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Simboli e poteri - I diari di Maccanico "Con Pertini al Quirinale" (Mondoperaio 1-2015)
Mondoperaio n. 1 /2015
Simboli e poteri.
Con Pertini al Quirinale”, i diari di Antonio Maccanico
Stefano Rolando
 
L’edizione postuma dei diari di Antonio Maccanico relativi al settennato di Sandro Pertini al Quirinale riguardano il tratto 1978-1985. Sono stati curati e dettagliatamente annotati da Paolo Soddu (contemporaneista a Torino, autore di una biografia dedicata a Ugo La Malfa) e prefati da Eugenio Scalfari, di cui il Mulino (che li edita) sceglie un breve brano come cifra interpretativa complessiva che appare nel retro di copertina: “Non era facile guidare un uomo come Pertini, specie da quando aveva assunto la più alta carica dello Stato, e non era facile proteggerlo dal suo carattere, dalle decisioni che prendeva più col cuore che con la sua testa e che attuava immediatamente. Ma Tonino ci riuscì dedicandogli tutto se stesso”.
Seicento pagine ripropongono anni crucialissimi della storia dell’Italia repubblicana. Anni con le radici affondate in tutto il secolo, con il disvelamento – ovvio per gli addetti ai lavori, meno per l’opinione pubblica – dei pochi e riservati luoghi in cui tutta la classe dirigente italiana, ancora nel pieno della sua prioritaria articolazione nel pluralismo dei partiti, converge nella quotidianità, converge nelle verità, converge nelle fragilità, converge nelle vanità. Ma è ancora dedita ad un progetto complessivo di evoluzione della incompiuta democrazia italiana, confrontandosi con la chance ­(che la presidenza Pertini offre) di ricucire lo strappo ormai grave tra istituzioni e cittadini e di trasformare l’abisso degli anni segnati dal terrorismo in una opportunità di riscatto e di orgoglio nazionale. Dunque gli anni che vanno dal caso Moro al caso Craxi, cioè dall’esplosione del progetto di unità nazionale causata dall’assassinio del leader della DC (e probabile prossimo presidente della Repubblica) al rilancio della competizione politica e ideologica della regola democratica. Un rilancio gestito – dopo e solo per alcuni versi anche in continuità rispetto al governo Spadolini – soprattutto dai socialisti. Con cui essi vogliono dimostrare la praticabilità di un disegno di alternativa politica all’egemonia democristiana e di alternativa ideologica all’egemonia dei comunisti.
Questi anni fanno i conti con il carattere impulsivo di uno dei pochi eroi nazionali – per la sua storia pregressa e per la sua connotazione adamantina – di cui il Paese dispone per costruire una nuova simbolica istituzionale. Una figura che appartiene ai profili  precedenti rispetto a quelli della classe politica in azione e che, secondo la diaristica del segretario generale del Quirinale, è disegnata in un fluire di decisioni utili alla causa nazionale grazie soprattutto al raffreddamento esercitato e alla tessitura praticata  da quel segretario generale, che appartiene ad una cultura prossima ma diversa rispetto alla battaglia tripolare di quegli anni tra socialisti, comunisti e democristiani. La cultura laico-democratica di un repubblicano lamalfiano; sensibile alla componente politica meridionale con attenzione viva alla Campania (lui di Avellino come De Mita e con Napoli al centro della sua sensibilità); connesso alla tradizione laica della finanza italiana espressa da Mediobanca e radicata a Milano (nipote di Adolfo Tino e poi, in anni successivi, lui stesso presidente di Mediobanca); in dialogo diretto con il gruppo dirigente comunista; caso mai prudente con il nuovo corso socialista ma con la capacità di praticare scambi di profondità con alcune figure chiave di quel corso, a cominciare da Giuliano Amato e da Gianni De Michelis, ma per le cose di governo anche Gennaro Acquaviva e per la relazione storica con la componente parlamentare socialista anche Nello Mariani. Una esperienza maturata nel cuore della democrazia parlamentare (cioè Montecitorio, in cui è per anni segretario generale) e una relazione attenta e prioritaria alle sensibilità di Bankitalia (che lo porteranno poi negli anni successivi ad essere – divenuto parlamentare a sua volta e impegnato nella politica in prima persona e più volte ministro – il più stretto collaboratore di Carlo Azeglio Ciampi a Palazzo Chigi). A Maccanico il presidente da del lei chiamandolo Tonino, ne rispetta la competenza ma non disdegna anche frequenti frizioni di carattere nel trattamento dell’agenda quotidiana.
A tutta prima colpisce il carattere dei diari, che la sintesi di Scalfari già chiarisce: “guidare un uomo come Pertini”. Se questa è l’ottica della storia di quella lunga vicenda,  in quel guidare sta una questione da discutere. Il diario – essendo trasferimento quotidiano di una montagna di relazioni vissute personalmente da Maccanico – mette al centro lui stesso, più che il presidente (la cui sfera privata, per esempio, è pressoché assente nelle pagine). Così che – abituati a vedere il protagonismo dei politici (quello soprattutto consacrato dai media) – qui ci si imbatte nel protagonismo dell’alta struttura amministrativa (che assume carattere di garanzia tanto per l’amministrazione dello Stato che per la politica. La “bussola” del segretario generale nasce dall’avvertimento, dichiarato nei diari, di forti scricchiolii della “prima Repubblica” (ma allora tout court “la Repubblica”),  considerando come prima responsabilità quella di bilanciare “l’improvvisazione” della politica. Tema che, si comprenderà, giunge fino ad oggi.
C’è naturalmente molta Roma e c’è soprattutto lo Stato come teatro della quotidianità, poche amministrazioni territoriali (nel senso di Regioni e Comuni),  ma in fondo molta Italia. Secondo un costume politico italiano diffuso c’è poca Europa e il mondo entra in scena più nel rilievo del cerimoniale che obbliga ad eventi quotidiani che come soggetto dirimente della politica che pesa – e anche in quegli anni pesò fortemente – sulla politica italiana. L’apparato produttivo e connesso al mondo del lavoro è pure attore secondario salvo alcuni suoi rappresentanti (gli Agnelli, De Benedetti, Lama) che svolgono costantemente un ruolo nelle relazioni istituzionali.
Brevi spunti di lettura. Le grandi dorsali del settennato di Pertini (il ruolo della memoria, la democrazia pluralista, l’ammirazione per il coraggio nella militanza, il rispetto per il prezzo pagato dai comunisti nell’antifascismo, l’attivazione dell’alternativa laica e socialista alla guida del governo, l’orgoglio italiano in Europa e nel mondo, la causa della pace) appaiono frutto delle priorità che lo stesso Pertini esprime a partire dalla sua storia personale e dal suo modo di avere rapporti – ruvidi, spesso insofferenti, magari non facili, con molti accenti di permalosità – con la classe politica del tempo. Maccanico è qui un eccellente adattatore, un alto gestore delle compatibilità; come lo sono stati Giuliano Amato con Craxi, Gianni Letta con Berlusconi, Riccardo Misasi con De Mita e come – verrebbe da dire – Giorgio Napolitano non ha voluto che avvenisse nel suo doppio mandato al Quirinale. Ma appunto il protagonismo oggettivo, nella trama dei diari, rappresentato dal segretario generale che vede, ascolta, parla, propone, accoglie, dispone, insegue, aggiusta, regola, misura, tende talvolta a confinare quelle priorità di intuizioni e di indirizzo in una sorta di scenario generale reso possibile soprattutto a partire dalle condizioni di adattamento. Forse se l’edizione dei diari fosse avvenuta fino in fondo con Antonio Maccanico ancora vivo e quindi capace di levigare un prodotto destinato al pubblico e non solo alla sua memoria di ufficio, questo tratto avrebbe potuto subire qualche “adattamento”. Pur dicendoci il curatore che il lavoro di edizione, avviato su stimolo di Marina Maccanico, ebbe la sua iniziale adesione e anche, dice il curatore, sue “preziose indicazioni”.  Il curatore conferma di essere intervenuto marginalmente sui contenuti, lasciando un impianto di scrittura che conferma il carattere di un uomo libero, pur ponendoci talvolta domande. Nella non revisione globale da parte dell’autore, ci stanno quindi nella loro originalità anche i giudizi critici di Maccanico che toccano alcuni aspetti impulsivi del presidente (uno tra tutti sul comportamento alla morte di Berlinguer, secondo cui “Pertini ha strafatto”).
Un secondo spunto riguarda il rilievo – nei diari – del governo Craxi, che occupa tanto l’avvio stesso di quell’esperienza governativa  quanto l’ultimo triennio della presidenza Pertini. Il diario è la riprova della condizione accerchiata di quel governo (con Giorgio La Malfa più attivo dei comunisti e forse anche dei demitiani nell’iniziativa demolitoria) e quindi della doppia energia necessaria da parte del governo per realizzare i suoi obiettivi esterni (e internazionali) dovendo negoziare un consenso parlamentare dipendente da altri, un consenso di sistema con pochi mediatori favorevoli, un consenso mediatico che anche in questo diario si comprende essere fragilissimo. Alla fine chi “tiene” – con tutta la sua permalosità e tutta la sua ambivalenza nel rapporto personale con il leader, cioè con Craxi (pur sempre figlio di Vittorio Craxi dallo stesso Pertini nominato prefetto della Liberazione a Como) – è proprio il presidente. E qui – a ben vedere – pur con le sue relazioni con ambienti velenosi per Craxi e per quella fase di governo, Maccanico si rivela un “adattatore” con forte lealtà istituzionale. Forse coltivando il suo sogno politico, cioè quello della formazione di un blocco laico-socialista capace di raggiungere in quella fase storica un quarto dei consensi degli italiani generando una garanzia di continuità rispetto ai caratteri fragili della prima Repubblica, sogno che Craxi non coltivò pensando di poter da solo raggiungere un livello di “garanzia” nel consenso dell’elettorato (per usare le espressioni che lo stesso Maccanico usò nel colloquio che ebbi con lui in materia di 150 anni dell’unità d’Italia pubblicato nel fascicolo n.1 / 2011 di Mondoperaio).
Un terzo spunto riguarda il Quirinale. Con la fine degli anni ’70 esso assume un rilievo sostanziale nella regolazione della vita politica italiana. Che non dismetterà negli anni successivi. Si dibatte se ciò sia conforme o dilatatorio rispetto al profilo costituzionale. Ma il dato è che,  declinando il peso qualitativo della politica italiana – ovvero dei partiti e delle loro assunzioni di responsabilità nei vari gradi dell’ordinamento – il Colle assume il ruolo di equilibratore generale del sistema. Per due ragioni connesse: perché legittimatore e perché connotato da una cifra di credibilità per l’opinione pubblica più alta di quella dei partiti e dei politici. Questo ruolo si esprime (nel testo di Maccanico) da un lato con i caratteri personali del presidente che reggono alla prova della credibilità (lo fu altamente per Pertini, lo sarà anche in seguito soprattutto con Ciampi e Napolitano); ma si esprime anche con quella più silenziosa manovra di tessitura del potere (esteso a tante cose, nomine, sostegni, censure, proposte) che è il ”plot” centrale della storia narrata con la penna delle “noterelle” (quella usata anche da Andreotti) con cui Antonio Maccanico scrive questi diari. Qui c’è qualche disvelamento, proprio sulle modalità di esercizio del potere in democrazia, su cui il dibattito resterebbe utilmente aperto anche per l’oggi.