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Anticipazione - ArcipelagoMilano (16 aprile 2012)
ArcipelagoMilano - 16 aprile 2012
 
Prossimamente in libreria La buonapolitica. La contesa italiana sulla democrazia
 
Stefano Rolando
 
Stefano Rolando, dopo Due arcobaleni nel cielo di Milano (ottobre 2011, Bompiani) con cui ha contribuito a raccontare la figura e la storia del sindaco di Milano, da alle stampe un articolato saggio di analisi del dibattito politico in Italia negli ultimi sei mesi, costruendo l’immagine di due cantieri che fronteggiano la crisi di democrazia, quello nazionale del governo Monti e quello della sperimentazione milanese. Il libro si intitola La buonapolitica Cantiere Milano-Italia,con le prefazioni del sindaco Giuliano Pisapia e del ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca, edito da  Rubbettino ed è previsto in libreria entro la fine di aprile 2012. Le domande di fondo a cui cerca di rispondere questo saggio sono : riemerge davvero la buona politica? è davvero arrivato il momento per sovvertire l’alibi del Gattopardo? è  possibile che gli italiani decidano - con nuova visione europea – per la vita e non per la morte della democrazia?
Pubblichiamo un brano dell’introduzione e due citazioni delle prefazioni.
 
 
La situazione migliorerà? Quella italiana evolverà? L’incalzare dei «cantieri» qui presi in considerazione – e naturalmente di tanti altri qui non presi in considerazione – porterà a effetto un punto di equilibrio che rigenererà una via di uscita di consolidamento costituzionale? La dialettica tra le proposte del governo e l’interazione della maggioranza parlamentare è puro “teatrino” (per posizionamento sulle scadenze elettorali) o esprime una parte del processo di cambiamento?
Questi punti di domanda stanno stimolando molti soggetti – politici, culturali, mediatici – a interrogarsi e a richiamare l’opinione pubblica sulla necessità di tenere desta l’attenzione sullo scenario evolutivo.
Ed è questo anche l’obiettivo principale del nostro contributo. Ma con questa avvertenza preliminare: senza presidio sociale – quindi senza pressione, senza domanda, senza la potenzialità di un sano conflitto che attualmente è confinato (e non è poco) nelle inquietudini economiche e occupazionali ma potrebbe avere sbocco più generale – è ben difficile immaginare un recupero del deficit democratico.
Le argomentazioni che stiamo per esaminare passano da questo “luogo” generale (gli italiani genericamente intesi) a “luoghi” più circoscritti. Dapprima il governo Monti e la sua proposta di gestire le tre fasi annunciate di programma: risanamento, crescita ed equità. Sollevando attese e perplessità, e quindi forti interrogativi. Poi il sistema dei partiti politici – che in buona parte sostiene in Parlamento questa transizione – in ordine ad una riforma della politica tesa a un obiettivo ancora più difficile, quello di ricucire credibilità tra politica e cittadini. E in terzo luogo - come qui sosteniamo - il quadro politico che si è configurato a Milano, per caratteri simbolici e rappresentativi che rendono tale contesto utile ad un equilibrio ancora non definito ma che sarà sintesi di contesti forti e influenti.
Fare profezie è fuori luogo. Ipotesi sugli esiti valgono oggi quanto la loro ipotesi contraria. Ma per motivare il lettore attorno alla chiave di analisi che è stata scelta sia consentito uno spunto magari un po’ azzardato.
Può essere che il governo Monti proceda con esiti apprezzati dagli italiani nella sua traiettoria annunciata. Lasciando alcune “incompiute”, magari, a fronte delle cesura elettorale del 2013, che spingano l’opinione pubblica ad apprezzare un allungamento dei tempi di azione di questo governo. Anche perché è Monti il primo a sapere che la discesa dello spread non risolve da sé l’insieme delle emergenze in atto. Tenuto conto che se suonerà la campana della corsa elettorale nel 2013 – niente fa seriamente pensare al contrario – il tempo netto è davvero esiguo perché nella fase elettorale i partiti (soprattutto i maggiori) per ovvie esigenze tenderanno a non schiacciarsi sul governo. E può essere, quindi, che il sistema dei partiti pur tentando di delineare una riforma della politica giunga a sua volta a esiti incompiuti (si vedrà più avanti di quanti parti dovrebbe essere composta una vera e sana riforma). Magari si arriverà ad accordi sulle modalità elettorali, ma molti aspetti istituzionali (necessari alla buonapolitica) avranno bisogno di più tempo.
Può quindi essere che il prolungamento di un certo clima sospensivo, che ha come baricentro politico una formula più preoccupata delle condizioni dell’economia che della qualità della cultura democratica degli italiani, sia il portato della fase due di una transizione, che poi evolverà come ora non è dato neppure ipotizzare. Ma al tempo stesso si capisce che il percorso partecipativo che ha imboccato l’amministrazione milanese ha mantenuto alto il gradimento della città per il suo sindaco, nella frantumazione (che pareva impensabile) del centro-destra milanese e nella crisi ormai più che annunciata del contesto politico regionale. Sempre per continuare nell’ipotesi azzardata, l’estendibilità di una larga alleanza “post-ideologica” dal contesto di Milano a quello (pur chiaramente diverso) della Lombardia – capace di motivare ambiti importanti del sistema politico e sociale intermedio – non è pura fantascienza e (ora marzo 2012) riflessioni sono in corso con carattere non proprio evanescente. Ciò porterebbe a una connessione più progressista con mandato popolare e rinnovamento profondo dei gruppi dirigenti, in quell’asse Milano-Lombardia che assicura al paese un quarto del PIL e circa la metà della sua internazionalizzazione. Le traiettorie di ciò che finora è semplice accenno, potenzialità, forse immaturo sviluppo, prenderebbero così un carattere di “polo” nell’evoluzione politica del paese in cui il “palazzo romano” risponderebbe della sua evoluzione così come il sud risponderebbe della sua evoluzione e l’insieme della territorialità avrebbe modelli di riferimento più chiari per dare spinta a evoluzioni allo stato confuse. Piero Bassetti – intervistato da Repubblica (domenica 25 marzo) ha, per primo, descritto uno scenario in serio movimento: fine ciclo del formigonismo, ipotesi di un candidato centrista (per recuperare voto moderato) ma in una convergenza “montiana” delle due debolezze, quella dello stesso formigonismo (che taglierebbe via la Lega) e quello di una sinistra in Lombardia ancora troppo ferita (Penati) per tentare egemonie. Qui è presto per comprendere quale sia il più serio profilo di alleanze per assicurare un ricambio vero di classe dirigente e per rigenerare, soprattutto, un ragionamento sulla missione istituzionale e sociale di una regione che conta come uno Stato, in mezzo all’Europa. Si può solo dire che la slavina cominciata da Milano mette la politica milanese dentro questi fermenti come un lievito. E non alla finestra in attesa che partiti sfibrati prendano tempo per ridurre i danni.
 
 Due citazioni dalle prefazioni
Giuliano Pisapia
Perché c’è un’altra cosa che quest’esperienza mi ha insegnato: che è troppo facile fare l’opposizione, soprattutto se si fa parte della maggioranza di governo, senza assumersene la responsabilità. E che l’ingovernabilità che deriva da questa confusione di ruoli fa correre un grave pericolo e può far erroneamente pensare che gli unici in grado di governare siano i tecnici. Non è vero: la «tecnica» non è mai neutra, non è una categoria superiore. L’Italia e il mondo hanno bisogno di politica. Anzi: di buona politica.
 
Fabrizio Barca
Accetto l'argomentazione che Milano – per il rilievo del suo ruolo sociale, economico e culturale, per il carattere emblematico dei radicamenti politici in quella città di soggetti primari nello scenari nazionale – sia il luogo e il soggetto che ha anticipato la discontinuità. E accolgo con interesse le affermazioni del sindaco Giuliano Pisapia, nella nota introduttiva, che indicano l’esistenza di un «cantiere» rivolto alla buona amministrazione rispetto alla comunità locale ma anche rivolto al concorso di nuovi equilibri nazionali per la coesione e lo sviluppo. Dopo di che c'è da ricostruire un rapporto fiduciario fra cittadini e Stato e all’interno dello Stato in cui quello sviluppo possa prendere forma. E in cui esso possa essere governato fuori da ogni retorica dell'annuncio e attraverso gli strumenti di una più avanzata democrazia deliberativa.