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I cardini dell'offerta di servizio pubblico tv. La cultura (Rai Roma, 16.1.2015)
I cardini dell’offerta di servizio pubblico tv. La cultura [1]
Stefano Rolando [2]
 
Il contributo prodromico ascoltato da Maurizio Ferraris – ordinario di Filosofia teoretica a Torino - ci ha fatto capire che ruolo hanno i filosofi nell’età della comunicazione. Intanto sono molto più spiritosi di noi di Scienze della Comunicazione che ci pigliamo mortalmente sul serio. Poi lavorano sulle profezie, sui sogni e sui simboli delle trasformazioni generate dalle comunicazioni e ciò ci aiuta a capire nessi profondi con le dinamiche culturali del pubblico.
Introduco il dibattito con brevi contestualizzazioni sul tema [3]. Per ridurre un po’ il suo aspetto oceanico. E provando a riferirmi anche ad esperienze che offrano qualche spunto concreto.
Si conferma l’idea che la nostra discussione di oggi sull’offerta di contenuti (in modo particolare quelli culturali) è molto connessa a quella in precedenza promossa dalla Rai sulla relazione missione/forme di finanziamento proprio per quella pre-condizione identitaria del servizio pubblico che Giuliano Amato, in quella occasione, aveva definito “l'importanza di avere una memoria di sé, per allargare la partecipazione dei cittadini allo sviluppo del Paese, anche insegnando come usare la Rete[4].
Per alcuni è impossibile distinguere davvero i tre ambiti classici della missione del servizio pubblico: informare, intrattenere, educare. Per altri i tre ambiti si raccordano nell’espressione “cultura”. Che potrebbe intendere sia i caratteri identitari di riferimento complessivo, sia il rapporto che una programmazione complessivamente di qualità ha sul miglioramento della relazione tra conoscenza e comportamenti nella società e tra i cittadini.
E comunque è evidente che, da un punto di vista televisivo, da un lato “cultura” significa prodotto e quindi segmento; dall’altro lato questa parola rimanda a una cornice, a un sistema valoriale, alla stessa tematica della missione di una grande azienda mediatica. Quindi una trasversalità. Tanto che, ricordando i tempi in cui mi sono formato in questa azienda come dirigente, ricorreva un’opinione che vale tuttora: come è pensabile fare un telegiornale senza avere cultura?
Così come per il sistema televisivo una “trasversalità” è rappresentata dalla domanda, ovvero dalla pur segmentata natura del suo pubblico. Ed è proprio attorno alla domanda che si sono, negli anni, creati problemi riguardanti l’offerta culturale, sulla cui insufficienza si scrive da decenni. Diceva Pier Paolo Pasolini che “gli italiani da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo-borghese, che essi hanno subito acquisito per mimesi)[5]. In pari tempo si ritiene che – per sua natura e in ragione del ruolo del canone come risorsa cardine – spetti alla RAI non un ruolo assecondante ma un ruolo di riequilibrio.
Sulla parola “cultura” – tra dilatazioni e trasformazioni del significato – qui, a questo tavolo, ci saranno spunti preziosi. Dopo la tragica vicenda di Charlie Hebdo (un soggetto scomodo per la parola cultura, zittito a morte con armi che, ci piaccia o no, fanno parte di una guerra millenaria anche di culture) la materia prende anche nuovi significati. Umberto Eco in questi giorni ha detto: “dietro a ogni strage c’è un libro”. Cioè dietro al bene e al male che il mondo produce ci sono radici culturali, c’è conflitto culturale, ci sono confini culturali. La presenza qui al tavolo di dibattito di mons. Nunzio Galantino – segretario generale della CEI – può aiutarci a interpretare meglio le parole di Papa Francesco che ieri sera tutti i telegiornali hanno letto come la fine della coralità attorno allo slogan “Je suis Charlie” ma che forse può significare piuttosto l’esigenza di non semplificare troppo di fronte a certe cose.
 
Tuttavia c’è poi un invalso televisivo. Ci sono mondi che si aprono e si chiudono a seconda delle parole che si usano. E la parola “cultura” – in quell’invalso – significa cose meno scientifiche e più precise. Come se la televisione non osasse farne parte, una sorta di fabbrica dello specifico (dove per specifico si vorrebbe intendere un misto tra magia, seduzione e frivolezza) che per far quadrare i palinsesti “importa” da fuori ciò che fuori si chiama “cultura”: arte, teatro, musica, danza, letteratura, poesia. Persino il cinema, che è un parente stretto di quella tv immaginifica, anzi praticamente un genitore, con la dote di riassumere un po’ tutte le arti del ‘900.
Questa impostazione ha del vero, ma non ha corrisposto alla verità della storia della Rai.
Da un lato essa ha avuto una parte importante dei suoi operatori e del suo management formata “dall’altra parte” cioè in ambiti squisitamente culturali (ne ho conosciuti tantissimi e ho il ricordo di alcuni CdA di grande spessore). Dall’altro lato è vero che c’è stata la linea della reinvenzione di tutto il prodotto televisivo inteso come “specifico”. Ma è anche vero che le intrusioni, le integrazioni, le complicità, tra tv e cultura sono state una storia nella storia. Alla Rai come alla BBC, come in tante altre tv pubbliche europee. Rendendo quella parola lessico interno, non lessico importato.
 
Qual è il punto oggi?
Che fuori da ogni epoca in cui prevaleva il pedagogismo pubblico nella missione della Rai ed entrati in epoche di concorrenza sugli ascolti premiati dalla pubblicità, il marketing ha suggerito di alleggerire quella parola (cultura) preferendole la più ambigua parola “qualità”.
Così facendo si è prodotta una innaturale estraneazione attorno a cui oggi si riflette. Se è il caso di rimettere le lancette indietro. Oppure se è il caso di guardare cosa fa il mondo, cogliere la domanda sociale in evoluzione, approfittare dell’innovazione tecnologica e mettere piuttosto le lancette avanti.
Qui i contributi di Giuseppe Laterza e di Silvia Salvatici possono aiutarci ad approfondire.
Laterza presiede una delle case editrici di maggior spessore culturale in Italia, architrave del nostro ‘900. Per tanti anni si è detto che la biblioteca di base degli italiani si è andata formando con i libri (centinaia) da cui sono stati tratti quelli che si chiamavano una volta gli sceneggiati. Più ampiamente, è ancora la tv la spina dorsale delle industrie culturali italiane (editoria, musica, cinema, eccetera)?
Selvatici è storica della contemporaneità a Scienze della Comunicazione a Teramo. Ci aiuterà a comprendere se bisogna ancora avere fiducia nella sinergia tra radiotelevisione ed educazione. La parola educazione agli operatori della Rai ha fatto venire sempre l’orticaria. Perché era sinonimo di marginalità (nelle risorse produttive e negli ascolti). Ma il Censis ci dice ora che gli europei (gli italiani meno di altri europei, ma anche loro in maggioranza) pensano che il fattore principale del successo sia l’istruzione. Pare evidente che la scuola non può farcela da sola in quest’impresa.
Mi riferisco ora per concludere – quindi assai brevemente – a due esperienze.
Riguardo alla prima avrei voluto dare spunto a Philippe Daverio per qualche riflessione proprio sul tema della creatività. Daverio non ha potuto raggiungerci, lascio dunque il tema per memoria.
Pochi anni fa, in qualità di consigliere del ministro dei Beni culturali (che era Francesco Rutelli) ho avuto la gioia intellettuale di coordinare la commissione autorevolmente presieduta dal prof. Walter Santagata, prematuramente scomparso, chiamata a dare tutti gli elementi sull’economia della creatività in Italia allo scopo di ridisegnare le politiche nel settore e soprattutto di cambiare la natura del Ministero in Ministero della Cultura e della Creatività (che poi, ben inteso, non è avvenuta).  Il rapporto tra cultura e sviluppo economico sostenibile – questo l’assunto principale -  trasferisce la materia dal solo “patrimonio” alla relazione prioritaria tra identità e qualità sociale. La Commissione indagò tutti i settori che internazionalmente compongono il perimetro della creatività. Più uno (una innovazione italiana che ha avuto successo scientifico nel mondo, trattandosi di enogastronomia). I settori sono 11 divisi in tre gruppi e sono legati alla cultura materiale contemporanea (Il design; la moda; il gusto); alle industrie dei contenuti e dell’informazione (il cinema; l’editoria cartacea e radiotelevisiva; l’ICT; l’area comunicazione, pubblicità e branding); al patrimonio storico-artistico(il patrimonio culturale; l’architettura; la musica e lo spettacolo, l’arte contemporanea). Fanno riferimento tutte a un due elementi di cornice: il modello nazionale di creatività e il rapporto tra città creative e territorio.
Ho citato questi elementi per due ragioni: primo perché la stima di quel rapporto (poi pubblicato dall’Università Bocconi con il titolo “Libro bianco sulla creatività” sfiorava (media nazionale) il 10% del PIL e superava il 12% degli occupati, con tendenze in crescita; secondo perché attorno a questi settori si muove oggi la battaglia planetaria per l’attrattività – che giustamente costituisce il tema finale della conferenza di oggi sulla “offerta” del servizio pubblico – ponendo a tutti questioni essenziali di “rappresentazione”. Chi ha più creatività ha più contenuti da rappresentare, chi rappresenta di più è in condizioni di salvaguardare la propria storia e di guidare i processi di crescita (cioè investimenti e turismo). Potrei declinare a lungo il tema e in esso la centralità degli aspetti non contemplativi ma produttivi, grazie a cui un buon raccordo tv-internet diventa fattore di successo per l’intera comunità.
Permettetemi di ricordare che l’Expo che sta per iniziare sul tema della nutrizione del pianeta si svolge a Milano non solo perché la città è il portale internazionale della filiera agro-alimentare italiana; ma soprattutto perché Milano è una delle città europee più connesse al pianeta in materia di conoscenza e creatività, in cui quei valori economici sono da considerare ancora più importanti.
La seconda esperienza è recentissima e riguarda il convegno europeo convocato a Milano dalla Fondazione Paolo Grassi nel 2013 sul rapporto tra televisioni e culture(gli atti sono imminenti). Tutti, in Europa, alle prese con la rifondazione produttiva di questo rapporto. Tutti con modelli che devono tener conto di mercato, pubblicità, risorse limitate, eccetera eccetera. Ma anche con una domanda di realtà capace di riequilibrare l’estraneazione dei consumi comunicativi che produce analfabetismo civile e mina i processi di coesione. La battaglia diventa così professionale e di architetture produttive. Creare le condizioni per rendere l’approccio a quelle materie linguisticamente accettabile e televisivamente competitivo. La Rai ci è riuscita in mille occasioni, in rapporto alla difficoltà sociale italiana non è stata meno brava della BBC. La partita ora – come sempre - è cosa, come, chi.
Credo si debba dare merito alla Rai e alla presidente Anna Maria Tarantola di avere proposto questo ciclo di conferenze come atto di orgoglio progettuale della Azienda attorno a un tema di contenuti che non spetta alla politica ma alla comunità professionale.
Chi interviene ora ha tutta l’autorità per aiutarci a chiarire quel “cosa, come, chi” che può fare la differenza, fornendo spunti importanti per la parte che spetta alle istituzioni in tema di indirizzi di riforma. "Pensare prodotto" significa – molti di coloro che hanno memoria lunga qui lo pensano - rimettere in calendario infatti una riforma di pari portata a quella del 1975.
Ciò prevede infatti alcune condizioni, non scontate nell’attuale contesto. Che la politica allenti la morsa; che la governance esprima competenza evidente anche in ordine all’offerta;  che si definiscano strategie serie per riavvicinare i giovani all'utenza; che si guardi ai territori con piani di radicamento produttivo che rigenerino la necessaria rappresentazione del Paese; che, nelle priorità di un periodo in cui l'uscita dalla crisi non è ancora dichiarata, si conceda alla RAI di avere una razionale politica di investimenti per cavalcare fino in fondo la rivoluzione tecnologica.


[1] Conferenza promossa dalla RAI-Radiotelevisione italiana, Roma 16 gennaio 2015
[2] Professore alla Facoltà di Scienze della Comunicazione e dello Spettacolo dell’Università Iulm di Milano e moderatore del panel, con la partecipazione di Maurizio Ferraris, Nunzio Galantino, Giuseppe Laterza e Silvia Salvatici
[3] Il testo predisposto prima della conferenza è stato poi frammentato nel corso della tavola rotonda e integrato da alcune osservazioni all’impronta.
[4] Presso l’Università Gregoriana, 14 ottobre 2014, sul tema “Missione, indipendenza, governance”.
[5] P. P. Pasolini, Sfida ai dirigenti della televisione, Corriere della Sera, 9 dicembre 1973 (poi raccolto in Scritti corsari, Garzanti, 1975).