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Stefano Rolando - Club of Venice (Rome, 13 novembre 2014) - Opening Statement
CLUB OF VENICE
 
PLENARY MEETING, 13-14 November 2014
Roma
Ministry of Cultural Heritage and Activities and Tourism
Sala del Consiglio, via del Collegio Romano, 27
 
Opening Statement
by
Stefano Rolando
President of the Club of Venice,
Professor of Communication Sciences at the IULM University of Milano
Former Director-General for Information at the Presidency of the Council of Minister of the Italian Government
 
 
Cari Amici e Colleghi, graditi ospiti e invitati,
in questo 28° anno di vita e lavoro del Club di Venezia abbiamo svolto tre incontri: un seminario ad Atene, sulla comunicazione di crisi e sulla lotta alla disoccupazione giovanile, e due plenarie : a Riga lo scorso giugno  e, oggi, a Roma, una deroga questa rispetto alla tradizionale assemblea di Venezia, per l’agenda del semestre di presidenza italiana della UE. Nel cui ambito alcuni di noi – io stesso che ho avuto l’incarico di presiedere al Museo Maxxi di Roma  e altri, tra cui Vincenzo – a settembre abbiamo partecipato ad un evento promosso sempre a Roma dalla DG COMM della Commissione e dal Dipartimento per le Politiche europee del Governo italiano dal titolo “The Promise of the UE” importante per le nostre abituali tematiche.
A ottobre, sempre alcuni di noi (più numerosi credo) sono stati impegnati a Bruxelles nella quinta edizione di EuroPCom  - promossa presso il Parlamento europeo dal Comitato delle Regioni dell’UE con il concorso di tutte le istituzioni europee e anche del nostro Club – che, grazie alla partecipazione di centinaia di operatori soprattutto giovani, si colloca ormai come un prezioso momento di equilibrio tra ragioni istituzionali e ragioni professionali nel nostro campo.
Insomma una ampia geografia di eventi sulla comunicazione pubblica e istituzionale – quest’anno – che ci spinge a una domanda: si discute così tanto perché le cose vanno bene o perché le cose vanno male? E che ci spinge anche ad una seconda domanda : si discute così tanto perché ci sono sul tavolo delle “poste” precise, concrete, riguardanti cambiamenti importanti per la professione e per la mission stessa della comunicazione e della relazione con i cittadini e, in più, per l’equilibrio dei rapporti tra gli Stati e il sistema Europa?
 
Ho pensato che la mia breve introduzione, qui a Roma, si porterebbe a casa la sua giustificazione se, almeno, cercasse di dare queste due risposte e – in un caso o nell’altro (cioè risposte positive o negative) - cercasse di delineare un poco il contesto reale in cui qui ci accingiamo a discutere di materie, anche tecniche, anche segmentali, che dipendono tuttavia molto dal clima politico generale in cui la comunicazione si colloca – come si è sempre collocata – in posizioni che possono essere molto differenti.
Sempre dobbiamo ricordare che per due terzi la comunicazione istituzionale in Europa agisce con forme e contenuti che non intersecano gli ambiti decisionali. Solo un terzo si svolge agendo in connessione con i decisori. Questo rende non così diversi il settore istituzionale da quello di impresa. Ma mentre per l’impresa la sollecitazione al mercato (e quindi ad un rapporto strategico tra produzione e consumo) motiva in modo incessante la comunicazione, noi qui sappiamo che il contesto politico (che può essere caratterizzato da condivisione o da eccesso di conflitto, da evidente e chiara visione del futuro o da sguardo solo a corto termine, da sostegno della fiducia dei cittadini o da crisi di fiducia) fa della comunicazione:
-          un attore strategico oppure defilato;
-          un attore creativo oppure burocratico;
-          un attore interattivo oppure top-down;
-          un attore interpretativo oppure senza spirito critico.
Ecco perché parlare in modo uniforme ed omogeneo di “comunicazione pubblica in Europa” è sbagliato. O per lo meno insufficiente.  E per la verità – pur cercando di promuovere disegni ampi e generali – noi, al nostro tavolo informale, da 28 anni (che io ho vissuto per intero, essendo stato tra i fondatori nel 1986), abbiamo toccato con mano che la situazione è diversa, da paese a paese, da politica a politica, dal rapporto con statisti o con burocrati, dalla condizione di ingaggio (che nel ‘900 ha mostrato il massimo dello spettro delle diversità, cioè dai punti alti della cultura della partecipazione ai punti bassi e anche drammatici della cultura della propaganda).
 
La mia prima risposta – avendo ascoltato molto nel corso dei citati incontri nel 2014 – è che si discute tanto perché le cose non vanno molto bene.
Ciò per tre ragioni di fondo:
  1. l’evoluzione delle potenzialità della rete ha aperto nel settore istituzionale grandi slanci e poi anche grandi prudenze, perché il conflitto tra l’apparente immensa libertà (orizzontalità, interattività, colloquialità, eccetera) e i caratteri tendenzialmente verticali della comunicazione istituzionale si è manifestato e non ha trovato ancora una risposta politica e progettuale maiuscola;
  2. il brand Europa è (come ci ha ben detto il rapporto di Eurobarometro  con cui abbiamo aperto la conferenza di Roma a settembre) è schizofrenicamente diviso tra cittadini e governi che pensano che il fattore identitario dell’Europa sia il mercato e altri cittadini e governi che pensano che il fattore identitario dell’Europa sia l’unità politica; anche qui non è emerso ancora un progetto di avvicinamento, di sutura, di riequilibrio che dovrebbe caratterizzare una nuova classe dirigente che si proponga di fare uscire l’Europa dalla parola che più la ha condizionata negli ultimi anni: la parola paura;
  3. il fatto che non si è proceduto a definire – in ambito europeo – uno statuto professionale del comunicatore pubblico e quindi anche uno statuto disciplinare della comunicazione pubblica (argomento che ripeto in questa sede da molti anni) non crea, nella spinta tra culture professionali e culture formative,  lo stimolo a dare risposte ai due problemi irrisolti appena citati; ognuno fa da sé, ognuno fissa il perimetro della materia come vuole, ognuno promuove il cross-disciplinare che preferisce; sembrerebbe una giusta libertà, ma questo invece riduce la contaminazione da parte della società e della cultura verso il superamento di alcuni impasse che la politica da sola non riesce – o meglio non è ancora riuscita – a risolvere.
 
E questo ci introduce facilmente alla seconda risposta.
Non c’è sul tavolo – ancora, finora – una chiara posta in gioco.
Le grandi istituzioni comunitarie – a parte il fatto che la competenza della DG COMM in Commissione sia passata direttamente sotto il presidente Juncker – che cosa hanno formulato in termini di avvio del cambiamento? Non ne sappiamo nulla. Alle conferenze accennate i funzionari stanno sostanzialmente zitti. Non si sa se sia in corso una progettazione per liberare nuove energie o per cercare semplicemente di farsi criticare meno dai media.
Così come non sappiamo dove andrà a finire il dibattito sui servizi pubblici televisivi in Europa e cioè se, in questa rete, viene mantenuta una mission importante per la comunicazione pubblica o meno.
E ancora non si sa se si continuerà a far guidare le strutture comunicative che contano da operatori formati e competenti; oppure da coloro a cui tocca per ragioni di bandiera nazionale o istituzionale un posto che teme il confronto o che ancora non ha grandissimo peso e quindi gradisce vegetare in un ambiente che finisce per premiare non sempre i migliori.
 
Come vedete, la mia personale libertà di parola – che è l’unico vero premio che mi sono dato dopo tanti anni al servizio delle istituzioni e poi per la scelta prevalente di portare nell’ambito dell’università (ricercare e insegnare) la mia competenza – resta ancorata alla speranza che, di fronte alla crisi di fiducia e di partecipazione che le recenti elezioni del Parlamento europeo hanno messo in evidenza dando la maggioranza comunque al “no”, la reazione progettuale sulla comunicazione sia possibile, doverosa e seria.
Ma non basta scrivere l’etichetta “comunicazione” su un ufficio per fare comunicazione, cioè per realizzare un quadro di scambi che la società, le imprese, le associazioni, i cittadini sentano davvero come un valore aggiunto.
Non vorrei tuttavia mettere una cornice pessimistica attorno ai nostri lavori.
Qualcuno diceva che un ottimista ha inventato l’aeroplano e un pessimista ha inventato il paracadute. Ormai sono stati inventati tutti e due. E a tutti e due dobbiamo riferirci.
E’ vero che la crisi non è superata, è vero che l’Europa ha attorno aree di conflittualità pesanti (Ucraina, Medioriente, Libia, Siria, eccetera) in cui anche la svolta di auto-ripiegamento delle elezioni di mid-term negli USA segnala l’urgenza di una crescita di ruolo politico della UE. E’ vero altresì che un vero progetto comunicativo non è ancora tracciato.
E nel rapporto tra l’Europa cristiana e l’Islam – fatemi dire – si inserisce il progetto comunicativo dell’ISIS. Anzi, l’esagerazione comunicativa di una fase evolutiva drammatica di un vecchio conflitto che – proprio a causa dei segnali folli che sceglie – apre gli occhi all’Europa e per fortuna anche a una parte grande e importante del mondo islamico che risponde ai principi di una religione pacifica.
Come altre volte è successo, noi registriamo una cornice transitoria. Ma dobbiamo anche cercare di mettere in evidenza che i presidi tecnici, professionali, di analisi teorica e di evoluzione tecnologica stanno generando potenzialità, al servizio di svolte possibili.
Questa – in fondo – è la vera domanda che il Club di Venezia ha il dovere di analizzare e di corredare di risposte. Risposte che non credo di dover dare io,  ma lo svolgimento stesso dei nostri lavori.
Sono messaggi importanti in tempi di transizione. Non lo sottovalutiamo. Sapere che si può contare su strutture vigili e competenti è già una parte della soluzione.
Ora – in particolare dopo alcune conferme di clima avute a EuroPCom – vorrei dire che il capitale umano e professionale della comunicazione pubblica in Europa è interessante. Vorrei dire che l’integrazione tra istituzioni e società è un tema che i giovani sentono, perché senza l’arte, la letteratura, il cinema, la musica, la pubblicità, il teatro, loro sanno che la narrativa che serve alla comunicazione delle istituzioni sarebbe troppo debole, troppo insufficiente.
E vorrei dire che la cultura anti-propagandistica e quindi di “ascolto” dei cittadini e di “interazione” con i cittadini è diffusa in questa nuova generazione di professionisti che certo vuol fare carriera, vuole il ricambio di responsabilità, ma vuole anche qualità costituzionale nell’Europa che verrà.
E voglio ancora dire che le tendenze innovative della comunicazione pubblica oggi visibili (verso i temi della crisi e dell’emergenza, verso l’equilibrio tra contenuti e tecnologie, verso la formazione socio-economica dei comunicatori, verso gli approcci ai temi identitari che viene dal branding pubblico - a cui ho dedicato il mio ultimo libro dedicato a come raccontare le identità urbane che esce tra pochi giorni e che è a vostra disposizione - fanno parte del bagaglio di queste nuove generazioni in molti dei nostri paesi.
Noi – Club di Venezia - abbiamo piccoli strumenti: una agenda che registra il livello di approccio e di preparazione, un impegno a tenere più in tensione il nostro dialogo con i responsabili politici (su cui credo si debba fare di più) e una rivista (Convergences) a cui Vincenzo Le Voci e Philippe Caroyez assieme al suo team presso la Direzione generale “Communication Externe” del PM Office belga stanno dedicando notevoli energie. Come avrete potuto constatare, Convergences è stata ulteriormente potenziata per comunicare, oltre che su quanto avviene nelle nostre plenarie, anche su best practice, testimoniando la bontà di progetti che possano suggerire nuovi spunti e nuove forme di collaborazione trans-nazionale e ispirare gli addetti ai lavori per rafforzare la cooperazione tra autorità nazionali e istituzioni europee. Grazie a voi, amici direttori e membri del Club e a molti distinti specialisti e collaboratori esterni, Convergences sta assumendo un ruolo importante nello scambio di esperienze sulla comunicazione pubblica.  Vorrei incoraggiarvi a proseguire e intensificare ulteriormente l’invio dei vostri contributi sulle varie tematiche – la rivista proseguirà con cadenza quadrimestrale e nel prossimo numero ci auguriamo di inserire un ampio resoconto sul ricco programma di questa plenaria.
Infine avevo proposto tempo fa di avviare anche un modulo formativo per i nostri team, per i nostri collaboratori, ma quel progetto non ha avuto interlocuzioni e per ora, diciamo, è rimandato. Ma resta aperto il problema - per il Club di Venezia – di un rapporto più stretto con le università (una rete di esperienze universitarie in Europa a cui penso di dedicarmi e che potrà darci più alimentazione.
Dunque critica delle difficoltà del presente. Ma anche valorizzazione delle novità che ci circondano.
Con questo auguri di buon lavoro a tutti, grazie a chi è qui, grazie a chi ha lavorato per il buon esito della Conferenza e grazie ai nostri traduttori-interpreti. E soprattutto godetevi la città di Roma.