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Stefano Rolando al Circolo della Colonna a Milano

Dibattito il 29 ottobre 2008 a margine di due libri usciti di recente Quarantotto (Bompiani) e Brand Milano (Franco Angeli). Al Circolo della Colonna, network presieduto da Ugo Poletti. Sintesi della serata pubblicata sul sito del Circolo.

La relazione introduttiva. Se Stefano Rolando deve pensare a una parola per riassumere la sua carriera, sceglie “nomade”. Non tutti riescono a vivere come Bruce Chatwin (il famoso scrittore-viaggiatore) ma ognuno ha un suo viaggio interiore che esprime diversamente. Molti hanno avuto la fortuna di appartenere ad una cultura per tutta una vita. Basta pensare a chi ha lavorato sempre in FIAT o al giornalista  che ha svolto tutta la propria carriera in RAI. E’ la stessa esperienza di chi ha tenuto salda una famiglia. Stefano Rolando, invece, ha vissuto una carriera all’insegna della discontinuità, seguendo il filo conduttore della propria tensione creativa. In questo modo ha lavorato alla RAI, all’Istituto Luce, a Palazzo Chigi, all’Olivetti, in Regione Lombardia, all’Università IULM. Quando questa tensione iniziava una curva discendente, lui faceva un salto professionale verso un’altra esperienza. Secondo Rolando gli anni più creativi della storia italiana al dopoguerra sono stati gli anni ‘60 e gli anni ’80. Negli anni ’70 sono stati offuscati dal massimalismo della contestazione (quella originata nel ’68  che  Stefano Rolando ha osservato con un certo distacco dalla casa editrice il Mulino) il terrorismo e il peso della ideologia comunista. In polemica con chi tra gli ex-comunisti  che oggi afferma di essere “kennediano”, racconta la storia del suo compagno di scuola, vincitore del premio di migliore studente d’Italia, radiato dalla FGCI per avere manifestato durante un’intervista l’ammirazione per JFK. Per Rolando la comunicazione pubblica è la scatola nera del Paese e lui ha avuto a 37 anni il privilegio di organizzare la prima direzione comunicazione, editoria e relazioni esterne della Presidenza del Consiglio su chiamata di Giuliano Amato. Durante gli anni ’80 l’Italia stava giocando una importante partita al tavolo dei Grandi. C’era stato l’ingresso dell’Italia nel G7 e bisognava essere accettati nel club dei Paesi più potenti. Se vuoi essere un Paese che conta sullo scacchiere internazionale, bisogna che la popolazione ti segua. Ecco il ruolo cruciale che ebbe l’inizio della  comunicazione pubblica. La classe dirigente di quell’epoca aveva la consapevolezza di giocare una partita importante. Oggi, Rolando  non ritrova quella stessa tensione tra chi dirige il Paese. Oggi il suo maggiore radicamento è a Milano. Milano è figlia di una storia di rapporti costruttivi tra laici, cattolici e socialisti. Città borghese, pluralista e accogliente. Ha sempre avuto una straordinaria capacità di inglobare milioni di immigrati, dai manovali a

i premi Nobel. Milano era una città simpatica agli Italiani. Il “commenda”, cioè l’imprenditore di poca cultura totalmente dedicato alla sua impresa, era una figura ammirata e anche presa in giro. Nota di colore: in quegli anni una delle spese personali più alte tra gli imprenditori era la chiromante! Operosità e prosperità, ma con modestia e auto-ironia. Negli anni ’60 il grattacielo Pirelli era un simbolo di modernità e di calamita culturale. Ancora oggi a  Milano i nostri ragazzi non devono sottomettersi al sistema delle raccomandazioni e dei favori per ottenere uno stage/posto da lavoro. Dopo questo periodo felice è arrivato il ’68 con le sue aspirazioni intelligenti, tradite dal suo estremismo distruttivo. Una stagione drammatica. Un paradossale esempio di borghesia che uccide se stessa. Gli assassini di Walter Tobagi erano figli di intellettuali di sinistra a cui rimproveravano di non essere abbastanza comunisti. Negli anni ’80 arriva la stagione della “Milano da bere”, opulenta, gradassa e antipatica. Milano riduce il suo patrimonio di simpatia e attrazione. Ma mantiene fasatura con il quadro nazionale.  Mentre  negli anni ’90 si consegna nelle mani di un ceto politico che non la sa interpretare. La caduta nel provincialismo e nella tracotanza. Lo si vede nell’aspirazione di diventare una città borgo, con vie piccole (iniziativa del sindaco Albertini di restringere le corsie delle macchine; ndr). Milano non ha la struttura di una capitale, ma rimane una incredibile città-laboratorio. Purtroppo, oggi Milano è diventata politicamente fragilissima. I governanti locali non conoscono e non sanno gestire i rapporti con i sistemi romani. Stefano Rolando confessa di avere una crisi di fiducia verso la classe dirigente. Nel romanzo dei 3 moschettieri (che in verità erano 4…) di Alessandro Dumas c’è un filo conduttore che lo ha sempre colpito: la fedeltà al loro Re, purché sia un re all’altezza. Oggi il re non pare più all’altezza. La seconda repubblica è diventata uno stipendificio, dove non fanno carriera i più intelligenti ma i più fedeli, anche se incompetenti. In ogni caso, Milano continua dare più chances di altre città. Ma quale è il brand di Milano oggi? C’è una partita aperta nella nostra città? Anche una città come Torino, schiacciata dalla monarchia della FIAT, ha saputo risvegliarsi dalla crisi di quel sistema e liberare delle energie. Secondo il Prof. Rolando Milano deve recuperare le sue tante storie: banche, aziende, istituzioni, che sono contenute nella sua scatola nera. Le tradizioni sono un corredo che salvano la realtà presente. Basta vedere l’esempio dei Carabinieri, su cui fanno molte produzioni televisive e la Guardia di Finanza, che non riesce a fare nulla. Il brand è un gioco identitario e per coinvolgere la gente occorre raccontargli delle storie. Milano ne ha bisogno, perché deve tornare ad essere simpatica, agli stessi Milanesi prima che agli Italiani. Si dovrebbe cominciare dal portale dell’EXPO 2015, anche perché tratterà di alimentazione e agricoltura, temi comuni a tutta l’Italia. Un modello da studiare è quello della nascita del cinema tedesco. Nel 1960 Alexander Kluge inventa il nuovo cinema tedesco, quello che sfornerà i grandi registi (Fassbinder, etc.) su stimolo della classe dirigente della SPD al potere. Una innovazione culturale necessaria per rappresentare un processo di discontinuità. La Germania era cambiata, non voleva più massacrarsi con il senso di colpa del nazismo, e il cinema aveva ricevuto il mandato di lanciare il segnale. La forza morale di un’idea che segna la nascita di una nuova nazione. Il nostro mondo si suddivide in luoghi di realismo e luoghi di chiacchiere. I luoghi di quelli che hanno letto libri e produce idee, e i luoghi di chi riporta gli slogan dei giornali. Dove ci collochiamo noi? Il cambiamento o la palude? Se un 40enne non interpreta il cambiamento a quest’età rischia di rimanere rancoroso per il resto della loro vita. Rolando non ha fiducia nella capacità dei ventenni di oggi di essere protagonisti di cambiamento. Li vede facilmente influenzabili e inconsapevolmente difensori di un sistema da cambiare.Il dibattito si apre con la manifestazione di disagio verso Milano da parte di alcuni soci della Colonna. Prevale la sensazione di città opprimente, bloccata e non più luogo di opportunità. Però, una ragazza straniera alla cena afferma l’opposto, cioè che lei sta avendo successo nella sua iniziativa imprenditoriale (teatro in lingua francese) proprio a Milano. Secondo Rolando la sfida della globalizzazione a cui è chiamata l’Italia può essere vinta solo attraverso la capacità di stare nel nodo della globalità. L’Italia è più adatta all’integrazione europea di quanto lo sia la Francia, che per quanto si sforzi non riesce ad aprirsi a causa dei suoi germi anti-globalisti. Purtroppo mancano dei personaggi che indichino la mission a Milano. Abbiamo avuto in passato un grande Piero Bassetti, primo teorizzatore della globalizzazione, e Carlo Maria Martini. Chi sono oggi i portatori di visione per Milano? Siamo sicuri che Berlusconi sia visto come leader da Milano? Lui è più un’interprete di una metafora del Paese. La vendita del sogno, un artista della pubblicità. Negli anni ’80 lui ha fiutato l’esistenza di un mercato potenziale di Lit. 15.000/miliardi di pubblicità, che non emergeva per colpa della politica democristiana repressiva dei consumi. Craxi diede a Berlusconi il via libera per conquistare questo mercato inespresso. Letizia Moratti ha sintonie ma è diversa da Berlusconi. Per vincere a Milano bisogna avere questa particolare condizione. Comunque è  la prima volta dopo tanti decenni che a Milano il posto di sindaco viene ricoperto da un esponente dell’alta borghesia (dopo Melzi d’Eril e Radice Fossati). Prima della passione per il lavoro, viene la passione civile. Da lì nasce l’orgoglio per la città.Ritornando alla visione per stimolare il cambiamento della città, sembra che gli intellettuali di punta di Milano non siano in grado di elaborare un disegno globale, ma rimangono confinati nel giardinetto della materia che dominano. Né si sente la voce di Assolombarda, una delle più prestigiose istituzioni milanesi, che dovrebbe creare la cultura del cambiamento. Milano può esprimere un modello di sviluppo sostenibile. Una rielaborazione della cultura del distretto. Carlo Cattaneo diceva: “una gens, una terra”. Per esempio il distretto del pret-à-porter, della comunicazione, etc. Un territorio che esprime sinergie. Costituzione di una storia dell’economia in trasformazione. Qual’è il segnale più forte del disagio? Smog? Traffico? Riconoscimento del talento? No. E’ la solitudine umana e la frammentazione. Il modello di famiglia che non tiene. A differenza di quello che avviene in altre regioni italiane. Assistiamo a trasformazioni che creano disagio. Dopo anni di esaltazione dell’individualità e centralità del consumatore, abbiamo silurato la dignità della dimensione pubblica e costruito una società di persone sole. A parte l’attivismo di CL e del mondo del volontariato, la città ha delegittimato la socialità. Bisogna reagire all’atomizzazione. Perché investire i soldi in assistenza ad un villaggio del Burundi, quando possiamo esprimere qui il nostro valore del sociale? E’ la tradizione più vera di Milano. Oggi sono falliti i luoghi laici di socialità. Reggono, per fortuna, alcune parrocchie. Dobbiamo ridare dignità al pubblico e al sociale. Non è un percorso impossibile. L’impresa potrebbe avere un ruolo perché la sua mission è pubblica. L’importante è avere un pensiero al servizio del popolo. Il privatismo ci ha allontanato dalla tradizione di Milano. Il risultato è una società infelice.