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Giovanni Giovannini
8 Ottobre, 2008
Conservo da quasi una ventina d’anni questa foto, scherzosa istantanea colta davanti all’ingresso di Villa Madama a Roma per una cerimonia di premiazione (i carabinieri sullo sfondo fanno memoria che il presidente del Consiglio dei Ministri pro-tempore sarebbe stato presente) che dice molte cose di un rapporto “sostanziale” intrattenuto per un decennio con un grande dell’editoria italiana, in quel tempo lui presidente della FIEG  (e giusto nel periodo del mio decennio anche dell’ANSA), io direttore generale dell’informazione e dell’editoria a Palazzo Chigi.

In lui tutta la sdrammatizzazione di un rapporto che all’occorrenza doveva essere anche confronto, anche negoziato, anche mediazione, anche distinzione. In me il riconoscimento affettuoso di una alta personalità professionale, di una esperienza che si confondeva con luoghi seri e importanti del giornalismo italiano (in primo luogo La Stampa), di un’età e di una storia che gli conferivano un’immagine per me paterna. La sua modalità diretta, umana, scherzosa era parte di una logica difficile per una persona di coscienza civile: quella di mantenere o se possibile migliorare la soglia di sostegno da parte dello Stato all’editoria italiana. Nel corso degli anni sempre più “mission impossible” (anche se dopo di noi il volume finanziario è ampiamente aumentato). Soldi giusti, soldi ingiusti? A nessuno dei due era dato rispondere,  la dove il Parlamento aveva risposto e normato. Ma anche grazie al negoziato tecnico di due persone di grande competenza (il suo direttore generale Sebastiano Sortino, la mia dirigente generale Anna Maria Muolo) quel lungo negoziato è stato improntato a correttezza, legalità, ricerca di soluzioni dentro le compatibilità. Ma lo sguardo di Giovannini andava al cambiamento, alle trasformazioni del sistema. E avrebbe voluto che attorno alla sua creatura – la rivista Media Duemila – convergessero più attenzioni, per farne di più luogo del confronto sul cambiamento culturale e professionale di un sistema che avrebbe dovuto trovare nella tecnologia anche un supporto alla revisione dei suoi costi.

Mi ha colpito leggere questa mattina nella pagina che Alberto Papuzzi gli ha dedicato sulla sua Stampa la riflessione dell’importanza che Giovannini andava annettendo negli ultimi anni al suo periodo di internato nei campi di concentramento tedeschi che dopo l’8 settembre fu il risultato della scelta di non cedere le armi e non combattere con i tedeschi. La stessa scelta che fece mio padre nelle isole dell’Egeo, riuscendo a transitare attraverso la Turchia e mezzo Mediterraneo all’Egitto presidiato dagli inglesi, ma poi ancorché condannato a morte dai tedeschi finendo nel vasto campo di internamento inglese di Ismailia. Entrambi (con quattro anni di differenza, lui del ’20, mio padre del ‘16) medaglia d’argento al VM. Proprio in questi ultimi tempi sto dedicando energie ad una scrittura ispirata alla vicenda “identitaria” di mio padre dopo l’8 settembre. Giovannini vi ha scritto  nel 2004 il suo Quaderno nero, edito da Scheiwiller. Non l’ho ancora letto. Lo cercherò con grandissimo interesse. Memore di una bella conversazione che facemmo una volta – a margine di una lunga e noiosa giuria – proprio sui fondamenti dell’etica professionale dentro i grumi di storia che forgiano le generazioni. Ma un ricordo di Giovanni Giovannini non può essere, per me, abbozzato senza far memoria della battuta colossale che ebbe in occasione del primo incontro – durante il fugace governo Fanfani che aveva fatto seguito alla fine del governo Craxi – con il sottosegretario Mauro Bubbico che aveva le competenze appunto in materia di editoria. “Ma lo sa – disse Giovannini per stabilire un dialogo fuori da ogni protocollo – che malgrado le dicerie lei è persino bello!”. “ ’A Giovannì – gli rispose Bubbico – ma lo sa che questa stronzata non ha avuto il coraggio di dirmela nemmeno mi’ madre!”. Di scambi così erano pieni i “confronti” con tutti i sottosegretari alla Presidenza del Consiglio che hanno attraversato quegli anni. Anche in memoria di ciò va letto il lungo affettuoso necrologio che oggi proprio sulla Stampa ha scritto Gianni Letta, “il sottosegretario” per definizione, chiamandolo in un certo passo “il poeta e l’apostolo della grande mutazione nel campo  della comunicazione alla quale ha dedicato la Sua intelligenza e le Sue energie fino all’ultimo giorno”.