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Massimo Fichera (5 luglio 2012)
mondoperaio n. 7-8 /2012 *
 
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La scomparsa di Massimo Fichera (1929-2012)
Un esemplare degli intellettuali-manager che hanno reso sensato il rapporto tra politica, cultura, comunicazione ed economia nel corso del ‘900.
 
Stefano Rolando
 
Massimo Fichera è scomparso il 5 luglio 2012. La notizia della morte – causata dalla prevedibile insuperabilità di una anestesia operatoria che avrebbe, se con esito positivo, risolto un male sopravvenuto a una situazione di salute di per sé assai difficile – è giunta mentre a Roma si ricordava la scomparsa, nella stessa data l’anno prima, di Enrico Manca.
Molti nessi legavano nella vicenda professionale e politica queste due dissimili figure.
Molte ragioni sostengono la necessità che queste pagine – tradizione delle tante e dissimili intellettualità che hanno pensato e proposto cultura politica alla famiglia politica socialista nei suoi giorni di forza e soprattutto nei suoi giorni di debolezza – accolgano una rievocazione, forse ancora non abbastanza meditata, di ciò che Fichera ha rappresentato “tra il pensare e il fare” di una generazione che ha accompagnato e alimentato il successo dei socialisti e che ha vissuto, pagandone severi  prezzi, la travolgente crisi dei socialisti.
Figlio di un professore di matematica catanese, Massimo Fichera nasce a Catania nel 1929. Un fratello – di una famiglia tendenzialmente orientata alla cultura scientifica – ha continuato lo studio e l’insegnamento della matematica. Tanto che Massimo ne faceva motivo di umorismo, per esempio quando argomentava che le sue battute o le sue provocazioni erano – per appartenenza culturale della sua famiglia – “scientifiche”.
Si iscrive, poco più che ragazzo, all’allora federazione giovanile del Partito socialista dei lavoratori italiani, di matrice saragattiana, andando a compilare a Catania i moduli insieme allo storico della letteratura Nino Borsellino e al compositore e musicista Aldo Clementi. Nel dividersi e riaggregarsi, nello stare a destra e a sinistra rispetto alla continuità del Psi, questa componente ebbe intuizioni e distinzioni nella formazione della moderna classe dirigente socialista e ricompose poi, proprio attraverso Manca, un filone destinato a una centralità nell’evoluzione politica che precedette la guida del Psi da parte degli autonomisti. Non fu tuttavia la politica in senso stretto il terreno con cui si espresse da adulto Fichera. Che, compiuti gli studi di filosofia (laureandosi poco più che ventenne “da secchione” a Roma con accorciamento dell’iter di studi), maturò esperienze giornalistiche e intellettuali fino a entrare in quella sorta di meta-azienda concepita da Adriano Olivetti non per produrre macchine da scrivere ma per produrre un contesto sociale e culturale utile alla produzione di macchine da scrivere. Una meta-azienda fatta da una parte dalla Direzione pubblicità dell’Olivetti (Renzo Zorzi) e dall’altra parte dalla Fondazione Olivetti, che ebbe proprio in Massimo Fichera il suo primo segretario generale. A lungo a Ivrea (tanto che il suo primo figlio Marco nacque a Torino  nel ’46) e poi a Roma fino al ’64, dopo che Fichera cercò invano di convincere Olivetti a far confluire tra i socialisti il suo movimento di Comunità.  
Capire la società e capire la modernizzazione del processo produttivo. Queste le due lezioni professionali del decennio che Fichera mise poi a profitto nella sua seconda stagione di “pensiero&azione”, quella legata alla Rai, ancora bernabeiana, ma attraversata da fremiti di cambiamento che sarebbero poi sfociati nella riforma della metà degli anni’70.
In quella prima parte Fichera (che era stato brevemente anche membro del comitato centrale socialista e autore del manifesto degli intellettuali che, Bobbio in testa, appoggiò l’unificazione socialista) era consigliere di amministrazione, designato dal Partito Socialista, con il fanfaniano Umberto Delle Fave presidente e con Bernabei direttore generale.
Una “sponda interna” che lavorò strategicamente per la spallata “al latifondo”, come allora si argomentò,  portando, il 14 aprile del ’75, alla riforma della Rai che aveva un ampio quadro politico di progettazione ma certamente in Enrico Manca un propulsore. La legge 103 che comportava nomine parlamentari anziché governative e l’implementazione di una terza rete da affiancare alle prime due già esistenti. Nel breve la parlamentarizzazione della Rai portò alternativa interna, pluralismo, modernizzazione di prodotto. In tempi più lunghi, quando il pluralismo diventava di sistema e non solo interno all’azienda, quella “parlamentarizzazione” ebbe il volto ben più mordace dei partiti e sempre meno visionario delle istituzioni, fino a far dire a molti che per svariati motivi quella riforma governò un tragitto troppo breve anche se evolutivo dell’azienda. In quel tragitto si collocò, qui si in forma monumentale, l’esperienza di Rai2, cioè della seconda rete televisiva alla cui guida e alla cui costruzione Massimo Fichera passò lasciando il consiglio di amministrazione che, dopo la riforma, fu presieduto prima dal socialista Beniamino Finocchiaro e poi dal socialista Paolo Grassi.  Esperienza che, naturalmente, in questi giorni è quasi la sola a ricordare la sua figura nei media. Gigi Mattucci, che di quella rete fu “l’ingegnere” – sia per ruolo professionale che per l’ organizzazione strategica dei palinsesti – dice: “Al di sopra di ogni merito politico (che c’era perché il pluralismo diventava reale) e culturale (perché il team di quella rete stava con i piedi piantati nel cambiamento sociale),  Fichera portava proprio dalla sua cultura olivettiana il fattore determinante di sapere organizzare il lavoro degli altri”.  Sarà questo il riferimento principale dei tanti, memori e grati, che hanno lavorato con lui in quegli anni che davanti al feretro, nel Tempietto Egizio del Verano a Roma, il 7 luglio (assenti vertici dell’attuale Rai e mondo politico) gli hanno dato l’addio chiamandolo “maestro”, riconoscendolo privo di ogni invidia, rivendicando la forma alta con cui il profilo di un dirigente Rai (spunto polemico inevitabile per i tempi recenti e forse anche per l’oggi) è tale se “pensa paese e prodotto”, riscattando il rapporto persino necessario tra quel genere di azienda e la politica nella misura in cui esso risponde alla bussola dell’etica e non alla bassalega di filiere tese a umiliare non a promuovere il compito di un servizio pubblico.
Per queste stesse ragioni Fichera conobbe un tempo due del suo lavoro in Rai, privato del comando della rete – quando la stretta (non solo del Psi, ma di tutti i partiti) si sarebbe fatta più acuta – ma non privato della possibilità di contribuire all’evoluzione della televisione. In parte ciò riguardò le sue funzioni di vice-direttore generale mirate a pensare all’evoluzione tecnologica, bistrattate al tempo, ma messe da lui al servizio di un rinnovamento di pensiero sistemico. E, poco dopo la guerra del golfo, all’inizio degli anni ’90, riguardò la costruzione della prima e ancora adesso unica emittente televisiva che “pensa Europa” parlando il linguaggio delle tv pubbliche europee, cioè Euronews. Fichera era al tempo vicepresidente della UER a Ginevra, dove rappresentava la Rai, ed ebbe l’intuizione di reagire al modo con cui la sola Cnn operava con efficacia mondiale nel territorio di guerra in cui mai come allora la tv aveva ruolo fondamentale. Cercò sponda in Jacques Delors, presidente della Commissione UE, la ebbe e, dopo una prima sperimentazione promossa in Svizzera, lanciò da Lione (di fatto si trattava di una società giuridicamente francese) una tv che raccoglieva e ridistribuiva a livello internazionale il prodotto informativo delle tv pubbliche europee: Euronews. Di cui fu insieme presidente e direttore generale dal 1992 al 1996.
Una terza stagione, questa, della sua vita professionale in cui la somma delle esperienze specifiche si rifondava ad una visione europea della cultura, della politica (e della sua stessa vita personale) e che lo portò ad avere un ruolo di primo piano tra coloro che, ancora una volta, Enrico Manca sollecitava a mantenere legami e connessioni per studiare l’evoluzione e l’innovazione dei media proponendo soluzioni tanto al sistema di impresa che al sistema istituzionale.
Condivisi così per qualche anno con lui la vicepresidenza di Isiim, un Istituto che ha avuto il merito di ragionare sugli interessi generali e nazionali laddove partiti e imprese imponevano comprensibili (e a volte incomprensibili) conflitti. La politica restava una passione che i fatti non riuscirono a trasformare, nel suo modo di interagire, né in nostalgie né in sguardo indietro. Essendo bravissimo negli orali e poco sperimentato negli scritti, non resta di Massimo Fichera una bibliografia adeguata allo spessore di esperienza che ha avuto. Ma, forse, la sua scomparsa – che priva una larga compagine di un punto di riferimento assai stimato – potrà sollecitare qualcuno a fare sforzi di scrittura in sua vece e sulle sue tracce.
 
* Pubblicato con il titolo Memoria. Massimo Fichera: la modernizzazione della cultura
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La fotografia (che avevo segnalato in rete per gli 80 anni di Massimo Fichera ritrae la prima fila di un convegno sulla televisione e l'audiovisivo in Europa, all'inizio degli anni '90, quando Massimo sperimentava l'avvio di Euronews, da sinistra Jack Lang, Massimo Fichera, Stefano Rolando, Carmine Cianfarani e Silvio Berlusconi)