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Commenti e Recensioni


Commenti "Etica e comunicazione"
Affaritaliani.it (Giovedì 7 marzo 2013)
La lezione del Cardinal Martini su “Etica e comunicazione”
In attesa del Conclave, arriva in libreria per Fausto Lupetti Editore "Etica e Comunicazione", che raccoglie testi di Carlo Maria Martini e di Stefano Rolando.
I PARTICOLARI
All’inizio degli anni novanta scoppia Tangentopoli. A macchia d’olio il cortocircuito investe moltissimi ambiti istituzionali e moltissimi ambiti politici. Nel repertorio degli affari generati dal rapporto tra politica e impresa cade anche la pubblicità. In particolare per il caso delle campagne sull’Aids. Il mondo professionale della pubblicità – coinvolto anche giudiziariamente – intuisce che questo episodio può essere un iceberg di un più vasto coinvolgimento non solo istituzionale tra comparti di imprese, agenzie e media. E corre ai ripari lanciando iniziative molto visibili sul rapporto tra etica e professionalità nel settore. Iniziativa principale quella promossa, con grande platea, dalla TP (Associazione Tecnici Pubblicitari) presso l’Assolombarda a Milano su questo tema in cui si aprono confronti con operatori internazionali. Si delineano i temi di un dibattito che viene stimolato da due riflessioni introduttive. Quella del cardinale di Milano, Carlo Maria Martini e quella di Stefano Rolando allora direttore generale dell’informazione e dell’editoria alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il portavoce del cardinale mons. Roberto Busti, oggi Vescovo di Mantova, compirà preliminarmente una verifica sommaria dei contenuti delle relazioni di apertura nella scoperta che entrambi i relatori citavano Max Weber per ricordare un argomento di garanzia, di fronte alle persone, quello della responsabilità. La lettura di questi testi consente però di fare emergere una questione di metodo rimasta inalterata. Quella che Carlo Maria Martini chiama “discernimento etico” non come deduzione moraleggiante ma come confronto diretto con la “percezione delle patologie”. Quando la comunicazione – dice (dopo aver citato Pasolini) “tende a soverchiare, non a suscitare attenzione critica”.
Per gentile concessione dell'editore, pubblichiamo due brani attualissimi integralmente presenti nel libro ”Etica e Comunicazione” a cura di Stefano Rolando (già ospitati nel volume Cammini di libertà. Lettere, discorsi, interventi (1991) edito da EDB nel 1992 (volume uscito dal catalogo e non più disponibile nella rete libraria).
Necessità e difficoltà del discernimento etico
di Carlo Maria Martini
Patologie della comunicazione
“La comunicazione va per canali otturati, bloccati o distorti, non solo per canali liberi. Se non ne teniamo conto finiamo per l’ottenere risultati diversi da quelli che pensavamo, soprattutto a livello etico. Dovremmo ragionevolmente attenderci, dall’attuale pervasione mediale, che oltre a non esserci blocchi, ci fosse un incremento totale del tessuto connettivo generale; dovremmo ritrovarci, teoricamente, in un universo molto comprensivo e molto comunicativo, perché ricchissimo di informazioni. In realtà, siamo in presenza di patologie o di blocchi comunicativi e dobbiamo allora chiederci quali sono le ragioni che ostacolano l’autentica comunicazione favorendo le chiusure difensive dentro il proprio «habitat» psico-affettivo. Esprimo sinteticamente alcune riflessioni sulle logiche comunicative. Infatti bisogna riconoscere un limite che ha segnato e compromesso la capacità di discernimento nei confronti della comunicazione di massa; un limite che viene, almeno in parte dalla chiesa. L’accusa cioè che più facilmente viene rivolta da parte dei cristiani alla comunicazione di massa riguarda per lo più i suoi contenuti, che possono essere moralmente pericolosi o inaccettabili. Critica ai contenuti che è vera (penso che ne conveniate anche voi), soprattutto in certi casi di maniera impropria di sfruttare passioni o sentimenti umani per trasmettere un messaggio. Tra l’altro, si tratta di una critica che ha trovato in Pier Paolo Pasolini una voce quanto mai efficace per esprimersi. Dice Pasolini: se i modelli di vita proposti ai giovani sono quelli della televisione, come pretendere che la gioventù più esposta e indifesa non finisca per diventare criminale? E diceva ancora: è stata la televisione a concludere l’èra della pietà e a iniziare l’èra del piacere, l’èra in cui i giovani, insieme presuntuosi e frustrati a causa della stupidità e irraggiungibilità dei modelli di vita loro proposti, tendono inarrestabilmente a essere o aggressivi fino alla delinquenza o passivi fino all’infelicità. Dunque, rilievi molto forti sui contenuti della comunicazione di massa, che pongono l’accento su contenuti discutibili e negativi. Minore rilevanza è stata data, invece, a ciò che è implicito, a quel mondo culturale che viene trasmesso implicitamente e a quanto è ancora più sottilmente implicito, cioè alle logiche proprie della comunicazione di massa. Occorre invece passare dal contenutistico anche implicito al formale, ad alcune logiche che sono, per esempio: la comunicazione non impegnata nei confronti della verità, ma preoccupata unicamente dell’opinione; la parola rivolta esclusivamente all’informazione e non alla comunicazione; la comunicazione intesa come strumento di potere, controllo, dominio, persuasione dominatrice e non di accoglienza dell’altro. Tutte realtà che sono nelle logiche della comunicazione e per questo il discernimento è ancora più difficile. Non è sufficiente dire: Scartiamo il tal contenuto perché è scioccante e ne prendiamo uno più accettabile. Si tratta della maniera stessa con cui si muove il comunicare. Parliamo anzitutto del rapporto tra comunicazione e verità. La comunicazione di massa è spesso dominata dalla logica dell’efficacia più che dalla cura per la verità…”
Che cos’è la responsabilità?
“Max Weber aveva parlato della necessità – per la professione politica e quindi per tutte le professioni che hanno un riflesso sociale – di un’etica della responsabilità in opposizione, o almeno in tensione, con l’etica della convinzione (appunto l’etica delle regole: se le osservo sono a posto). L’etica della responsabilità richiede di più. Con questo termine si vuole dar nome all’esigenza di farsi carico di tutte le conseguenze delle proprie decisioni – sia azioni sia omissioni - ; non solo, ovviamente, le conseguenze immediate, a corto raggio, ma pure quelle a lungo termine e su scala planetaria, nel loro reciproco intrecciarsi, in proporzione della loro gravità, specialmente se si tratta di effetti che debbono durare o prevalere a lungo termine. L’idea di responsabilità mette in luce l’essenziale dimensione interpersonale o dialogale dell’esperienza etica. In essa si esprime la convinzione che la libertà umana è tenuta a rispondere delle proprie decisioni a qualcuno. Possiamo domandarci: A chi? Al committente, anzitutto, a colui con il quale ho rapporti di lavoro. Però la domanda sulla responsabilità va oltre: devo rispondere a tutti coloro con cui sono legato da un rapporto di solidarietà e che, direttamente o indirettamente, sono toccati dalle mie scelte e dalle mie azioni. In tal senso la responsabilità ha una dimensione universale, nello spazio e nel tempo; si estende non solo all’umanità del presente, ma pure a quella del futuro, alle generazioni che verranno e le cui condizioni di vita, materiali e culturali, dipenderanno dai comportamenti posti oggi da noi. E ancora, più a fondo, l’idea di responsabilità spinge a trascendere spazio e tempo. C’è effettivamente qualcosa di trascendente nell’idea di responsabilità, come del resto in ogni dovere etico. L’appello alla responsabilità e ineludibile, imprescindibile, non negoziabile. Questi caratteri manifestano che esso è il riflesso, a livello pratico, della condizione esistenziale di un uomo che non è arbitro totalmente del suo destino e delle sue scelte.La fede cristiana insegna che solo riconoscendo un originario e costitutivo rapporto di dipendenza dell’uomo dal Creatore, la libertà umana conserva e realizza se stessa, e la responsabilità si dispiega fino alle sue ultime dimensioni…”