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Manifesto Socialista 2008 "Le radici del futuro"
Le radici del futuro: per un individualismo solidale

La società italiana è bloccata da una contrapposizione feroce fra conservazione e innovazione. Quest’ultima è molto declamata, ma è la prima ad essere fortemente praticata.
La conservazione è sostenuta da un pensiero che oscilla continuamente fra centralità dello Stato o del Mercato, senza mai scegliere in modo risolutivo.
L’innovazione riformista, invece, deve basarsi sulla capacità d’individuare problemi, far maturare consapevolezze e identità che portino a scegliere, decidere e agire.
Si continua ad attribuire il valore dell’innovazione alla sinistra in quanto forza del progresso; ma era così quando progresso significava soprattutto permettere a nuove fasce di lavoratori il riconoscimento dei loro diritti di cittadinanza, garantiti – in una società industriale – dall’appartenenza al mondo della produzione e della riproduzione, in una società incentrata su casa e fabbrica. Ormai da molti anni la vita di ogni individuo è policentrica, si sono allargate le reti relazionali, si aderisce a un maggior numero di ambienti sociali. Questo processo costringe a ridefinire la dialettica individuo-società. La cittadinanza non si basa più soltanto sulla dimensione produttiva. Si afferma la cittadinanza relazionale che pone l’accento sul diritto dei cittadini e dei gruppi sociali alla differenza. La problematica della cittadinanza scivola verso la centralità degli elementi identitari e verso una supremazia della dimensione culturale.
La naturale propensione a riconoscere la centralità dell’individuo ha permesso al pensiero liberale d’acquisire un vantaggio culturale che si è tradotto nel primato del mercato, nell’affermazione di un individualismo egoistico, edonista e narcisista. Un successo favorito dal disastro del sistema comunista e dalle difficoltà della socialdemocrazia, resa vulnerabile dalla crisi fiscale dello Stato, incapace di rispondere alle crescenti esigenze poste dalla sua migliore invenzione, il Welfare.
Le difficoltà ormai evidenti del pensiero neo-liberale mostrano i limiti strutturali di una modernizzazione forgiata sulla supponente convinzione di un individualismo autosufficiente che potesse garantire un’assoluta e prorompente autonomia dalla società liberata da ogni regola.
Ma la forza dell’individuo è data dal suo capitale relazionale, dalla possibilità d’effettuare comparazioni, confronti, dialogare e moltiplicare i rapporti con l’altro. La gestione di questi rapporti è molto difficile. Il continuo confronto con l’alterità spaventa, provoca diffidenza. Ma è ineludibile in società globali il cui tratto distintivo è l’interdipendenza.
Non a caso il neo-liberismo sta retrocedendo e nella sua ritirata innalza barriere e steccati, ergendosi a paladino della sicurezza e respingendo lo straniero.
Una battaglia inutile, oltre che cinicamente egoista.
L’interdipendenza si rafforza attraverso la mobilità delle merci, delle persone, delle idee e delle informazioni. Mobilità che non va né avversata, né osannata, ma soltanto gestita.
Una nuova cultura riformista, una nuova sinistra deve rinnovarsi, accettando la difficile scommessa di questa gestione, attraverso dialogo e confronto con la composita e cangiante soggettività delle società contemporanee.
Deve saperlo fare basandosi su inclusione, merito e responsabilità, l’esatto contrario del motto vandeano, di recente riesumato, ‘Dio, Patria, Famiglia’.
La nuova cittadinanza si basa sul riconoscimento dei differenti stili di vita, nella misura in cui questi siano rispettosi del sistema valoriale di cui laicamente lo Stato definisce la legittimità. In tale concezione inclusione significa aprirsi ad una forte duttilità culturale e abbandonare ogni dogmatismo, affrontando innanzitutto i nuovi bisogni.
Proprio questa ridefinizione della cittadinanza ha spiazzato negli ultimi anni la sinistra, connotatasi nel Novecento proprio sulla centralità della dinamica produttiva e ora, da un lato, attardata a difendere logiche sindacali, sempre più frequentemente declinanti nel corporativismo, per l’obiettiva difficoltà a ripensare in queste diverse condizioni i diritti dei lavoratori (difesa della ‘società appagata’ e dimenticanza per il mondo del lavoro precario); dall’altro lato, sbilanciata verso un radicalismo libertario, con cui cerca di superare i suoi ritardi nell’analisi sulle forme e sui modi con cui muta la stratificazione sociale  e, contemporaneamente, recuperare il rapporto con soggetti sociali – i giovani e le donne – indubbiamente sacrificati dalla difesa tout court delle attuali garanzie pensionistiche e lavorative.
Una doppiezza che si riflette nella difficoltà a instaurare un rapporto saldo con i cittadini, consumatori e utenti di beni e servizi, per continuare a privilegiare un primato dei produttori che è constatabile dalla difesa dei professori quando si parla di scuola e Università, dei magistrati quando si parla di giustizia, dei pubblici dipendenti quando si parla di pubblica amministrazione, fino ad arrivare alle timidezze e alle contraddizioni in tema di privatizzazioni, che hanno svantaggiato proprio i cittadini (si pensi alla privatizzazione in regime di monopolio dei servizi primari: acqua, energia, rifiuti).
Una doppiezza che, paradossalmente, ritroviamo anche quando si predilige il valore della solidarietà nei confronti dei migranti, considerandoli in un’ottica tardo-terzomondista gli sconfitti della storia, piuttosto che individui decisi a scommettere sul proprio futuro.
L’inclusione non esclude naturalmente il godimento dei diritti di ‘terza generazione’, dalle unioni civili alle scelte – libere e responsabili – riguardanti la nostra vita e la nostra morte fino alla libertà di ricerca. Le nuove forme d’inclusione, proprio per il loro progressivo definirsi attraverso il confronto con i tanti altri che incontriamo quotidianamente nella nostra società, richiede una nuova qualificazione delle azioni degli individui, basata sul merito. La cultura della sinistra italiana ha sempre avuto timore nel riconoscere il merito perché le appariva un tradimento dell’azione collettiva e dell’appartenenza di classe a favore di un primato dell’individuo. In una società centrata sulla diversità, sulla cittadinanza che ciascuno si costruisce attraverso l’insieme delle sue relazioni, il merito è il principale elemento per tendere alla giustizia sociale e stabilire un’eguaglianza delle opportunità. Il merito richiede garanzie. Garanzie che devono favorire la riduzione di squilibri in partenza e che accompagnino le prestazioni che ciascun individuo produce nella vita. La garanzia che il riconoscimento del merito sia sostitutivo del premio per fedeltà, per anzianità, per appartenenza sociale.
Il merito, dunque, richiede una società molto più responsabile in cui il rispetto delle regole non sia vissuto soltanto come adattamento a principi morali oppure giuridici.
La responsabilità che auspichiamo è quella che si basa sull’esperienza vissuta e sul rigore piuttosto che su generiche etiche del dovere universalmente accettate. E’ una responsabilità che si misura nella capacità d’includere l’altro come interlocutore con cui dialogare, negoziare attraverso il riconoscimento dei reciproci interessi. La responsabilità riflessiva richiede alla politica di farsi interprete dei flussi d’interazione fra individui e gruppi sociali che necessitano di nuove identità, ma anche di vederle organizzate in forme di rappresentanza che coagulino passioni e interessi dietro ragioni e progetti condivisi.
La sinistra riformista deve essere al centro di queste nuove elaborazioni, in cui inclusione, merito e responsabilità rappresentino i principali ingredienti di un sistema coerente con gli straordinari cambiamenti della società italiana.