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Regionali 2013


Reti di comunicazione. Opportunità, sviluppo, divario digitale (in Key4Biz 3 ottobre 2014)
 
Nel pieno della “due giorni” (2 e 3 ottobre) del consiglio informale UE a Milano per riunire i 28 ministri delle comunicazioni attorno al tema “Internet Governance”, la CISL ha collocato la “tre giorni” del Forum del Lavoro per avviare l’integrazione di sue tre organizzazioni finora separate: quella delle comunicazioni, quella dell’energia e quella dei trasporti. Come dice il brand lanciato Cisl Reti, appunto una organizzazione sindacale delle reti. Nella sessione dedicata alle comunicazioni Antonello Giacomelli (sottosegretario di Stato responsabile della competenza nel Ministero dello Sviluppo Economico) ha ritagliato un’ora rispetto all’impegno coordinante del tavolo europeo è ha illustrato a operatori e sindacalisti la proposta del governo italiano in materia nel quadro del semestre di presidenza. L’ad del gruppo Rcs Pietro Scott Jovane, Massimo Alberini (Wind) e Gianna Di Danieli (Almaviva) hanno posto casi aziendali nello schema di opportunità/rischi del comparto e due professori universitari, Mario Morcellini (La Sapienza, Roma) e Stefano Rolando (Iulm, Milano) hanno arricchito il dibattito con osservazioni di scenario e portando anche riflessioni sull’università e la formazione. come soggetti di sistema. A Stefano Rolando abbiamo chiesto di adattare alcune parti del suo intervento alla luce della discussione che si è sviluppata.
 
Stefano Rolando
Professore di Politiche pubbliche per le Comunicazioni all’Università Iulm di Milano.
Componente  Corecom della Lombardia
 
Senza “patto” tra istituzioni, impresa e lavoro non c’è massa critica per abbandonare vizi e abbracciare l’innovazione competitiva. Il triangolo nevralgico del sistema avrebbe forti ragioni per invocare una certa discontinuità. Ma abbandonare strade note non è facile e dipende da condizioni generali che non esistono solo a parole o negli annunci.  
Si aggiunge un altro soggetto,  quello delle università (in senso ampio quello dei processi formativi e della conoscenza) che costituisce la quarta gamba del tavolo e che ha la sua parte di competenza in un eventuale progetto di uscita dalla crisi. Crisi che, non lo nascondiamo, riguarda anche questo settore considerato superficialmente  ricco e in espansione.
Il tema del lavoro nel campo delle comunicazioni è infatti parte integrante di un complesso intreccio di questioni: qualità della politica e della legislazione; coraggio degli investimenti e della previsionalità nelle culture imprenditoriali; evoluzione tecnologica governata per le sfide globali; dinamiche degli stili di vita e dei consumi capaci di costituirsi in  effettiva domanda; mantenimento della soglia vitale della ricerca; incentivi alla creatività; presidio e organizzazione dei diritti.
Se è vero che questo settore è diventato primaria economia planetaria ciò sta significando che attorno ad esso ruotano logiche globali; che esso è divenuto nodo di forti conflitti di poteri e di interessi; che esso custodisce rischi e opportunità che si intrecciano e che vanno governati con competenza.
Abitualmente si considera che i comparti di creatività/produzione/consumo che compongono il settore riguardino:
-         l’editoria libraria e giornalistica (in evidente affanno);
-         il sistema radiotelevisivo  (in evidente transizione);
-         le telecomunicazioni (in egemonia della convergenza);
-         l’architettura tecnologica (produttiva e distributiva) che attraversa e intreccia i tre settori (che non dovrebbe vederci, come europei, solo come consumatori).
 
Quando diciamo logiche globali vogliamo dire che l’andamento del mondo va studiato e non rifiutato, che gli aspetti di convergenza che si vanno formando non devono essere arginati con protezionismi che allungano un poco ma senza prospettive solo  la rendita, che il mondo non è solo una lezione ma anche una opportunità (malgrado l’aspetto non   secondario di essere il nostro un paese che opera con una lingua non veicolare). Studiare e non rifiutare, tuttavia, non significa rinunciare a difendere interessi  nazionali (e persino territoriali), ma saper trovare un ruolo attivo nella globalizzazione. Usciamo da un quadro di governance europea (ora pare raddrizzabile) che non ha dato grandi prove al riguardo e che non ha compiuto la scelta sfidante di costruire un pluralismo geo-economico nel sistema più rilevante, quello della rete.
 
Quando diciamo conflitti di potere dobbiamo sperare che il sistema abbia istituzioni (soprattutto quelle di vigilanza) degne dell’indipendenza che è garanzia di governo del conflitto. Il conflitto (come per le persone e per i fatti storici) è maturativo solo se governato, diversamente è produttore di patologie. Qui sono in gioco questioni cruciali. Ne cito tre  vitali per l’Italia:  l’adeguatezza del modello organizzativo dell’amministrazione governante; la  competenza e l’indipendenza nel processo di nomina nelle autorità di controllo; l’introduzione di potenti competenze di valutazione.
Sarebbe ora che il Parlamento italiano – che ha responsabilità importanti in questa materia – ci facesse capire da che parte sta. E i venti che si alzano per parlarci della nuova Rai spero facciano capire da che parte vuole davvero andare quel vento.
 
Quando diciamo un sistema misto di opportunità e di rischi diciamo alcune cose concrete che il professionista, l’imprenditore, il lavoratore, il legislatore hanno di fronte ogni giorno. Mi limito a un piccolo elenco. Sono infatti rischi: la rapidissima obsolescenza dei processi di mutazione della relazione tra tecnologie e stili di vita; l’insufficienza continua dell’approccio delle conoscenze; la dinamica dell’evoluzione tecnologica (spesso job killer a breve ma con implementazione occupazionale a medio-lungo); le derive di propagandiamo/manipolazione/omissione a cui si presta la gestione dei contenuti; la separatezza senza visione di insieme degli approcci legislativi.  Sono invece opportunità: il consolidamento del paradigma della libertà (nessi tra potere, società, democrazia); il contributo alla velocità dei processi di crescita e di sviluppo; l’attivazione dei processi virtuosi di investimento e di attrattività; la catena stretta tra sapere/fare/saper fare; la creazione di nuove figure professionali che chiedono un tempo di sperimentazione e un tempo di consolidamento.
 
Anche se la parte prevalente della mia esperienza è stata nel management del settore (sia in istituzioni che in aziende e in associazioni della gestione del “dibattito pubblico”) il tratto più recente è stato dominato dall’impegno universitario. Insegno (una delle mie due materie)  Politiche pubbliche per le comunicazioni, che come dice l’espressione, non fissa l’attenzione tanto sulla norma quanto sul negoziato, sul confronto e sulla concertazione per definire i contorni o superare l’obsolescenza delle regole.  Introducendo il manuale che ho  curato intitolatoPolitiche pubbliche per le Comunicazioni” il professor Enzo Cheli – che ha dedicato la sua vita professionale e scientifica al rapporto tra il diritto e le comunicazioni – ha scritto:
In Italia non abbiamo mai avuto vere e proprie politiche pubbliche per le comunicazioni . Il settore, nel nostro paese, si è sviluppato per forza spontanea del mercato senza regole pre-determinate, con i poteri pubblici che si sono limitati registrare ex post fatti ormai accaduti. Non c’è stata insomma una vera politica preventiva per orientare i processi accennati. C’è stata piuttosto una ricognizione successiva di eventi su cui il legislatore interveniva per fissare equilibri in realtà già determinati”.
 
Il peso di queste parole – che valgono tuttora  - ci dice - che nel nostro sistema c’è ancora purtroppo separatezza delle normative, che l’integrazione non è stata favorita, che la strategicità del settore non è stata condivisa, che le “politiche pubbliche” sono state a rimorchio e non al traino.
Questa è la condizione generale di crisi attorno a cui noi oggi pensiamo che ci sarebbero ragioni oggettive per trovare, nel paese e in Europa, inversioni di tendenza.
Una sorta di patto tra i quattro attori principali del sistema (istituzioni/imprese/soggetti del lavoro/ sistema formativo) comporterebbe ora  convergenza di metodo.
Non so se da questo nostro incontro nascono incoraggiamenti. E’ certo che l’esposizione dell’onorevole Giacomelli si colloca nello spirito della ricerca di queste condizioni. Lo si capisce meglio proprio pensando alla realtà sia dei nodi europei che di quelli italiani. 
Nel negoziato sulle competenze a Bruxelles noi  abbiamo scelto la politica estera, la Germania ha scelto la competenza Economia digitale e società con Günther Oettinger, già commissario all’Energia. Non faccio alcuna ironia in questo paragone. Stimo che l’Italia avrebbe grandi potenzialità di ruolo soprattutto nel sistema delle crisi euro-mediterranee. Dico solo che i tedeschi hanno puntato tutte le carte su questo settore, che è quello in cui lo stesso Juncker dice di giocare il grosso della sua partita. La partita è quella di una governance che ha un preannuncio di forte discontinuità anche se non è ancora cominciata, tanto è vero che a Milano si riuniscono informalmente i 28 ministri con la commissaria uscente Neelie Kroes, che non lascerà una traccia  indelebile nel posizionamento dell’Europa nell’evoluzione globale di internet. Come si sa il punto nodale è quello di certe sudditanze ai colossi dell’industria digitale americana. Tra i 28 ci sono paesi che saranno all’altezza e paesi che non saranno all’altezza.  Ma ci ha detto oggi l’on Giacomelli – pur con la giusta prudenza di chi coordina un tavolo complesso – che “non è auspicabile una rete in cui si parli un solo linguaggio culturale”; così come ci ha detto che “la rete non si prefigura solo come uno spazio commerciale”;  e, ancora, che con la “globalità ci si misura stando all’altezza delle sfide non con provvedimenti protezionistici”.  Non ci resta che aspettare la fine del semestre di presidenza italiano per capire come questo posizionamento entrerà dalla parte giusta nella svolta di indirizzo della Commissione.  
Ora, ungoverno entrato in carica alle soglie del “semestre” ha certo colpe limitate rispetto al pregresso, ma l’adeguatezza del nostro presidio istituzionale è ormai confinato in un limitato segmento di ministero che non ci fa comprendere se  i dossier siano stati predisposti in modo da lasciare segni tangibili non solo nella convegnistica ma soprattutto nelle decisioni assunte in sede di Consiglio UE. Tedeschi e americani ormai mettono il tema nelle priorità di ogni narrazione interna. E si apprestano ad applicare leggi già fatte per accompagnare la legislazione (di qualunque settore) con l’impatto in internet (e viceversa). E’ solo uno spunto per apprezzare il primo  posizionamento del governo ma anche   per sperare in accelerazioni sulle questioni già accennate: adeguatezza, strumentazione, coerenza legislativa, concertazione di sistema, eccetera. Sperando anche che certe insofferenze del premier per il dialogo paziente con sindacati e imprese siano tenute a bada.
E per quanto riguarda la legislazione la fotografia resta quella scattata dal prof. Cheli: condizioni di marginale strategicità e di separatezza degli indirizzi normativi dei comparti in cui hanno lucrato – dobbiamo dircelo – ambiti di imprese e di organizzazione del lavoro, per le condizioni protette ovvero di rendita di una condizione di stagnazione degli interessi e di margini non fisiologici rispetto alle ragioni della crescita e della competitività. E’ anche evidente che siamo usciti da questo impasse, cioè che le premesse politiche e culturali per riprendere il cammino della “visione legislativa unitaria” si è aperto.
In materia di digital divide, una breve chiosa. Alcuni dicono che la battaglia è ormai di retroguardia. Perché i processi regolati dalla banda larga satellitare non comportano più sofferenze sistemiche ma solo di accesso e di fruizione. Non lo so e non ho tutte le competenze per dire questo. Ma mi parrebbe sbagliato cancellare un’agenda di mobilitazione culturale, formativa e professionale – territorio per territorio, appartenenze per appartenenze – che è immaginata per sradicare disattenzioni e costruire nuovi comportamenti, tra cui quello dell’approccio critico ai consumi informativi. La materia è certamente quella di  patto. Ma solo se ci applichiamo misuratori ineludibili legati a risultati premianti o comunque responsabilizzanti. E qui ho solo da ascoltare ciò che osservatori di esperienza sono disposti ad aggiungere alla nota retorica sui ritardi.
In materia di processi formativi, sento – come tanti operatori che hanno creduto nella modernizzazione possibile anche grazie  ai corsi di laurea in Scienze della Comunicazione – il peso di alcune responsabilità.  E’ mia convinzione che senza rapporti stretti (di ricerca applicata, di fruizione didattica post-experience  , di organizzazione della sperimentazione) con il mondo dell’impresa e del lavoro questi percorsi universitari rischiano di navigare con la fragilità di avere solo un’interfaccia burocratica. Che sa poco del rapporto esistente tra sapere e fare. Io ho provato a incidere un poco nel campo della ricerca applicata e della specializzazione. Accorgendomi che l’Università ha a cuore più l’egemonia dei raggruppamenti disciplinari, delle gerarchie accademiche e della compilazione di testi che graduano le fonti spesso solo sulla base delle garanzie connesse ai concorsi. E’ così e lo posso dimostrare al millimetro. In tal modo,  abbiamo ottenuto che gli insegnamenti sulla comunicazionesiano rimasti in un quadro neo-umanistico,  mentre quelli sulle comunicazioni sono confluiti nel quadro politecnico. Rompendo noi per primi una evidente esigenza di integrazione.  Se aggiungiamo le baronie professionali (non ci sono solo quelle accademiche!) che continuano a dire – stupidamente – che queste sono fabbriche di disoccupati (così come negli anni scorsi si vantavano di imparare a bottega facendo a meno delle università), se aggiungiamo che le relazioni internazionali di sistema in questo campo sono fragili, se aggiungiamo che la domanda di ricerca (istituzioni e imprese) è stata tagliata drasticamente e ridotta alla sondaggistica , dobbiamo solo sperare che un “patto” tra i soggetti qui rappresentati tenga conto in dovuto modo di questo punto.
La fase conclusiva del semestre di presidenza italiana coinciderà con l’avvio della nuova Commissione a Bruxelles. Credo sia necessario uno sforzo enorme. Anche la rete delle autorità di controllo e garanzia (che forse dovrebbe pensare presto alla sua europeizzazione) dovrebbe dare un contributo nella direzione della sfida che il governo ci sta comunicando con un certo coraggio. Il progetto sulla modernizzazione della Rai nella direzione della sua glocalità (piedi nel paese, occhi nel mondo) e della integrazione tv-web, è parte di questa sfida,  pur non essendosi ancora sentiti spunti progettuali meditati al riguardo.
Siccome stiamo subendo il fascino dell’annuncio quotidiano, la suggestione dell’idea di “una riforma al giorno”, la sorpresa della costruzione di una velocità comunicativa nell’offerta di governo – lo dico non in modo sarcastico, perché da un certo punto di vista questo era anche un clima invocato – la domanda che conclusivamente pongo a me stesso e agli interlocutori di questo tavolo è quella del punto di collocazione del tema  (che l’Europa di Juncker e Oettinger ha deciso di mettere al primo posto)  nella nostra agenda politica. Un giorno si legge che al primo posto c’è la Scuola, un altro giorno si legge che c’è la Politica estera, un altro giorno si legge che è l’Occupazione, un altro ancora che è l’Attrazione degli investimenti, un altro giorno che è l’Italicum. So che tutto si lega. Ma so anche che passare dal primo al quinto/sesto posto – nell’agenda di un paese democratico – vuol dire passare dal primo al quinto/sesto posto della quantità di messaggi investiti e di denari spesi. Non ha senso parlare di “patto” se non si sa se il patto che si stringe serve alla serie A o alla serie B o alla serie C della politica.
 
 
Dall'8 novembre all'8 marzo. Breve nota introduttiva
Dall’8 novembre al 15 dicembre si sono svolte le primarie per designare il candidato del centrosinistra alle elezioni regionali in Lombardia. Il diario di questa prima parte della campagna è stato raccolto nel libro Liberi e senza paura, scritto con Umberto Ambrosoli e pubblicato da Sironi editore a gennaio 2013.
Dal 16 dicembre al 25 di febbraio si è svolta la vera e propria competizione elettorale. Tanto quanto le primarie, questi due mesi – e poco più – di impegno spalmato sul grande territorio della Lombardia (25 mila kmq, 1540 comuni, oltre 10 milioni di abitanti) non hanno concesso un tempo minimo per analisi e commenti. Che tuttavia sono stasi spesso resi necessari dalla “comunicazione interna” che ha legato, in particolare in rete, il vasto ambito di persone che hanno partecipato, preso parte o segnalato il loro interesse per il progetto che la candidatura di Ambrosoli ha incarnato.
Sono commenti - dall'8 novembre all'8 marzo - per lo più veloci, di getto, legati alla polemica elettorale. Con qualche tentativo di comprendere, al di là del posizionamento nella competizione, anche l’evolversi di un progetto politico.
Che è argomento che mi ha indotto a riunire qui i materiali della seconda parte, cioè del 2013, messi in rete (Facebook) e su alcuni organi di informazione on line.
L’esito definivo è stato accertato il 27 febbraio: Umberto Ambrosoli ha ottenuto 2.194.169 voti pari al 38,24% e ha perso la difficile sfida con Roberto Maroni che è stato eletto nuovo presidente di Regione Lombardia ottenendo 2.456.921 voti pari al 42,81% dei consensi.
Il centrosinistra in Regione ha fatto meglio del 5% rispetto alla camera e di quasi il 10% rispetto al Senato. Ha fatto meglio rispetto alle elezioni precedenti negli ultimi anni. Ha vinto in tutti i centri urbani della Lombardia (salvo Varese). Ma, in un quadro nazionale in cui – come ha detto Pierluigi Bersani – “il PD è il primo partito senza vincere” e in cui l’impegno a chiudere il ciclo delle destre al governo se lo sono assunti in molti (centro-sinistra, centro movimento 5 stelle) frazionando così le ragioni di un voto che ha lasciato l’Italia non governabile e il centro-destra al potere in Lombardia.
S.R.
 
Ancora un commento di sintesi (Linkiesta, 8 marzo 2013)
Linkiesta – Blog
Elezioni in Lombardia. Guardare avanti
Stefano Rolando
8 marzo 2013
 
Accolgo volentieri l’invito della redazione de Linkiesta per tenere un blog in questo apprezzato giornale on line. L’occasione è venuta dalla risposta ad un articolo (anch’esso in blog, così che ho appreso la neutralità della redazione rispetto a questa parte del giornale e quindi la condizione di libertà estrema di pubblicabilità) polemico con la campagna di Umberto Ambrosoli (recenti Regionali in Lombardia). E così ho pensato giusto partire da questo e dall’esperienza personale di coordinamento politico di quella campagna che si è conclusa da poco.
Esperienza straordinaria per le condizioni di emergenza dello svolgimento. Ma anche per il tempo fulmineo, per la provenienza fuori dalla politica del candidato, per il brillante rovesciamento del quadro delle primarie già indette dai partiti in primarie (così volute dall’”inesperto”!) dentro la cornice innovativa di un “Patto civico”, metà rappresentanti politici nelle amministrazioni locali e metà “civici” cioè rappresentanti di associazionismo sociale. Primarie stravinte, poi corsa in due mesi contro la coalizione Maroni-Formigoni-Berlusconi-Tremonti. Meno di 2 punti e mezzo di scarto (in più per Maroni, in meno per noi), vincitori in tutte le città (salvo Varese), contenuto i grillini al 14% (contro il 25% nazionale), il centrosinistra 5% in più del Senato e quasi 10% in più della Camera, lista civica formata un mese prima del voto portata al 7% (con 380 mila votanti e cinque eletti), circa 200 mila votanti personali strappati all’astensionismo.
Elezioni perse anche per avere avuto i tg nazionali zeppi di Maroni e Berlusconi in tutta la campagna, per avere contrastato con la ragione e con un buon programma una campagna demagogica degli avversari, per una dispari condizione di budget, per il salto della quaglia di alcune piccole formazioni e per non aver funzionato il voto disgiunto dei centristi (che caso mai è andato più di là).
Nessuna recriminazione. Varie autocritiche. Senso di un grande lavoro, rispettoso della crescita personale di un candidato intelligente, diverso dall’offerta politica tradizionale, valoriale e capace di intercettare le molte novità della politica pulita italiana offrendo però al pragmatismo di chi chiedeva classe dirigente alternativa un cambiamento non avventuristico e poi stabilità, interlocuzione, qualità della squadra.
Una grande occasione sprecata per la Lombardia, per il suo sistema economico, per le sue amministrazioni locali (a cominciare da Milano), per l’Expo, per un centrosinistra che ha avviato una trasformazione possibile solo contaminando a vicenda partiti (soprattutto il PD) e “cittadinanza attiva”. Dunque anche all’interno di quella transizione verso la “terza Repubblica” in cui questa Lombardia (un sesto della popolazione e un quarto del PIL dell’Italia) poteva essere – ma può ancora essere – un modello diverso di cambiamento della politica. Interessante l’offerta post-ideologica della sinistra di Andrea Di Stefano penalizzata dall’aver ricevuto solo il voto di Milano. Qualche gufo in giro, alcuni coretti polemici fin dall’inizio (e per fortuna poi inascoltati), molto ascolto invece e molta interazione con una grande società nel territorio. Dove la campagna ha fugato paure, acceso speranze, riportato giovani e donne ad un vero interesse per la politica. Insomma la formazione di un capitale politico e sociale su cui si sta riflettendo, al di là della composizione dei gruppi consiliari ma guardando alle dinamiche territoriali e alla sequenza elettorale locale ed europea tra il 2013 e il 2014.
Un’analisi più qualitativa del passaggio dal voto alla prospettiva l’ho svolta per il prossimo fascicolo di Mondoperaio (n. 3/2013) e rinvio a questo testo per l’impossibilità di condensare qui giudizi:
Alla fine naturalmente delusione, ma nessuno scoramento. Ci si misura con un patrimonio di consensi e di riattivazione della dinamica partecipativa che – questi i messaggi prevalenti – il centrosinistra in Lombardia non sollevava da molti anni. Non tutti hanno remato, perché la coincidenza dell’election day ha tolto un po’ del peso della drammaticità in sé che aveva il voto lombardo. Ho letto molti commenti del dopo, sui media e in rete. Alcuni intelligenti e utili per le rettifiche di metodo. Alcuni saccenti e sterili, espressione di un elettorato da tempo sconfittista che tra deplorare e ringraziare non mette neanche un secondo per riflettere e cerca vecchie corde per suonare vecchia musica. Mediocri i media che – a parte veri e propri sgarbi del Corriere – si è rivelato poco interpretativo circa il senso e la portata di questa elezione. Troppa società degli interessi alla finestra. Qualcuno si è già pentito, ma non ha ancora il coraggio di dirlo.
 
 
 
La lettera di un volontario (Facebook, 8 marzo 2013)
 
Facebook
Mattia Sorbi. Lettera sui propositi della buonapolitica
pubblicata da La buonapolitica il giorno Venerdì 8 marzo 2013 alle ore 0.46
Mattia Sorbi è un giovane studioso di comunicazione politica milanese, reduce da un’esperienza di volontariato nelle recente elezioni presidenziali americane nel vasto team dei volontari per Obama. Che si è presentato al Comitato Ambrosoli Presidente con l’obiettivo di riproporre le potenzialità del micro-targeting telefonico per sostenere la candidatura in ambiti soprattutto “di profondità”. Ha frequentato il Comitato senza che sia stato possibile far decollare quel progetto, soprattutto per ragioni di costi, ma ha preso parte ad alcune iniziative di marketing elettorale. Alla fine dell’esperienza ha scritto la seguente lettera a Umberto Ambrosoli, Piero Bassetti (che lo aveva segnalato) e Stefano Rolando
 
Milano, 7 marzo 2013
Cari amici,
mi permetto di scrivere alcune brevi considerazioni sulla recente sconfitta elettorale alle regionali a distanza di qualche giorno. Forse non è passato abbastanza tempo dal risultato elettorale e ancora i recenti avvenimenti non ci danno la possibilità di vedere le cose con serenità e la giusta obiettività.
Detto questo però essendomi molto impegnato in questi mesi e avendo visto il modo di operare di Stefano devo dire che abbiamo fatto un lavoro straordinario.
Da molti anni non si vedeva una campagna elettorale così sentita e così lasciatemelo scrivere vincente. Secondo me non si è perso per alcun demerito da parte nostra. Il tour in Lombardia è stato ben organizzato, gli incontri davvero molteplici ovunque! La disponibilità e la sensibilità di Umberto hanno colpito anche persone che votavano PdL e che hanno votato per lui grazie alla Lista Civica.
I contenuti ci sono stati tutti, la questione settentrionale sentita e declinata. La proposta di diminuire l'Irap è stata ben articolata e giustificata con calcoli precisi. Non ci siamo mai abbassati ad utilizzare formule demagogiche. Il messaggio è passato anche nei media. La proposta di dimezzare lo stipendio dei consiglieri regionali era veritiera e giustamente dichiarata. Gli incontri con Renzi sono stati fondamentali così come quelli con Bersani.
Se si analizza serenamente il voto si noterà che abbiamo perso per 262.752 voti. Il movimento 5 Stelle e la sign.ra Carcano hanno ottenuto 782.000 preferenze. Se è vero come è vero che il movimento 5 stelle ha strappato consensi soprattutto a sinistra possiamo davvero affermare che la Lombardia in questa tornata elettorale ha svoltato a sinistra stanca di quasi 20 anni della precedente amministrazione. Cosa ci possiamo fare se siamo stati travolti da una protesta nazionale comprensibile ma non giustificabile contro tutti i partiti? Certo è un'amara consolazione pensare che la maggioranza degli elettori Lombardi ha votato contro Maroni ma noi abbiamo perso allo stesso. Come mi ha detto Piero, la vita va avanti allo stesso e la stessa volontà di rimanere in Consiglio di Umberto è uno straordinario esempio di volontà e generosità per costruire un progetto a lungo termine.
Forse si poteva osare la carta di dichiararci anche noi per la chiusura delle Provincie sul territorio lombardo ma il Pd solo qualche settimana fa su questo fronte non appariva pronto nè così deciso, forse si potevano investire maggiori risorse su sistemi di micro-targeting telefonico sul modello delle primarie di Obama nel 2008 in grado di spostare potenzialmente circa 300.000 voti. Ma credo che il dato sostanziale non sarebbe cambiato. Il Movimento 5 Stelle lo credo fermamente senza alcun desiderio di allontanare anche giusti mea culpa ci ha rubato la vittoria.
Con stima e affetto verso di voi.Un caro abbraccio
Mattia Sorbi
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Un commento più analitico sui risultati (Mondoperaio, marzo 2013)
 
 
mondoperaio
Lombardia is different
Stefano Rolando
n. 3/marzo 2013
 
Il commento generale attorno al voto intercetta naturalmente il dilemma nazionale. Accresciuto dal rischio della paralisi. Comporterebbe una certa creatività. Cioè soluzioni inedite per creare condizioni di salvezza delle istituzioni e non lasciare l’Italia in preda, un’altra volta, al discredito internazionale. Siccome nel braccio di ferro tra destra e sinistra ha vinto (ovvero ha perso meno) la sinistra; e siccome i grillini hanno un prevalente interesse a giocare di rimessa, almeno per ora, è la sinistra che deve fare la mossa. E attorno a questa mossa si giocherà la costruzione di un sentiero intelligente oppure la produzione di una slavina che obbligherà al salto di generazione, al salto di icone, al salto di tradizione. C’è chi, consapevolmente lavora per la slavina. C’è chi pensa che il sentiero possa raccogliere truppe responsabili capaci di affrontare un voto di fiducia e un’elezione non avventurosa del prossimo capo dello Stato. Di mezzo chi pensa di sopravvivere nella palude.
 
Lombardia in transizione
In tale cornice, che ha in questo fascicolo altre competenti analisi, questa breve nota si limita alla Lombardia. Nell’ottica che provo a sostenere da qualche tempo su queste colonne, secondo cui “Lombardia is different”. Ovvero che il cantiere della transizione trova qui un suo assetto, un suo senso, una sua verifica sia sul lato della politica “professionale” sia sul lato del partecipazionismo civile e sociale.
Dalle elezioni – malgrado la sconfitta – esce questo. Altri modelli di cantiere politico risentono e continueranno a risentire troppo del profilo stressato della politica italiana: stressato sul “Palazzo”, quindi sul principio di sopravvivenza di quella che piaccia o no si percepisce come “casta”; oppure stressato sulla condizione di “jacquerie” in cui una società reattiva si consegna volentieri a populismo e demagogia credendo che basta agitare una ramazza per fare pulizia.
La Lombardia – con tutti i limiti dei casi creativi negli ultimi anni nelle amministrazioni locali (non solo Milano, ma anche capoluoghi intermedi e molti centri minori) – ha provato in questa ultima competizione ad estendere il cantiere del “patto civico”, cioè il patto tra partiti e soggetti sociali disposti a impegnarsi su interessi generali. Lo ha fatto pur nel quadro di una campagna affrettata, drammatica, forse ancora povera di teoria e tuttavia con un progetto non banale ma generato in tempo reale e quindi non adeguatamente e profondamente condiviso.
La campagna si è basata sulla percezione di una “Lombardia finalmente contendibile” e nel convincimento che il passaggio dalla continuità al cambiamento avrebbe sedotto almeno la maggioranza relativa di cittadini consapevoli della condizione stagnante dell’economia, della crisi crescente della piccola e media impresa, della “non convenienza” della corruzione, della sterilità di una democrazia che limita l’accesso alla responsabilità solo all’affiliazione.
Il centrosinistra dei partiti ha accettato questa formula soppesando con qualche perplessità il candidato. All’inizio endorsato soprattutto dal sindaco di Milano Pisapia. E il candidato – forte e debole della sua diversità – ha accettato di misurarsi nelle primarie per far cadere alibi.
Superata egregiamente la prova, la campagna doveva naturalmente svilupparsi con più protagonismo civico che dei partiti. Pena far dire che il burattinaio restava il Pd e che il teatrino era solo un’invenzione comunicativa. E la campagna si è dunque sviluppata nel territorio (non nei “salotti buoni” di Milano, come qualcuno continua scioccamente a dire perché non sa uscire dai luoghi comuni nel giudicare questa esperienza) e ha schierato tre genere di soggetti : soggetti politici tradizionali (Sel, Idv, Socialisti, Popolari, questi ultimi tuttavia in uno sforzo particolare di novità e di continuità); soggetti politici in trasformazione (Pd e Etico!-a sinistra); e soggetti non partitici (la Civica legata al nome di Ambrosoli).
Le urne hanno lasciato in campo solo il Pd e la Civica (il primo al 25%, la seconda a oltre il 7%). Ma le urne hanno fatto mancare quella quota di voto disgiunto per far propendere il testa a testa verso Ambrosoli e non verso Maroni.
I 2 punti e rotti in ballo sono stati assicurati dai Pensionati – passati di schieramento da sinistra a destra con la disinvoltura di questa cinica ditta famigliare (1 punto) – e dal voto disgiunto dal centro in realtà alla destra (quasi 2 punti) che hanno fatto la differenza. A cui non è bastato il punto trasferito coraggiosamente dai Popolari Lombardi (ex-Udc) dal centrodestra al centrosinistra, lasciando così il differenziale di 2 punti e qualcosa in meno per Ambrosoli e in più per Maroni.
Non banale consolazione per il centrosinistra quella di vincere in tutte le città capoluogo della Regione, compresa la Pedemontana fortemente leghista (salvo Varese, ora a distanze raccorciate), raccogliere sulla Civica più del 7% (con 380 mila votanti) e risultare come coalizione più forte in Regione del 5% rispetto alla Camera e quasi del 10% rispetto al Senato.
Le perdite si registrano nelle campagne, nelle valli, nella profondità. Riproponendo quell’antagonismo tra città e contado che ha caratterizzato la storia moderna di questo territorio e lasciando – in una contesa elettorale cortissima – soprattutto nella profondità il solo mezzo televisivo a fare la differenza. Laddove Maroni e Berlusconi, come leader nazionali, se ne infischiavano della par condicio regionale ed entravano nelle case degli elettori ad ogni ora.
 
Un progetto da schiudere
Qualcuno caverà dalle righe precedenti un breve inciso e ne chiederà ragione. Il breve inciso è: “senza teoria e con fragile progetto”. Non ritiro le parole. Ma le spiego.
Una teoria (dico una teoria, non una ideologia) non è costituita da due libretti magari ben scritti per accompagnare alcuni eventi. E’ un sistema di analisi proteso davvero verso il cambiamento che offre se stesso (soprattutto quando è voluto e accettato dalla politica) per fornire interpretazione e creare ipotesi validabili. Con l’elezione a Milano di Giuliano Pisapia questi contesti progettuali stavano nella torre d’avorio. Dopo quell’elezione non hanno fatto grandi passi per manifestare la propria dedizione civile e la stessa rete universitaria ci ha messo un po’ per dare segnali chiari. Li ha dati – legata alle persone, si intende, non all’establishment – in vista delle Regionali. Troppo tardi per generare un pensiero strutturato, ma almeno senza rifiutare che un centinaio di professori e ricercatori sentissero la spinta per sedersi a ore impervie e talvolta la sera attorno a tavoli di incerta garanzia (per le loro carriere o per il loro bisogno di corteggiamento). E quella “teoria” che si è confezionata è riuscita almeno a profilare il rifiuto di dare continuità al ciclo stra-consumato del formigonismo (ciellini e leghisti in lite su tutto, con il Pdl in vacanza) per restituire etica e ripresa economica ad un sistema disidratato moralmente e materialmente. Troppo poco. Quanto al progetto – vedere per credere (http://www.ambrosolilombardia2013.it/wp-content/uploads/2013/01/Progetto-per-la-Lombardia-Umberto-Ambrosoli-Presidente1.pdf) – il risultato si ritrova in un testo interessante ma “frenato”, cioè molto vincolato dal quadro di crisi in cui è collocata l’analisi della realtà. Quel risultato tuttavia configura un punto di partenza non insignificante per ragionare di regionalismo e federalismo partendo dal mondo della realtà e non dal mondo dei sogni.   Contro il cinismo di chi pensa che un programma sia un puro atto burocratico, qui c’è almeno un indirizzo di metodo. Le riforme sono possibili a fronte di tre compatibilità severe: limiti del suolo e dell’ambiente (ma inventando soluzioni che generino nuova economia); limiti delle risorse finanziarie (ma sapendo come ampliare gli investimenti); limiti della classe dirigente (ma con un progetto di nuova formazione).
Con questi corredi qualcun altro dirà che si combatte male contro la demagogia sterile del “75% di tasse da trattenere in Lombardia” (dopo che si è dimostrato che già ne resta il 78%) o contro la sollevazione dei pensionati in coda all’Ufficio postale per farsi restituire l’Imu. Ma questo è il quarto e forse invalicabile limite: se la sinistra affonda il suo briciolo di razionalità dentro l’annegamento comunicativo propagandistico, perde l’anima per sempre e può anche vincere. Ma solo per omologarsi ad una sorta di masaniellismo indistinto in cui conta solo la propaganda e la seconda scarpa del comandante Lauro.
 
Monti senza lungimiranza
Nel quadro impervio del rebus nazionale, il centrosinistra vincente in Lombardia sarebbe stato un contenuto politico importante da mettere sul tavolo delle soluzioni del Paese.
Chi produce un quarto del Pil nazionale, se lo vuole,   può entrare in questa partita. A condizione di essere già in grado di rappresentare efficacemente tutte le reti che contano per la ripresa (impresa, lavoro, ricerca, welfare, cultura, eccetera) cosa che – è inutile nasconderlo – il nuovo centro-sinistra del Patto Civico non poteva del tutto vantare. Troppi soggetti alla finestra, troppi legami forti con il vecchio potere, troppo opportunismo “borghese”.
Non dico che è per questo che si sia perso, ma è certo che il mancato voto disgiunto tra centro e centrosinistra risponde al tema. Avrà anche ragione Walter Veltroni a dire che Monti ha posto un argine alla destra, ma il Monti “albertinizzato” in Lombardia è stato un atto di improvvisazione e una mancanza di lungimiranza.
Solo partendo da cosa avrebbe potuto rappresentare oggi una diversa Lombardia nel contesto assai critico nazionale (tra l’altro togliendo dall’isolamento la capitale economica d’Italia, cioè Milano) viene da rivolgere più di una critica al ritardo con cui la politica nazionale si è mossa sulla questione nord e sulla questione Lombardia. In particolare non facendo tutto quello che era necessario per la miglior soluzione possibile che la società lombarda aveva messo a disposizione per chiudere per sempre la strada alla Lega e togliere la ridotta a Berlusconi, cioè Umberto Ambrosoli. 
Fino a dieci giorni dal voto i più pensavano alla Lombardia come il passaggio per regolare il voto al Senato. Non alla soluzione in Lombardia della chiusura della “seconda Repubblica”.
Quest’ultima percezione la si è sentita da Enrico Rossi, presidente della Toscana, accorso a Brescia. Poi l’hanno evocata nei loro tour Bersani e Renzi. Ma eravamo già a fine corsa. Tra dicembre e gennaio, quando il Corriere della Sera (13 gennaio) ha intitolato a più colonne la prima pagina – solo in base a un effimero sondaggio di Mannheimer - sul sorpasso di Maroni su Ambrosoli (come per segnalare che l’establishment non era per niente pronto al cambiamento) nessuno ha fatto un plissè. Un clima di incertezze annegato nello sconfittismo dell’elettorato di centrosinistra della Lombardia che, per buona parte della campagna (dati Ipsos) – raddrizzandosi cioè solo alla fine - ha dichiarato di votare Ambrosoli pensando che il vincitore sarebbe stato Maroni.
Ora partiamo da un deficit di consensi e da una condizione di minoranza in Regione, ma anche dalla percezione di una coalizione ammaccata ma coesa a fronte di una maggioranza composta da frazioni in lite, di incerta stabilità e di perdita di consenso in tutti i rilevanti contesti urbani.
Dunque, come si è detto, una “Lombardia contendibile”. Una Lombardia in cui M5S è al 14% contro il 25% nazionale, a dimostrazione che – pur togliendo voti alle Lega e al Pd – le ragioni d’urto della proposta grillina hanno trovato nell’originalità di posizionamento di Ambrosoli un muro importante. Un muro che - nel quadro di una doppia opposizione al centro-destra che profila molti punti programmatici in comune tra 5 Stelle e Centrosinistra - mette lo stesso Ambrosoli nelle condizioni di scegliere di collocarsi non nei ruoli formali dell’opposizione in Aula (Ufficio di presidenza e guida del Gruppo) ma in quella alleanza tra politica e civismo che, in forma di movimento, aveva lui stesso costruito per le primarie e poi per la campagna elettorale. Cioè il “Patto Civico”. Quindi scelta di territorio, scelta di continuità di dialogo con la società, l’economia e la cultura. Scelta di rigenerazione del rapporto tra società e politica anche fuori dalle città.
Mentre questa nota è in scrittura vi sono solo primi annunci di questa posizione ma ci sono anche migliaia di messaggi che chiedono di “non mollare!”.
Siccome la Lombardia ha mollato ad ogni sconfitta e ha ricostruito ogni volta daccapo, oggi la lezione dovrebbe essere ampiamente acquisita e le stesse tematiche difficili della campagna (fisco, questione nord, rappresentanza sociale, pubblico-privato, garanzie per welfare) possono essere iscritte in un percorso di consolidamento sia teorico che di movimento.
A un quarantenne che ha spostato in alto l’asticella dei consensi e ha allargato il perimetro del dialogo tra politica e cittadinanza attiva dovrebbe essere concesso il progetto in due tempi.
 
Condizioni per l’agenda politica della riscossa
Non basta tuttavia la condizione simbolica di una buona candidatura per organizzare la traversata notturna che la prolungata opposizione in Lombardia ora comporta. Il problema non è strettamente il consenso, adesso è piuttosto l’organizzazione. E questa passa attraverso il raggiungimento di alcuni obiettivi. Presto per ridefinire un progetto che ha bisogno di ripartire dal basso, da assemblee, da opinioni diverse da far convergere. Ma alcuni punti sono già il frutto di un’intensa e veloce esperienza svolta.
  1. Va ripresa in mano la stesura del progetto elettorale per ritagliare le parti che possono costituire premesse di una interpretazione del cambiamento strutturale del nord e della Lombardia in particolare. Non basta citare la biblioteca di tradizione (da Cattaneo a Turati, da Vanoni a Miglio, per citare quattro illustri lombardi) per aggiornare le riformabilità. Oggi senza una analisi sociale ed economica capace di leggere l’antinomia tra la condizione localistica e quella globale della Lombardia non si mette in piedi nemmeno un banale provvedimento di programmazione finanziaria dell’anno solare. Senza una lettura martinottiana (che sarà una voce molto rimpianta in una fase come questa) dei “confini” interni non si capirà perché città e profondità sono in conflitto non solo elettorale. Senza una spietata analisi della crisi dell’università come centro attivo di socialità e centro d’avanguardia nella ricerca applicata non si daranno le gambe a nessuna ipotesi di integrare saperi e decisioni. Senza una coraggiosa ripresa del ruolo delle scienze politiche e sociali nella formazione della partecipazione i partiti non discuteranno il loro nuovo possibile modello (e sbrigativamente si affermerà invece il modello bavarese di Maroni) e soprattutto il civismo non comprenderà se stesso come fonte di un modo nuovo di fare politica.
  2. I modelli di democrazia partecipativa (ne ha fatto un cenno lo stesso Ambrosoli annunciando la continuità del suo impegno) possono essere proposti e sostenuti da una convergenza pragmatica tra il centrosinistra e M5S. Hanno, insieme, la maggioranza dei consensi elettorali, sono sollecitati da elettorati e corpi intermedi che hanno qui una loro domanda forte e che non deve essere tradita. E’ l’Europa più avanzata ad essere un modello di riferimento, assicurando anche normative importanti in materia di dibattito pubblico. E chissà che questa pratica riduca un po’ l’antieuropeismo di partenza dei grillini che – insieme alla scarsa democrazia sostanziale che ancora pesa sulle loro pratiche di gruppo – sono allo stato i limiti maggiori di un movimento che deve ancora produrre la sua identità post-protestataria.
  3. L’approccio ai tavoli della crisi (impresa-sindacati-istituzioni) è un obiettivo da perseguire con una urgenza, una intensità e una progettualità che il centrosinistra lombardo deve perseguire forte di una sua maggiore connessione, ovvero di una minore avversione dei leghisti, con l’amministrazione centrale e le istituzioni comunitarie. Nell’agenda del Patto Civico – qui – non basta solo ricordare l’esigenza della riforma dei partiti, deve esserci anche – con un tallonamento serio e costante – anche il tema della modernizzazione dei sindacati.
  4. Un ultimo punto di approccio generale deve riguardare l’uscita rapida dal mood elettorale, quello per il quale il racconto di sé come buono e dell’avversario come cattivo è un copione obbligato. E’ sicuro che il berlusconismo sia in declino; è sicuro che il formigonismo abbia compiuto uno sbaglio strategico nel voler svolgere – per spinta ineludibile degli interessi rappresentati – il quarto mandato; ed è sicuro anche che il leghismo andato a carte quarantotto non abbia la sola responsabilità del “cerchio magico”. Ma tuttavia Maroni non è uno stupido, il suo progetto di “macroregione” può rapidamente recedere da istanze secessioniste e diventare politica di alleanze istituzionali, così come il suo progetto di modello di partito può trovare, gestendo un potere reale in Europa, la pista della CSU bavarese. Come si insegna nelle scuole di concorrenza, il competitor va studiato, compreso nei punti di forza e superato con un progetto migliore.
 
 
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