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Ella Melodia Gennarini
Vedemmo il futuro con gli occhi dei nostri figli
Ella Melodia GennariniElla Melodia Gennarini è nata a Milano il 7 settembre del 1911. E’ stata la persona più vicina a mia madre in vita. Sua madre, la signora Carmen Gennarini Viglezio, a sua volta è stata molto amica della mia nonna materna, Amelia Anzà. Vivo per noi è ancora il ricordo delle sue favole (quelle scritte da lei e quelle del Capuana raccontate a memoria), davanti ai primi fuochi di settembre al camino della casa di Ghirla, ultimo scampolo dell’estate delle nostre lunghe villeggiature di ragazzi.

Con suo figlio Piero Melodia, ho condiviso i giochi dell’infanzia, la scuola, l’avvio delle esperienze di lavoro e, a poco a poco, tutta la nostra vita. Sposata prima della guerra con l’avv. Tommaso Melodia, di Altamura, ha avuto i primi due figli, Paola e Andrea, prima e durante la guerra. Piero è nato nel 1947. La villa Gennarini a Ghirla, in Valganna, nella prealpe varesina, è stata un luogo di sfollamento delle nostre famiglie durante i bombardamenti di Milano. L’avvocato Melodia – scomparso immaturamente a metà degli anni cinquanta – l’8 settembre era a Caserta inquadrato nei ranghi dell’esercito italiano.

La raggiungo nella casa di via Settembrini a Milano, la stessa in cui è fluita tutta la vita sua e della sua famiglia, poco lontano dalla via San Gregorio che fino ai bombardamenti del 1944 era la casa di mia nonna Amelia e di mia madre, completamente distrutta dalle incursioni aere inglesi. E’ reduce da una seria operazione che ne riduce l’autonomia fisica, ma che la lascia lucida e  memore agli affetti della sua vasta famiglia di nipoti e pronipoti. E’ l’autunno del 2008, l’8 settembre è da poco passato trascinandosi ancora, dopo 65 anni, tratti di “irrisolto”.  La metto brevemente al corrente dello scritto che sto curando. E questa è la sua sintetica testimonianza.

E’ difficile parlare di quel tempo. Difficile raccontare le cose che si accavallavano, creando speranze, paure, angosce. L’8 settembre abbiamo tutti sperato che fosse finita, che si aprissero le condizioni per il ritorno a casa dei nostri mariti, dei nostri fidanzati. Perché si ricomponessero le famiglie nella normalità. Ma sono state speranze di due giorni. Poi si è capito che la realtà sarebbe stata ancora più dura e drammatica. Con l’Italia divisa in due in realtà si mantenevano tutti i fronti esterni e si apriva in più un altro fronte, il più grave. Quello interno. Stando a Ghirla io andavo tutti i giorni a Ponte Tresa, al vicino confine con la Svizzera, per tenere i rapporti con mio fratello Pier Emilio detto Mimmo e con mio cugino Saverio Cavuoti, che erano riusciti a riparare lì. Loro – per strane vie – avevano scambi con mio marito che stava invece nei reparti militari nel sud Italia. Da loro seppi che Masino era riuscito a trovare una bicicletta e con quella arrivare da Caserta a Bari nel giorni di smobilitazione confusa delle truppe dopo l’8 settembre. A Bari si era unito alle forze alleate che stavano risalendo l’Italia e con loro partecipò a vari combattimenti fino ad arrivare a Cassino. Quando alla fine, a guerra finita, riuscì ad arrivare alla stazioncina di Ghirla dove lo avevo aspettato giorno dopo giorno, non mi trovò perché ero un’ennesima volta a Ponte Tresa a cercare informazioni.

Dico queste cose per dare la misura della realtà piena di ansie e di notizie contraddittorie che caratterizzò quella stagione della nostra vita, di chi appunto la guerra la viveva non sui fronti ma nelle città bombardate, nelle zone di sfollamento con pochi mezzi di comunicazione, comunque in un’Italia occupata dai tedeschi in cui vedevamo continuare umilianti violenze. Ricordo per esempio la situazione del padre del nostro grande amico Ernesto Rogers. Un uomo di grande personalità che purtroppo stava con un tumore avanzato in un letto di ospedale a Varese. Ernesto, sfollato da noi a Ghirla, riusciva così a stargli vicino. Famiglia ebraica, con un cognome così evidente, fu individuato dai fascisti e poi da tedeschi e non ci fu niente da fare, finì piombato in un treno per Buchenwald dove naturalmente non sopravvisse.

Tuo padre aveva approfittato di due licenze dal fronte greco per completare i suoi esami all’Università Cattolica (immaginati che condizioni!) e purtroppo anche per accompagnare le ultime ore di suo padre. Furono anche le occasioni per qualche ora di serenità nella quiete di Ghirla, dove il loro lunghissimo fidanzamento faceva mantenere le promesse per le quali le attese sarebbero state altrettanto lunghe. Quante storie di lunghe attese! In quegli anni avevamo avuto tante notizie dolorose. Io per prima seppi della morte al fronte greco-albanese del fratello di tua madre, Pierfrancesco detto Opi, compagno d’armi di tuo padre, che ci fece capire subito come sarebbe stata drammatica e difficile quella campagna che era stata propagandata come un “lampo”.

Mio marito tornò magro come un chiodo. Risalendo l’Italia aveva visto lo sfacelo di un paese che stava pagando con la divisione, i bombardamenti, l’impossibilità di organizzare rapidamente i rientri per i suoi soldati all’estero, la sparizione delle responsabilità e tante altre brutte cose, l’insensatezza di quella avventura che pur aveva mosso tanti giovani alla partenza come volontari. Alla fine la forza di ricostituire le nostre famiglie, di salvare le nostre case, di vedere il futuro con gli occhi dei nostri figli ci diede la condizione per separare i nostri sentimenti da quella pagina lunga e dolorosa che per la nostra generazione ha significato anche la fine della gioventù.

  Da Cara Furni-Metafore dell’8 settembre
di Stefano Rolando (in preparazione, Bompiani, 2009)