempre insidiata da destra e da sinistra ma apprezzata dall’economia e dall’opinione internazionale.
Il punto “celebrativo” del quarantennale appare centrato su tre questioni: associare la riflessione storica sulle origini della Repubblica all’interpretazione della crescita del Paese, attraverso un inventario non retorico; allargare la base partecipativa all’Italia dei “cento campanili” in un protagonismo territoriale e sociale che le istituzioni repubblicane avevano marginalizzato; superare i confini della storiografia di un certo antifascismo di maniera (anche di “fazione”) recuperando una dimensione “nazionale” del rinnovamento della politica e delle istituzioni.
Era evidente che l’interpretazione stessa di quella metà degli anni ’80 come tribolata ma certa crescita del Paese, interna e internazionale, ispirava una linea di comunicazione istituzionale che parlava al Paese ma che a sinistra era contraddetta dall’idea del gruppo dirigente berlingueriano (come D’Alema ha più volte ricordato) sulla sostanza del “declino nazionale” circa quegli anni, così come da destra si proponevano barriere conservatrici riguardo alle proposte di riforma per consolidare la crescita stessa.
Il mio contributo sarà prevalentemente sulla progettazione e le realizzazioni comunicative di quell’evento, attorno a cui operavano alcune precise responsabilità: quella coordinante di Giuliano Amato, quella connessa alla lettura sociale e territoriale delle celebrazioni (che coinvolgeva l’apporto di Gennaro Acquaviva e il coinvolgimento del Censis), quella di una tessitura di un giornalismo a metà tra l’informazione e la storia (Antonio Ghirelli). E ben inteso quella del presidente del Comitato delle celebrazioni, il senatore a vita Leo Valiani (fiumano, combattente partigiano, azionista, radicale, repubblicano, storico contemporaneista).
Da un anno responsabile del Dipartimento Informazione ed Editoria di Palazzo Chigi (avrà questa dicitura solo dal 1988 con la riforma della Presidenza, ma vi arrivai nel 1985), assicuravo le risorse tecnico-creative interne per sostenere eventi, comunicazioni e progetti editoriali complessi in una fase in cui – comunicativamente – le istituzioni non erano più silenziate. Fondamentale la collaborazione degli Archivi di Stato, diretti dal 1982 da Mario Serio (in seguito a capo di tutta l’amministrazione dei Beni culturali, scomparso nel 2012).
Tralascio qui il resoconto degli eventi ufficiali. E tralascio anche il riscontro sui media e negli ambiti di dibattito pubblico che le proposte di riflessione avanzate dalle istituzioni provocarono. Ricordo solo che quel riscontro ci fu, una volta tanto non per “virgolettare” l’ufficialità ma per discutere (chi pro, chi contro) il ragionamento sulla crescita e sul concorso sociale e nazionale (a terrorismo battuto, o quasi, perché i colpi di coda vi furono) alla tenuta delle istituzioni.
Inutile – ma innegabile - ricordare che quella celebrazione avveniva a valle del settennato di Sandro Pertini, che aveva letteralmente ribaltato in senso positivo lo scollamento degli italiani dalla reputazione stessa del Quirinale. E avveniva nel ciclo maturo (e anche finale) di un governo che sulla “tenuta” del sistema Paese aveva speso molte energie.
La mostra all’Archivio dello Stato, all’EUR, su La nascita della Repubblica, ebbe centralità culturale tra gli eventi. Nel rivedere ancora oggi i due volumi dell’esposizione storico-documentaria e degli atti convegnistici di studi si ha un fremito di ammirazione per la dedizione, la competenza e la cura di quel comitato scientifico che presiedette all’evento: Leo Valiani, Renato Grispo, Aldo G. Ricci, Mario Serio e Giuseppe Talamo (con l’ordinamento di Giovanni Paoloni e il progetto tecnico di Giulio Savio). Un apporto prezioso che voglio ricordare fu quello di Giovanni Errera, segretario del comitato scientifico delle celebrazioni. Il mio team realizzativo editoriale faceva capo a Enrico Longo, era coordinato da Antonio Scaglione con la grafica da Fulvio Ronchi. L’inventario documentario resta insuperato e la qualità delle analisi coinvolse la prima fila degli studiosi di storia politica e istituzionale: Scoppola, Quazza, Spriano, Tamburrano, Bonaiuto, Pileri, Di Nolfo, Traniello, Ghisalberti, Morelli, Ruffilli, Fonzi, Spreafico, Monticone, Caracciolo, Barucci e, naturalmente, Valiani e Massimo Severo Giannini. Valiani – per raccordare storia e politica – coniò l’espressione della “legittimità di far storia riguardo ai tempi che viviamo”. Quanto alla mostra – che conteneva preziosità fotografiche, giornalistiche e di atti ufficiali (tra cui l’intero inventario di documentazione della formazione del simbolo della Repubblica) – essa resta tuttora una soddisfacente risposta a chi ritiene oggi che gli Archivi di Stato possono andare in malora.
Ma fu attorno ad un dossier di analisi, anch’esso edito dalla Presidenza del Consiglio, che si concentrò il rapporto tra rievocazione e bilancio. In copertina il trattamento grafico del quarantennale (Fulvio Ronchi) in cui linee parelle in vibrazione, quindi indicanti plasticamente “andamenti”, compongono al centro il numero 40 che utilizza i colori della bandiera nazionale.
Naturalmente al capo del governo toccava tirare le some di quel “grande viaggio dentro la libertà”. Ma solo citando le firme del fitto fascicolo di Vita italiana (speciale supplemento del n.3/1986) si comprende la ponderata proposta di testimonianza e di analisi. Dopo Francesco Cossiga e Bettino Craxi si leggono i contributi di Enzo Cheli, Andrea Riccardi, Arrigo Petacco, Ennio Di Nolfo, Simona Colarizi, Ugo De Siervo, Pasquale Saraceno, Guido Carli, Vincenzo Foa, Geno Pampaloni, Franco Monteleone. Poi una antologia di brani di Bracci, Garofalo, Nenni, Palermo, Romita, Sforza, De Gasperi, Togliatti, e anche di Umberto II e di Maria Josè, curata da Paolo Bagnoli; e le testimonianze raccolte da Jader Jacobelli di Andreotti, Bozzi, Fanfani, Jotti, Pajetta, Pertini, Saragat e dello stesso Valiani.
Nell’ultima parte il diritto all’opinione con cinque brani su “Avvenimenti in filigrana”: Giorgio Bocca, Riccardo Ruffilli, Giuseppe Galasso, Giorgio Spini e Paolo Spriano (ricordo la pazienza di Giuliano Amato per far rientrare il naso storto di Valiani attorno alla firma di Bocca).
Una parte rilevante del fascicolo fu curata dal Censis su “Temi e problemi della crescita socio-economica dell’Italia repubblicana”. Un documento arricchito di tabelle e andamenti che argomentava la sintesi assai comunicativa di Giuseppe De Rita: “Siamo più longevi, ricchi, scolarizzati, motorizzati, proprietari di casa, vacanzieri, garantisti (per la salute e la pensione), consumisti, teledipendenti. Siamo meno prolifici, emigranti, appassionati di cinema, paesani, sicuri della propria sicurezza (nel traffico come nella vita delle città), attaccati alle certezze tradizionali”. Come si vede la cifra interpretativa segnala che il 40° è già “seconda parte” della storia degli anni repubblicani. Fa parte dei contributi di ricerca generati da quel quarantennale, il volume – che sempre il Dipartimento mise in produzione – con cui il Censis con una analisi verticale e orizzontale della società italiana intitolò a I valori guida degli italiani. Il repertorio critico riguarda “immagini, opinioni, rappresentazioni a quaranta anni dalla nascita della Repubblica”. Le ricerche – prevista dal programma ufficiale – ebbero possibilità realizzative nel 1987 e così trovarono poi la via editoriale che già si era arrivati al governo di Ciriaco De Mita. Il quale dedica in prefazione una riflessione sulla distonia tra mutamento sociale e resistenza delle istituzioni al cambiamento. Oltre quattrocento pagine compendiano poi l’interpretazione di tutti i profili relazionali degli italiani (verso se stessi, la famiglia, la società, le istituzioni, eccetera) analizzati nel farsi della contemporaneità. E’ qui impossibile far sintesi, ma è certo che il ritratto appare oggi in evidente e interessante equidistanza dal tempo degli italiani con le macerie ancora da rimuovere del dopoguerra rispetto agli italiani governati dalla dipendenza al telefonino di oggi.
Terzo snodo di quelle realizzazioni una multivisione che presentava nelle piazze italiane lo schermo frammentato delle tre storie di quel “viaggio nella libertà”: quella politica, quella socio-economica, quella culturale. Simona Colarizi e Valerio Castronovo ispirarono i testi sceneggiati e Pier Paolo Venier (da poco scomparso) realizzò la tecnica di scomposizione e ricomposizione delle immagini in una grande corsa attorno al vissuto degli italiani. Piazza del Popolo a Roma inaugurò le proposte nelle piazze delle nostre città.
Al tempo stesso Corrado Farina – regista torinese innovativo, sensibile tanto alla letteratura quanto all’economia – proponeva un “Crescendo italiano” sulle note rossiniane, in cui nuove certezze del nostro sistema produttivo, venivano raccontate dietro il sipario della Scala che apriva il documentario. Con queste immagini fu cercata la via televisiva nazionale e internazionale.
Cento donne italiane meritevoli della gratitudine istituzionali ricevettero a Palazzo Chigi la distinzione della “Commenda” al merito della Repubblica, senza proteste e senza polemiche, nel segno di una attenzione civile e settoriale che ebbe un centro di sensibilità nella Commissione per le parità allora animata da parlamentari e giuriste di grande dedizione tra cui provo a ricordare (temendo dimenticanze) Alma Cappiello, Marisa Del Bufalo, Tina Lagostena Bassi, Elena Marinucci, Laura Remiddi e Maria Rita Saulle.
Il presidente Cossiga seguì passo per passo l’elaborata vicenda di queste celebrazioni. Ci disse che avevamo dato un buon contributo a “ricucire la narrazione della distanza tra paese reale e paese legale”. Ma volle anche tentare una innovazione nel sistema simbolico di quella narrazione. Immaginò cioè che fosse matura una revisione proprio del carattere puramente simbolico della Repubblica. Il suo “emblema”, che è ovviamente parte della nascita della Repubblica adottato con decreto legislativo del 5 maggio 1948, n. 535, in materia di "Foggia ed uso dell'emblema dello Stato."
Cossiga accoglieva una opinione forse non maggioritaria che reputava che i caratteri grafico-simbolici contenuti in quell’emblema (la stella a cinque punte, storico simbolo patrio di origine greca e poi anche risorgimentale; la ruota dentata simbolo della civiltà del lavoro e quindi anche dell’art. 1 della Costituzione; il ramo di quercia, simbolo di forza e dignità del popolo; il ramo d’ olivo, simbolo della volontà di pace) potessero essere messi a revisione in nome di un rapporto stimato più adeguato tra modernizzazione del paese e cultura simbolica.
Ho raccontato questa vicenda in altri momenti, perché essa non si risolse in uno “scambio di pareri”. Entrò in una procedura di consultazione tra esperti (Umberto Eco, Armando Testa, Emilio Greco, Aligi Sassu, Bruno Munari che si dimise e in aggiunta Paolo Colombo e chi qui scrive) e poi tra operatori professionali (previsti in collaborazione tra grafici, storici e esperti di araldica) che produsse un percorso – che sempre riportava alla responsabilità di Giuliano Amato – su quella che Eco chiamò felicemente “la cultura simbolica vagante degli italiani”.
In realtà la cultura simbolica vagante degli italiani, vagava molto poco nella modernità. Essa riproduceva soprattutto torri, castelli, aquile; poi anche stelle, alberi e cavalli. Insomma un’età comunale pre-rinascimentale, che fece riconoscere più “moderna” la visione simbolica del pittore valdese Paolo Paschetto vincitore del concorso indetto dal governo nel dopoguerra e che, sia pure con tribolazioni, aveva portato alla scelta del suo lavoro di compilazione creativa in quel perimetro di significati che gli italiani tuttora chiamano “lo stellone”. I duecento lavori di concorso furono esposti all’Archivio di Stato come segnale di un ascolto anche su un tema così speciale, ma – alla fine tirando tutti un sospiro – rinviando i tempi per una “modernizzazione” più condivisa.

 
 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Succ. > Fine >>

Pagina 1 di 50