Home Testi Come comunicare oggi l'idea di Europa? (Bucarest, Europe's Day - 9.5.15)
Come comunicare oggi l'idea di Europa? (Bucarest, Europe's Day - 9.5.15)
 
Conference
“Europe’s Day - 9th of May 2015”
Central University Library Carol I of Bucharest
8 of May 2015, 15:00
Stefano Rolando
Professor at the Faculty of Science of Communication of the IULM University of Milan,
President of the Club of Venice
 
Signor Ministro degli Affari Esteri di Romania, Bogdan Aurescu.
Signora Direttrice della Rappresentanza della Commissione Europea in Romania, Angela Filote.
Signor Ambasciatore d’Italia Diego Brasioli. Signori Rappresentanti diplomatici.
Cari Amici, Colleghi e Partecipanti. Cara Doris Mircea, organizzatrice di questo incontro.
Signore e Signori.
 
Grazie per consentirmi di parlare nella lingua italiana. Tenterò  - per ricambiare la cortesia – una bereve ardita performance in lingua romena, tra poco.
Vi porto il saluto dei 50 colleghi (28 dei paesi membri, 7 dello Steering Commitee, 15 delle istituzioni comunitarie) che partecipano stabilmente ai lavori del Club of Venice, che rivolgono alla Romania un grande augurio di consolidamento, di rinnovamento identitario e di benessere.
 
Sono grato e onorato per l’invito a prendere parte a questa Festa dell’Europa in rappresentanza della rete dei responsabili della comunicazione dei governi e delle istituzioni della UE che, dal 1986, va come ho detto sotto il nome di Club di Venezia, organismo creato per stabilire senza le rigidità formali che appartengono ai protocolli europei,  uno spIrito di conoscenza e di convergenza tra chi ha la responsablità, in tutta Europa (nei Paesi membri e a Bruxelles), di gestire relazioni tra istituzioni e cittadini.
 
Quando fondammo questo sodalizio (che non ha costi e che si regge su organizzazione volontaristica, con un segreteriato presso il Consiglio UE) – allora in pochi paesi, con la Commissione e il Parlamento europei tra i fondatori – reagivamo, con 40 anni di ritardo, ad una storia grave e pesante.
Insieme alle armi convenzionali e alle armi atomiche il sistema dell’informazione era stato infatti una delle armi più violente del conflitto mondiale. Portando con sè divisione, disinformazione, propaganda.
Sapevamo che l’Europa, ancora profondamente divisa in due,  era ancora segnata da queste malattie.
E sapevamo che esse si curano con la conoscenza, la comprensione, la comune responsbilità professionale e civile, con l’accoglienza identitaria e culturale, con la libertà di muovere idee, merci e persone.
Questa piena libertà di movimento sarà raggiunta proprio con il Trattato sul mercato interno, conseguenza dell’importante vertice di Milano del 28 e 29 giugno 1985.
E non è un caso che la decisione di creare il Club di Venezia, verrà proprio grazie allo spirito del Vertice di Milano. E costituirà una rapida decisione a cui aderirono in pochi mesi Italia, Francia e Germania, oltre a Belgio, Olanda, Lussemburgo ma anche Gran Bretagna, Danimarca, Irlanda, Spagna, Portogallo che non erano ancora formalmente membri. Con questo voglio segnalare lo spirito di allargamento che ci ha animato fin dall’inizio. Tanto che nel 1990 – l’anno dopo la caduta del muro di Berlino – il Club di Venezia si aprì alla presenza dei rappresentanti dei paesi dell’est che sarebbero dovuti entrare nell’Unione solo anni dopo.
 
Acum, voi vorbi putin in limba româna în semn de omagiu pentru tara Dumneavoastra si pentru a arata totodata din ce motive ma simt atât de legat de Romania.
În 1990 (o mie noua sute noua zeci) am avut ca sarcina din partea guvernului italian sa conduc la Bucuresti prima mare delegatie culturala compusa din intelectuali, autori, artisti cu misiunea de a relansa schimburile dintre cele doua tari sub semnul libertatii absolute si de a crea noi relatii de integrare si colaborare între doua popoare cu legaturi antice.
Misiunea mea a avut succes si în 2007 (doua mii sapte) am fost onorat sa fiu decorat de statul român cu Meritul pentru cultura si învatamânt în grad de mare ofitter.
Ca Director general la Presedentia Italiei si ca profesor universitar am continuat sa ma ocup de relatiile cu România. În acest sens am contribuit la relatiile de imagine între cele doua tari prin studii, cercetari si initiative de sustinerea intrarii României în Uniunea Europeana chiar si ulterior, când primele fenomene migratorii au creat probleme de imagine care cu rabdare sunt pe cale de a fi reglementate.
În fine, de tara dumneavoastra sunt legat sufleteste, o legatura ce nu poate fi deslegata, deoarece fiica mea, în prezent studenta la Facultatea de Stiinte politice de la Universitatea din Milano, este cetatean român si italian, s-a nascut la Bucuresti unde a trait si a  studiat pâna la 15 (cinsprezece) ani. [1]

 
Consentitemi di riprendere le mie considerazioni in italiano – ringraziando chi traduce – per un miglior controllo del vocabolario e per non allungare troppo i tempi.
Nel programma di questa giornata avete voluto ricordare che la Festa dell’Europa, fu decisa per il 9 maggio a ricordo del 9 maggio 1950 quando a Parigi Robert Schuman lanciò la straordinaria idea della ineludibilità del rapporto di cooperazioine tra Francia e Germania, due paesi a lungo in guerra. Costruendo così quella Comunità del Carbone e dell’Acciaio in cui un paese non poteva più fare a meno dell’altro per crescere e per svilupparsi. Vi è chi ha detto : avremmo dovuto partire dalla cultura non dagli interessi economici. Ma qui sta il ”punto”: quegli ”interessi” a mio avviso erano, prima di tutto, valori identitari.
Cioè, solo modificando una parte del principio identitario fondato sulla assoluta autosufficienza delle nazioni gli europei avrebbero potuto culturalmemnte concepire l’idea di Europa nella pace.
Quindi a ben vedere in realtà l’Europa ha cominiciato dalla cultura.
E l’idea di pace è stato il progetto comunicativo più forte per la generazione – diciamo dei miei genitori – che ha vissuto e patito la guerra con cui abbiamo sepolto 50 milioni di esseri umani e distrutto metà delle nostre città (la mia città Milano per più del 60%).
 
Ebbene, il vertice europeo del 28 e 29 giugno 1985 – avviando la commissione presieduta da Jacques Delors - è avvenuto appunto nella mia città, Milano. Ed è avvenuto (mi scuso per il ricordo personale, che è piccola cosa nel quadro che sto descrivendo, ma ha a che fare con ciò che qui rappresento) pochi giorni dopo la mia nomina - nel Consiglio dei ministri a Roma – di direttore generale dell’informazione alla Presidenza del Consiglio. Esso è stato dunque una delle mie prime occasioni di impegno istituzionale mantenuto a Palazzo Chigi per dieci anni.
Giustamente avete ricordato la data della festa dell’Europa lì decisa. Così come ho già prima ricordato io che quel vertice avrà poi come maggiore obiettivo quello di costruire una alleanza – non subuito unitaria ma maggioritaria -   fondata soprattutto su Francia, Germania e Italia – che vedrà la signora Tachter perdere un acceso duello sulle prospettive dell’Europa. Uno scontro che riguardava come crerare quella grande accelerazione che portò poi al Trattato sul mercato interno, cioè al Trattato di Maastricht e quindi alla vera Europa senza frontiere che ha costruito nei cittadini europei la percezione della irreversiblità del processo.
Consentitemi di dire però che quel vertice di Milano ha visto conseguire anche un altro grande obiettivo. Quello del primo ampio rapporto – approvato e poi diventato un sistema di provvedimenti operativi – che va sotto il nome di ”Europa dei cittadini”.
Io provenivo dalla Rai-Radiotelevisione italiana, dove avevo lavorato per alcuni anni. E tra i miei consiglieri di amministrazione (avendolo conosciuto molto bene, giacchè in Rai ero il principale collaboratore del Presidente) vi era il professor Pietro Adonnino – poi divenuto parlamentare europeo – che fu il presidente del Comitato che presentò quel Rapporto che avviò moltissime cose che hanno segnato una fervida stagione comunicativa in Europa fondata sull’ampliamento dei diritti della persona e dunque del cittadino.
Fu avviata, per esempio, la costruizione di Erasmus; furono fissati i principali principi di partecipazione e di consultazione dei cittadini che poi diventeranno prassi; fu creata l’infrastruttura dei diritti (di movimentazione, di circolazione, di accesso, di insegnamento, eccetera) che, nell’insieme, configurarono una nuova decisiva base identitaria dell’Europa. 
 
Di questo Comitato non si parla quasi più e di questi risultati – divenuti cultura acquisita – non si fa più nemmeno la storia, proprio perché essa oggi è vita comune.
Ma per me questo passaggio fu determinante perché mosse anche a creare rapporti inter-istituzionali nel campo della comunicazione e dell’informazione – tra cui la spinta a creare il Club di Venezia - là dove ancora vigevano alcune storie sbagliate che chiedevano urgente cambiamento:
·         la storia delle gelosie nazionali (ognuno racconta l’Europa che vuole);
·         la storia del “diritto nazionale” ad una propaganda anche se light;
·         la storia della non spiegabilità di processi istituzionali difficili, che se non spiegati generano un consenso occasionale, non un consenso di fondo;
·         la storia che “tanto non serve cooperare” nel campo della comunicazione (ognuno tratta i suoi cittadini come crede, come se non fossero anche “cittadini europei”).
 
Ebbene, a distanza di quasi trenta anni, proprio nel semestre di presidenza italiana nel 2014 – in occasione della conferenza voluta a Roma dalla Commissione Europea e dalla presidenza di turno (The Promise of the EU ) – i cui lavori ho avuto l’onore di presiedere – sono stati presentati i dati del Rapporto di Eurobarometro dedicato proprio al rapporto identitario tra europei ed Europa. Una realtà che ora comprende a pieno titolo anche Romania e cittadini romeni. Ebbene per il 50 % dei cittadini dei governi della UE oggi quella identità è costituita sostanzialmente dal mercato. Per l’altro 50% essa è costituita piuttosto da una identità politica.
Come è facile capire:
·         tra queste due Europe è difficile (ma non impossibile) avere in comune una visione di fondo;
·         da questa equa differenza il processo di comunicazione basato sull’identità comune tende a restare fermo;
·         la parola chiave trainante di una nuova idea di Europa (dopo le parole che hanno avuto successo) è ancora nascosta.
 
Le parole chiave segnano epoche di comunicazione.
·         La parola “pace” ha ispirato certamente i processi comunicativi della fase costituente fino a metà degli anni ’60.
·         Poi l’Europa è stata dotata di architetture e da programmi. E la parola che ha formato anche le nuove classi dirigenti è stata la parola “progetto”.
·         Possiamo dire che una parola importante della costruzione, con il nuovo secolo, è stata la parola “ampliamento”.
·         Poi quando la crisi economico-finanziaria si è fatta più sentire, l’Europa (che già era criticata per non credere più troppo nel suo sogno, ce lo ricordò un americano come Jeremy Rifkin, proprio scrivendo il “Sogno dell’Europa” guardato con ammirazione dall’intellighentia americana ma a cui sembrava che l’intellighenzia europea cominciasse a non credere più tanto) entrava in una fase in cui la parola comunicativa crescente era negativa: la parola “paura”. Da una parte abbiamo visto alcuni governi scaricare sull’Europa i segni della crisi, nel tentativo di coprirsi per le preoccupazioni dei propri cittadini di fronte alla crisi.
·         Da questa parola non abbiamo ancora pienamente preso le distanze. Abbiamo anche visto infrangersi l’idea di un Trattato costituzionale capace di fissare i presupposti di veri Stati Uniti d’Europa. Infine – tra le spinte migratorie interne ed esterne, il prolungarsi di regole dure sui bilanci, la fine delle curve di crescita anche in paesi che avevano ricevuto forti stimoli entrando in Europa – si è congelata l’ipotesi che pareva quasi raggiunta di raccontare la realtà di un vero global player, al pari di quelli che la nuova geopolitica mondiale sta schierando (dalla Cina alla Russia, dagli Stati Uniti al Brasile, dall’India al Giappone). La divisione interna e la durezza di alcuni conflitti esterni (ancora in corso nel Mediterraneo e nel Medioriente) ha rimandato decisioni che sembravano a portata di mano.
·         Il nostro tempo è quello ora di una parola-chiave nuova a cui molti pensano ma che non è ancora accreditata.
 
Ed ecco quindi le eredità – prima di tutto politiche, ma subito dopo comunicative – che abbiamo in questo momento, come bagaglio su cui fare scelte.
·        Le ha un Parlamento, che ha visto più euroscettici presenti, ma anche visto un ringiovanimento, una maggiore presenza di donne e una maggioranza europeista forte.
·        Le ha una Commissione, che è cosciente che l’economia globale sta cambiando e che l’Europa o si confronta sui nuovi terreni – tra cui in primo luogo l’economia digitale – come un soggetto unico e deciso oppure perde voce e capacità negoziale.
·        Le ha una cultura comune antica e capace di rinnovarsi – se me lo permettete come sta dimostrando il bell’esempio di un Expo che si è aperto in questi giorni a Milano con una offerta comunicativa moderna, tecnologica, avanzata, solidale e partecipata dai giovani – che è una forza immensa su cui non ha più senso dividersi: Shakespeare è nostro, come Dante, come Leonardo, come Voltaire, come Kant, come Chopin, come Brancusi, come Cervantes, come tutta l’antica filosofia greca.
 
Certo deve anche evolvere il nostro rapporto con gli strumenti della comunicazione istituzionale:
·         Essa deve essere al servizio di una democrazia partecipativa, non strumento unilaterale versato sulla testa dei cittadini.
·         Essa deve lavorare sul dibattito pubblico,in cui il diritto identitario locale e nazionale deve armonizzarsi a fondo con l’identità europea.
·         Essa deve operare senza resistenza sulle opportunità della rete e puntare al coinvolgimento partecipativo soprattutto dei giovani.
·         Essa deve svolgersi con un’idea globale competitiva, dunque legata al principio del branding pubblico, che ricapitola la storia – ovvero il patrimonio simbolico collettivo - per cercare rotte condivise verso il futuro.
 
Sono questi i temi ora in agenda delle sessioni del Club di Venezia. La prossima è prevista a Vienna. E in autunno proprio nella Milano dell’Expo, prima della sua conclusione. 
·         Italia e Romania hanno una visione della storia in cui la radice latina è presente (lo ho visto scritto all’ingresso del padiglione della Romania ad Expo che ho visitato il giorno inaugurale).
·         E questa radice – nel pluralismo delle radici culturali del continente – ha un contributo da dare per la coesione interna, che è un fattore di forza della nuova Europa. E’ fondata sul principio attivo del diritto e sul rapporto storico con i processi creativi.
Vi ringrazio per avermi consentito di partecipare alla Festa europea a Bucarest.
 
 
 
 
Stefano Rolando
E’ professore di ruolo di Teoria e tecniche della comunicazione pubblica all'Università IULM di Milano.
E' stato per dieci anni e con dieci governi direttore generale dell'informazione e della comunicazione alla Presidenza del Consiglio dei Ministri del governo italiano. In tale veste ha fondato nel 1986 - insieme alle autorità della UE - il Club di Venezia, coordinamento dei direttori della comunicazione di tutti i governi membri della UE e di tutte le istituzioni comunitarie (Parlamento, Commissione, Consiglio, Comitato Regioni, Comitato Economico-sociale e Banca europea) di cui è tuttora presidente.
E' stato rappresentante italiano nel comitato scientifico dell'Unesco.
E' attualmente presidente del Comitato Brand Milano nel quadro di Expo 2015.  
Durante il semestre di presidenza italiana (nel 2014) ha presieduto i lavori della conferenza sulla comunicazione dell'idea di Europa  (The Promise of the EU)  promossa dalla Commissione e dal Parlamento Europeo presso il Maxxi Museum a Roma.
Nel 2007 ha ricevuto l'onorificenza dal governo della Romania di "Ufficiale al merito della Repubblica di Romania per le relazioni culturali ed educative tra i due paesi".
 


[1]   Il testo il lingua romena peresenta punteggiatura e accentazione imperfette perchè il software del sito non riproduce correttamente. Questa la traduzione in lingua italiana:

Dirò ora qualche parola in romeno. Per rendere omaggio al Vostro paese e per segnalare anche ragioni speciali del mio legame con la Romania.
·         Sono onorato di aver ricevuto nel 2007 l’onoroficienza di Ufficiale al merito della cultura e dell’educazione della Romania per avere portato qui per incarico del governo italiano nel 1990 la prima grande missione culturale (intellettuali, autori, artisti) per rilanciare gli scambi tra i due paesi nel segno di una assoluta libertà e per generare nuovi rapporti di intregrazione e scambio tra due paesi di antico legame come Italia e Romania.
·         Ho continuato a occuparmi di questa relazione, sia come direttore generale dello Stato, sia come professore universitario. E credo di aver dato un contributo – con la collaborazione delle ambasciate dei due paesi - alle reciproche relazioni di immagine con studi, ricerche e iniziative a sostegno dell’ingresso della Romania nella UE e negli anni seguenti quando i primi fenomeni migratori hanno creato problemi di immagine che con pazienza si vanno regolando.
·         Porto con me, poi, un legame inedelebile di questo rapporto perchè mia figlia Amelia – che ora studia Scienze politiche a Milano – è italo-romena, è nata a Bucarest e a studiato fino al liceo in questa città.