Home Attività Impegno Civile Regionali 2013 Quadro politico attorno alla Lombardia (una nota di Luigi Covatta, 14 febbraio 2013)
Quadro politico attorno alla Lombardia (una nota di Luigi Covatta, 14 febbraio 2013)
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Buona e mala politica / Diario di trincea 20
pubblicata da La buonapolitica il giorno Giovedì 14 febbraio 2013 alle ore 10.28 
 
Oggi evito di scrivere. prendo a prestito. Luigi Covatta, direttore di Mondoperaio, milanese di formazione e romano di carriera politica, che ha preso parte agli eventi della campagna di Umberto Ambrosoli, mi manda il testo di un post sul contesto politico in cui l'avvicinarsi alle urne mette la Lombardia in un vero e proprio banco di prova per il Paese. Lo riproduco qui.
 
Il fronte principale
Luigi Covatta
Fino a prova contraria l'amministratore delegato di Finmeccanica è innocente, e lo è anche Formigoni. Ma senza prova contraria, invece, i provvedimenti giudiziari a loro carico interferiscono gravemente sulla campagna elettorale. Non necessariamente a loro danno, per la verità, o a danno dei loro danti causa. I fischi di ieri sera a Crozza, per esempio, la dicono lunga sull'effetto boomerang della mostrificazione dell'avversario. Ed il fumus persecutionis, che nelle aule parlamentari non viene più preso in considerazione, presso l'elettorato ha ancora corso legale (anche perchè le tricoteuses ormai sono stanche).
Il guaio è che con la persecuzione giudiziaria a farla franca sono le responsabilità politiche. A suo tempo lo aveva già detto Emanuele Macaluso a proposito del processo Andreotti. Ma nel caso della Lombardia è ancora più evidente. Riassumiamo: Formigoni che tre anni fa imbottisce il listino di igieniste dentali e laureati in Albania; Formigoni che copre fin che può il crac del San Raffaele; Formigoni costretto alle dimissioni nonostante la maggioranza bulgara di cui dispone; Formigoni che designa Albertini come proprio successore; Formigoni che molla Albertini in cambio di un seggio al Senato; Albertini che accetta a sua volta un seggio al Senato (ma da Monti) in cambio di una candidatura di disturbo alla Regione; Maroni che fino al 2011 considera normale che il tesoriere del suo partito sia contemporaneamente sottosegretario di Calderoli e addirittura vicepresidente di Fincantieri; La Russa che con i suoi Fratelli d'Italia sostiene il progetto secessionista di Maroni; Maroni che si allea con Berlusconi, ma candida Tremonti a palazzo Chigi; Tremonti che nomina Orsi a Finmeccanica all'insaputa di Maroni (ed ovviamente di Scaiola).
C'è quanto basta per mandarli tutti a casa hic et nunc, senza aspettare che qualcuno prima o poi vada in galera. O meglio, ci sarebbe, se la politica facesse il suo mestiere: se, per esempio, i “civici” di Monti non avessero scoperto la disciplina di partito (!) e lasciassero al suo destino la candidatura di Albertini al Pirellone; e se a sua volta il Pd la smettesse di evocare l'Ohio per ottenere il premio di maggioranza al Senato e si concentrasse sull'obiettivo più importante, che è quello di eleggere Ambrosoli e soprattutto di non eleggere Maroni per evitare la leghizzazione coatta del Nord.
Da questo punto di vista è davvero un peccato che il Pd non sia nato nel 1921. Togliatti sapeva scegliere il “fronte principale”: tanto che quando Pajetta gli comunicò di avere occupato la prefettura di Milano gli chiese “E adesso che te ne fai?”. E magari ci fosse ancora qualche vecchio bolscevico che chiedesse a Bersani che se ne farà della maggioranza al Senato se Lombardia, Piemonte e Veneto tratterranno il 75% degli introiti fiscali.