Home Testi 70° della Liberazione al Centro Nitti di Melfi. Nel nome di Attilio Di Napoli (24-25 aprile 2015)
70° della Liberazione al Centro Nitti di Melfi. Nel nome di Attilio Di Napoli (24-25 aprile 2015)
 
 
 
Eredi o eredità ?  [1]
 
Stefano Rolando[2]
 
L’appuntamento annuale presso il Centro culturale Nitti di Melfi attorno all’anniversario della Liberazione ci consente ormai una programmazione ragionata[3].
Cioè di spaziare sui tanti temi che rendono la storia – abbastanza lontana – di quella svolta nell’età contemporanea italiana patrimonio non solo delle grandi città, dei centri insorti, ma anche dell’Italia diffusa; per cui, dopo l’8 settembre del 1943, i destini furono diversi e disarticolati. Ma ricondotti, alla fine, a una meta che è divenuta spartiacque degli eventi, dei giudizi, delle storie collettive e individuali.
Diciamo spesso che questo Centro non è “di parte” ma è parte netta di quello spartiacque. Francesco Saverio Nitti appartiene ad una tradizione al tempo stesso liberale e riformista, fu ministro e primo ministro del Regno, ma anche vittima illustre del fascismo, perseguitato e esule. Fu analista impietoso dei ritardi del Paese e del suo appartato amministrativo, ma anche grande modernizzatore e fautore di una visione orgogliosa del ruolo del Mezzogiorno.
Fu intransigente su alcuni temi, tra cui certamente quello della difesa della democrazia, a cui dedicò – in due volumi – una delle sue opere più profonde e argomentate.
Oggi – dopo avere qui parlato in precedenza in questo anniversario di nomi che appartengono all’epica nazionale e altre volte di nomi che sono parte altrettanto importante della storia degli eroi comuni – è nostro ospite morale Attilio Di Napoli, grazie alla biografia che gli ha dedicato Michele Strazza, storico di orientamento socialista che è con noi nella discussione.
Seguendo le stesse definizioni dell’autore si tratta di un altro “intransigente”, rispetto ai suoi ideali politici e rispetto alla sua professione di avvocato soprattutto dei braccianti e della povera gente.
Attilio Di Napoli nacque nel 1883 e morì, sempre a Melfi, nel 1953.  
Fu un protagonista della storia della Basilicata tra l’Ottocento e il Novecento. Personaggio di spicco del socialismo regionale e nazionale, sindaco di questa città, ha attraversato due secoli rimanendo sempre fedele alle proprie idee e al proprio temperamento. Considerato sovversivo dal conservatorismo borghese e pericoloso dal fascismo, nel dopoguerra riprese il suo posto nella costruzione della nuova democrazia, come parlamentare e anche ministro nei governi di transizione.
Il fascismo – commutando la sua condanna al confino in una sorta di sorveglianza territoriale – ne neutralizzò, dopo il 1926, l’attività politica cosa che non gli impedì di praticare l’avvocatura a difesa dei più deboli.
Nelle passioni – e quindi nelle divisioni dei socialisti – appartenne a posizioni anche differenti che si esprimevano nell’equilibrio tra massimalisti e riformisti, restando fedele alla memoria di Giacomo Matteotti e verso la fine della sua vita scegliendo l’opzione saragattiana, nel quadro dei conflitti che animavano la tradizione socialista anche in Basilicata. Su questo aspetto la presenza qui del senatore Covatta – per il suo vissuto e per i suoi scritti di storia del socialismo italiano, tra cui la stessa prefazione a questo libro in cui c’è la sintesi di alcuni dei conflitti tra coloro che “possono agire” e coloro che “debbono agire” – ci sarà molto di aiuto.
Nessun paragone, direi io, tra la figura di Nitti e quella di Di Napoli, che pur è una domanda lecita nella tavola rotonda di oggi. Storie e responsabilità diverse, oltre che lo stacco di una generazione.  La biografia di Strazza registra, nella lunga fase che precede il fascismo, anche divergenze. Del tutto comprensibili per un socialista che lotta nel territorio in anni tumultuosi e per una delle personalità tra le più in vista dello Stato, già ministro giolittiano – pur nella sua caratterizzazione radicale – che si deve assumere molte responsabilità nel pragmatismo di governi che devono spesso scendere a patti. Naturalmente la lotta al fascismo e poi gli anni della ricostruzione (entrambi concluderanno la loro vita nel 1953) avvicinano le due figure, comunque attente e sensibili alla rappresentanza della loro terra.
In Nitti pulsa una vasta cultura, una tensione costante ad una storia delle Nazioni in marcia verso l’Europa, ma anche una febbre di modernizzazione che lo mette in contatto con esponenti e figure del riformismo italiano e internazionale. Non solo i suoi rapporti con Turati divennero stretti nell’esilio, ma fin dai tempi dei provvedimenti per l’elettrificazione del Mezzogiorno – uno dei tanti fronti da lui avviati – Nitti chiama a collaborare esponenti turatiani dichiarati, come quell’ing. Angelo Omodeo poi divenuto esperto di fama internazionale. Ma la sua reputazione internazionale – consolidata ai tempi della pace di Versailles, pur nel carattere minoritario condiviso con l’inglese Keynes a proposito di una pace non vessatoria con la Germania che avrebbe portato al riarmo e alla nuova conflittualità, come fu – a un certo punto del ‘900 proiettò Nitti su altri temi.
Il Mezzogiorno, l’Italia, l’Europa. Due diversi melfitani potevano avere sensibilità identitarie compresenti. Uno apparteneva alla storia della politica generate dalle élites post-risorgimentali, l’altro apparteneva all’età in cui si formano i partiti di massa.
Eppure – nella lettura che ne possiamo fare oggi – una cosa ci pare accomunarne i profili: quella di averci lasciato più eredità che eredi (non quelli familiari, si intende, anche per la presenza qui, nella prima fila di questa sala delle due nipoti di Nitti e Di Napoli).
Da tempo la Fondazione Nitti vorrebbe promuovere il convegno nazionale dedicato – magari con un punto di domanda – al tema “Nitti senza eredi”. Forse potremmo ormai dedicare questo convegno a tante figure di una storia in parte interrotta delle nostre migliori classi dirigenti.
E comunque sono aspetti che ci lasciano comunque la responsabilità – nel coltivare comunque nella quotidianità e nel nostro piccolo alcuni programmi - di capire se siamo degni di lavorare su quelle eredità.
Ma proprio rivendicando la miglior indipendenza culturale possibile per quei programmi cerchiamo di darci e di dare delle riposte.
A proposito delle “risposte”, una è dovuta alla nostra brava moderatrice, Antonella Inciso, a proposito dello sguardo storico sulle gravi inquietudini di oggi come è ciò che accade nelle questioni migratorie del Mediterraneo. E’ ben difficile sentenziare, spesso ripetendo luoghi comuni, stando in poltrona davanti alla tv e vedendo le note tragedie. Così come è difficile cogliere i processi nel loro insieme non limitandosi al frammento che ci riguarda perché incide sui nostri problemi nazionali e locali. Mi limito a ricordare che il tema è strutturale nei dibattiti tra e sui meridionalisti. Tra il 1880 e il 1920 l’Italia era fatta di 40 milioni di abitanti e la metà – dico la metà – se ne andò. Non solo dal sud, perché Veneto, Friuli, Piemonte furono regioni svuotate per generare nuove comunità nelle Americhe del sud. L’approccio – non dico retorico, ma diciamo usuale – era di commiserazione e anche di condanna. Anche grandi meridionalisti e in generale esponenti del filone riconducibile alla cultura socialista e anche alla cultura cattolica sostenevano tesi di critica e di dolore[4]. Anche qui si tratta di capire come si articola un pensiero lungo e più complesso pur in presenza di dati segnati certamente da dolorosità, che riguardarono molto la Basilicata.  Nitti, come si sa, non condannò, ma in un certo senso approvò i processi migratori, ritenendoli utili per rilanciare le economie meridionali con le rimesse dei migranti e soprattutto per il “pensiero” di ritorno - di tipo sociale, civile e culturale – che avrebbe creato appunto innovazione nel quadro sociale meridionale.
Ecco perché non basta limitarci alla percezione scolastica di alcune biografie di quei protagonisti che diventano strumenti preziosi anche per il presente se affrontati con il massimo dello spirito critico.
Oggi il tema della battaglia contro il taglio della memoria passa attraverso queste nostre risposte. Ed è questione nazionale ed europea, naturalmente, non solo locale.
E mette in movimento il bisogno di ampliare la sfera di quell’approccio di ricerca e di comprensione che la stessa biografia curata da Michele Strazza ci segnala. Rispetto a cui i nostri programmi – che prevedono di consolidare questo Centro, di portare a compimento il museo della casa natale di Nitti che sta qui a fianco, di tenere in tensione i temi identitari e quelli progettuali attorno alle opportunità determinate da Villa Nitti a Maratea una volta pienamente funzionale – meritano di conservare il rapporto con una cittadinanza civilmente sensibile che, come oggi, ogni volta riempie questo Auditorium segnalando che la storia di queste radici è davvero vissuta come un bene comune.


[1] Iniziativa promossa al Centro culturale Nitti di Melfi dal Comune di Melfi, dall’ANPI, dalla Associazione e della Fondazione Francesco Saverio Nitti il 24 e 25 aprile 2015. Con la partecipazione del sindaco Livio Valvano, del direttore della rivista Mondoperaio Luigi Covatta, dello storico Michele Strazza (autore della biografia Attilio Di Napoli, edita da Libria, 2015), di Vincenzo Calò (della direzione nazionale dell’ANPI), con la partecipazione di Sonia Di Napoli e la moderazione di Antonella Inciso.
[2] In qualità di presidente della Fondazione Francesco Saverio Nitti e di membro del Comitato di direzione della rivista Mondoperaio
[3] Negli ultimi anni vi è stata l’occasione per inaugurare qui la biblioteca di casa di Carla e Sandro Pertini, per dedicare uno spazio espositivo agli esuli antifascisti italiani in Francia a cominciare dallo stesso Nitti, per ricordarci (insieme a Marisa Ombra) del ruolo delle donne nella Resistenza, per avviare una riflessione sui più famosi confinati antifascisti a Melfi, cominciando da Eugenio Colorni (e quindi anche da un nuovo viaggio attorno al “Manifesto di Ventotene). 
[4] Domenico Sacco – Il dibattito sulla emigrazione nei primi del ‘900 – in Mondo Basilicata, 2003, pagg. 32-35. Più ampiamente il tema è trattato da Pantaleo Sergi in “Noi restiamo circondati dal vuoto” - Emigrazione, stampa e società in Basilicata agli inizi del XX secolo, Incontri Mediterranei, n. 1-2, 2010.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Nelle passioni – e quindi nelle divisioni dei socialisti – appartenne a posizioni anche differenti che si esprimevano nell’equilibrio tra massimalisti e riformisti, restando fedele alla memoria di Giacomo Matteotti e verso la fine della sua vita scegliendo l’opzione saragattiana, nel quadro dei conflitti che animavano la tradizione socialista anche in Basilicata. Su questo aspetto la presenza qui del senatore Covatta – per il suo vissuto e per i suoi scritti di storia del socialismo italiano, tra cui la stessa prefazione a questo libro in cui c’è la sintesi di alcuni dei conflitti tra coloro che “possono agire” e coloro che “debbono agire” – ci sarà molto di aiuto.
Nessun paragone, direi io, tra la figura di Nitti e quella di Di Napoli, che pur è una domanda lecita nella tavola rotonda di oggi. Storie e responsabilità diverse, oltre che lo stacco di una generazione.  La biografia di Strazza registra, nella lunga fase che precede il fascismo, anche divergenze. Del tutto comprensibili per un socialista che lotta nel territorio in anni tumultuosi e per una delle personalità tra le più in vista dello Stato, già ministro giolittiano – pur nella sua caratterizzazione radicale – che si deve assumere molte responsabilità nel pragmatismo di governi che devono spesso scendere a patti. Naturalmente la lotta al fascismo e poi gli anni della ricostruzione (entrambi concluderanno la loro vita nel 1953) avvicinano le due figure, comunque attente e sensibili alla rappresentanza della loro terra.
In Nitti pulsa una vasta cultura, una tensione costante ad una storia delle Nazioni in marcia verso l’Europa, ma anche una febbre di modernizzazione che lo mette in contatto con esponenti e figure del riformismo italiano e internazionale. Non solo i suoi rapporti con Turati divennero stretti nell’esilio, ma fin dai tempi dei provvedimenti per l’elettrificazione del Mezzogiorno – uno dei tanti fronti da lui avviati – Nitti chiama a collaborare esponenti turatiani dichiarati, come quell’ing. Angelo Omodeo poi divenuto esperto di fama internazionale. Ma la sua reputazione internazionale – consolidata ai tempi della pace di Versailles, pur nel carattere minoritario condiviso con l’inglese Keynes a proposito di una pace non vessatoria con la Germania che avrebbe portato al riarmo e alla nuova conflittualità, come fu – a un certo punto del ‘900 proiettò Nitti su altri temi.
Il Mezzogiorno, l’Italia, l’Europa. Due diversi melfitani potevano avere sensibilità identitarie compresenti. Uno apparteneva alla storia della politica generate dalle élites post-risorgimentali, l’altro apparteneva all’età in cui si formano i partiti di massa.
Eppure – nella lettura che ne possiamo fare oggi – una cosa ci pare accomunarne i profili: quella di averci lasciato più eredità che eredi (non quelli familiari, si intende, anche per la presenza qui, nella prima fila di questa sala delle due nipoti di Nitti e Di Napoli).
Da tempo la Fondazione Nitti vorrebbe promuovere il convegno nazionale dedicato – magari con un punto di domanda – al tema “Nitti senza eredi”. Forse potremmo ormai dedicare questo convegno a tante figure di una storia in parte interrotta delle nostre migliori classi dirigenti.
E comunque sono aspetti che ci lasciano comunque la responsabilità – nel coltivare comunque nella quotidianità e nel nostro piccolo alcuni programmi - di capire se siamo degni di lavorare su quelle eredità.
Ma proprio rivendicando la miglior indipendenza culturale possibile per quei programmi cerchiamo di darci e di dare delle riposte.
A proposito delle “risposte”, una è dovuta alla nostra brava moderatrice, Antonella Inciso, a proposito dello sguardo storico sulle gravi inquietudini di oggi come è ciò che accade nelle questioni migratorie del Mediterraneo. E’ ben difficile sentenziare, spesso ripetendo luoghi comuni, stando in poltrona davanti alla tv e vedendo le note tragedie. Così come è difficile cogliere i processi nel loro insieme non limitandosi al frammento che ci riguarda perché incide sui nostri problemi nazionali e locali. Mi limito a ricordare che il tema è strutturale nei dibattiti tra e sui meridionalisti. Tra il 1880 e il 1920 l’Italia era fatta di 40 milioni di abitanti e la metà – dico la metà – se ne andò. Non solo dal sud, perché Veneto, Friuli, Piemonte furono regioni svuotate per generare nuove comunità nelle Americhe del sud. L’approccio – non dico retorico, ma diciamo usuale – era di commiserazione e anche di condanna. Anche grandi meridionalisti e in generale esponenti del filone riconducibile alla cultura socialista e anche alla cultura cattolica sostenevano tesi di critica e di dolore[4]. Anche qui si tratta di capire come si articola un pensiero lungo e più complesso pur in presenza di dati segnati certamente da dolorosità, che riguardarono molto la Basilicata.  Nitti, come si sa, non condannò, ma in un certo senso approvò i processi migratori, ritenendoli utili per rilanciare le economie meridionali con le rimesse dei migranti e soprattutto per il “pensiero” di ritorno - di tipo sociale, civile e culturale – che avrebbe creato appunto innovazione nel quadro sociale meridionale.
Ecco perché non basta limitarci alla percezione scolastica di alcune biografie di quei protagonisti che diventano strumenti preziosi anche per il presente se affrontati con il massimo dello spirito critico.
Oggi il tema della battaglia contro il taglio della memoria passa attraverso queste nostre risposte. Ed è questione nazionale ed europea, naturalmente, non solo locale.
E mette in movimento il bisogno di ampliare la sfera di quell’approccio di ricerca e di comprensione che la stessa biografia curata da Michele Strazza ci segnala. Rispetto a cui i nostri programmi – che prevedono di consolidare questo Centro, di portare a compimento il museo della casa natale di Nitti che sta qui a fianco, di tenere in tensione i temi identitari e quelli progettuali attorno alle opportunità determinate da Villa Nitti a Maratea una volta pienamente funzionale – meritano di conservare il rapporto con una cittadinanza civilmente sensibile che, come oggi, ogni volta riempie questo Auditorium segnalando che la storia di queste radici è davvero vissuta come un bene comune.


[1] Iniziativa promossa al Centro culturale Nitti di Melfi dal Comune di Melfi, dall’ANPI, dalla Associazione e della Fondazione Francesco Saverio Nitti il 24 e 25 aprile 2015. Con la partecipazione del sindaco Livio Valvano, del direttore della rivista Mondoperaio Luigi Covatta, dello storico Michele Strazza (autore della biografia Attilio Di Napoli, edita da Libria, 2015), di Vincenzo Calò (della direzione nazionale dell’ANPI), con la partecipazione di Sonia Di Napoli e la moderazione di Antonella Inciso.
[2] In qualità di presidente della Fondazione Francesco Saverio Nitti e di membro del Comitato di direzione della rivista Mondoperaio
[3] Negli ultimi anni vi è stata l’occasione per inaugurare qui la biblioteca di casa di Carla e Sandro Pertini, per dedicare uno spazio espositivo agli esuli antifascisti italiani in Francia a cominciare dallo stesso Nitti, per ricordarci (insieme a Marisa Ombra) del ruolo delle donne nella Resistenza, per avviare una riflessione sui più famosi confinati antifascisti a Melfi, cominciando da Eugenio Colorni (e quindi anche da un nuovo viaggio attorno al “Manifesto di Ventotene). 
[4] Domenico Sacco – Il dibattito sulla emigrazione nei primi del ‘900 – in Mondo Basilicata, 2003, pagg. 32-35. Più ampiamente il tema è trattato da Pantaleo Sergi in “Noi restiamo circondati dal vuoto” - Emigrazione, stampa e società in Basilicata agli inizi del XX secolo, Incontri Mediterranei, n. 1-2, 2010.