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Lo spaesamento (testo per Mondoperaio, 25.1.2016)
Lo spaesamento
Stefano Rolando
 
 
 
Questo scritto risponde alla chiamata in causa dei redattori di questa rivista circa il necessario riscontro attorno al ruolo che, in coerenza con una certa tradizione,  “fare rivista di cultura politica” può significare nello spaesamento che ci circonda.
Se c’è infatti una parola che connette perfettamente una condizione psicologica con la percezione della crisi di qualità della politica nazionale essa è la parola “spaesamento”. 
Per il Sabatini-Coletti “senso di smarrimento e di estraneità, provato da chi si trova in un luogo o in un ambiente nuovo e sconosciuto, anche in usi figurati”.
Capace soprattutto di significare, con quella s privativa, ovvero avversativa, la decadenza del valore gramsciano dell’espressione paese che ha connotato la sinistra per un secolo rispetto alla restaurata espressione ottocentesca di nazione. E al tempo stesso capace di fare emergere il condiviso smarrimento per la fragilizzazione di ogni categoria interpretativa (teorica, filosofica, pragmatica) con cui realtà e rappresentazione debbono mantenere ruoli complementari e distinti e non diventare la poltiglia surreale, anche se narrativamente affabulatoria, della finzione.
Questa rivista ha impostato la sua nuova serie – ottimamente diretta dal pessimismo della ragione di Gigi Covatta – con questo compito, non retro ma invece critico, di ragionare attorno allo spaesamento.
In verità con il non sopito ottimismo di cercare di riconoscere, ad ogni passo, segni di speranza. E quindi di non disperdere la ricognizione delle proprie memorie avendo solo da guadagnare (rispetto ad altri posizionamenti storico-politici) a tornare e ritornare sulla lezione della storia.
 
Percorsi
E così vorrei riprendere il riferimento a questa espressione per fare luce, in primis a me stesso, circa alcuni percorsi di scrittura che negli ultimi tempi mi hanno misurato con il tema della “rappresentazione” dello spaesamento.
La comunicazione – di cui in generale, anche accademicamente, mi occupo – non ha solo senso orientato al fare (come sollecitazione ad atti di ascolto o di acquisto), ma anche al ritrovare descritti e quindi eventualmente condivisibili brandelli di identità.
Nel 2008 ho provato con un libro antologico di scritti civili (Quarantotto, Bompiani) a misurare la mia generazione (vent’anni nel ’68) di fronte alle potenzialità dell’offerta di libertà del nostro tempo.
Dicevo che essa (l’offerta di libertà) era stata utilizzata, appunto da quella generazione, in parte per credere alla ricomposizione ragionevole e illuministica della nostra crescita pacifica (il riformismo); ma in parte anche per insultare questa tesi a favore di atti e gesti di violenza (con tutto il feltrinellismo e l’esoterismo prodromici del terrorismo). Dunque una divaricazione.
Nel 2014 ho poi provato a ripensare a trenta anni di trincea per affermare il valore sociale della comunicazione pubblica, contro lo Stato della propaganda e contro lo Stato del segreto e del silenzio. Il tentativo è stato quello – avendo a disposizione molti e più autorevoli maestri – di tentare di rimettere costituzionalmente in condizione orizzontale istituzioni e società (Comunicazione, poteri e cittadini, Egea).
Anche qui un’altra divaricazione.
Nella prima occasione ho creduto di poter separare – come ci ha insegnato la cultura del nostro dopoguerra – il sogno del gradualismo (combattente) della giustizia mai disgiunta dalla libertà, dal sogno permanentemente insurrezionale (quello di certe “avanguardie”, quello della Resistenza tradita, quello dell’accorciamento rivoluzionario dei tempi di risposta all’imperialismo, eccetera).
Nella seconda occasione ho creduto di poter separare - come ci ha insegnato l’infiammante retorica su fascismo e antifascismo – la cultura della propaganda (perseguita da ogni regime di destra e di sinistra) dalla cultura della partecipazione (per propria natura appartenente alle regole della democrazia).
 
 
 
Distinzioni evaporate
In queste ricognizioni, ancora confortate dalla possibilità di chiarire con nettezza i fronti, è trascorsa la nostra cosiddetta “seconda Repubblica”. Che quei fronti, invece, ha bellamente confuso. Essa  ha cambiato regole e antropologia della politica, senso della relazione tra locale e globale, valore e fiducia nelle istituzioni, rapporto tra sofferenza individuale e collettiva.
Lo spaesamento infatti – che ciascuno di noi declina nel proprio ambito di competenze, abitudini, riflessioni – arriva proprio a farsi strada nel giorno in cui queste distinzioni evaporano.
Il quadro democratico (cioè il pluralismo delle opzioni) che abbiamo rafforzato in patria e nel contesto europeo ha ricomposto al proprio interno molte di quelle severe antinomie. Ha reso cioè possibile ereditare – nelle nuove regole, nei nuovi comportamenti – il principio del perseguimento dei tempi lunghi del riformismo con il principio del perseguimento dei tempi brevissimi del movimentismo. E ha reso in pari tempo possibile ereditare – nella nuova dialettica di amore e odio tra politica e media – la pratica della propaganda e quella della partecipazione come anime compresenti, anzi complementari, nella stessa dinamica della democrazia.
Esso si è accompagnato – come ci dice la nuova psicoanalisi – nella sconfitta del super-Io a favore della dominanza occasionale del Sè. E – come ci dice la nuova sociologia – nell’affermazione del principio di ibridazione delle radici (causa delle conseguenze globali di una non accortamente percepita demografia) e quindi nella perdita di centralità “politica” del fattore identitario (relegato a continue marette produttrici di instabilità psicologica) a favore del trasferimento dell’identità sulle nuove mitologie del desiderio (sport, consumi, estetica, sound).
E anche in una perdita progressiva di ruolo identitario della famiglia (oggi oggetto di una stressata divaricazione interpretativa che lascia perplessi i più, cioè coloro che pensano di non aver bisogno di gridare in piazza per conformarsi ad uno o all’altro modello). E oggi, sembrerebbe, anche come perdita di radicamento nel sogno identitario europeo, che per un bel pezzo ha rappresentato il perimetro esterno – quindi contenitore – del concetto di “paese”.
 
Buona società e buona politica
I partiti politici sono al 3-4% di fiducia dei cittadini (in Italia, ma forse anche altrove), Parlamento, Governo e grandi istituzioni stanno tra il 7 e il 10%. Sembra, insomma,  non stare più qui la fonte ragionevole per far chiarezza sullo spaesamento. Ma la scuola è segnalata al 56% e in generale i processi educativi mantengono un apprezzamento (per opportunismo o per rispetto?) che assegnano – anche civilmente – ruoli di supplenza non banali. Così la partita del chiarimento parrebbe avvenire, tra coloro che si considerano classe dirigente, soprattutto sui media. Mentre, tra coloro che navigano nell’incertezza anagrafica di aspirare ad essere classe dirigente, potrebbe essere la musica a costituire il lenzuolo di avvolgimento della percezione identitaria. E negli ultimi tempi, anzi, il rapporto tra suoni e immagini che saettano nei social media.
Che una maestra elementare (quella categoria che Gesualdo Bufalino venti anni fa riteneva già risolutrice circa la possibilità reale di debellare la mafia) o gli eredi rock dei cantautori degli anni sessanta e settanta siano investiti di una tale responsabilità può far sorridere. Ma questo (simbolico, perché in verità più frammentato e diffuso) trasferimento di responsabilità civile deve porre interrogativi e sollecitare alcune decisioni anche nell’ambito dei produttori di – piccole o grandi che siano – superfici di dibattito pubblico (anche questa rivista, in forma infinitesimale, lo è). Il che presenta una responsabilità effettiva dei soggetti mediatici e culturali nella fase transitoria, quella appunto pre-politica. Avendo ora in vista, come passaggio ineludibile,  l’uscita definitiva dalla palude della “seconda Repubblica”.
Da questo spunto ciascuno potrebbe ridisegnare – come in verità molti tentano di fare -  ruoli per ambiti di professionalità civilmente significative (la ricerca scientifica, l’assistenza e il volontariato, l’insegnamento, la gestione della salute, la difesa delle sostenibilità ambientali, la funzione giudicante, la nuova cultura della sicurezza, eccetera);  ma appunto con l’immensa fatica di avere a disposizione in forma purtroppo screditata la funzione di scenario ri-compositivo propria dell’organizzazione della politica.
Perché per essere tale essa deve essere prima di tutto interpretativa e cioè capace di comprendere i linguaggi dei punti avanzati dell’elaborazione sociale. E poi deve avere il coraggio (valutativo e competente) di proporre la gerarchizzazione dei bisogni e dell’organizzazione della spesa pubblica.
La fiducia non rinasce, infatti, dalla rassicurazione comunicativa sul “piacionismo” dei politici (venduti soprattutto nel loro teatro elettorale). Rinasce quando si scorge che le doti interpretative del proprio tempo e le doti riformatrici (gerarchia e spesa al servizio del cambiamento) sono severamente interpretate.
 
Riprovare con il dibattito pubblico
Enzo Cheli sostiene che la tenuta della relazione tra storia e politica nasce solo se tiene acceso il dibattito pubblico (sociale, non d’élite) sull’etica costituzionale perché la Costituzione è “nata per unire civilmente”. La battaglia per mettere innovazione e conoscenza davvero al centro degli investimenti, intenderebbe spandere questa etica all’insieme dei fattori culturali che consentono di rinnovare anche verso la politica, che da sé non ce la fa a compiere la necessaria autoriforma, l’esigenza di avere, contro lo spaesamento, una classe dirigente degna di questo nome.
Giorgio Vasta è uno scrittore palermitano nato nel 1970 che vive a Torino e che ha scritto, per Laterza, nel 2010 fa una dolorosa narrazione intitolata Spaesamento: “Un paese ‘spaesato’ nel quale i paradossi si mescolano ai miraggi, le intenzioni concrete alle velleità”, in cui è in atto “la disponibilità nazionale a rassegnarsi, senza rabbia, con stucchevole fierezza, alla propria miseria”.
Sappiamo che in questi ultimi cinque anni l’Italia non ha risolto del tutto l’intreccio tra coraggio e velleità, ma ha cercato modalità di trasformare la rassegnazione in una forma di riscossa che ha permesso alcuni segnali di controtendenza. Purtroppo non tutta l’Italia è lo stesso “paese”. Ma la partita contro lo spaesamento si è aperta. Ed è aperta anche rispetto al bivio di molti stati europei di avvolgersi nel nazionalismo difensivo rischiando di cancellare la radice vitale, quella europea, che per l’Italia significa presentarsi come paese ancora guida all’appuntamento del settantennale dei “Trattati di Roma” nel 2017. Noi non siamo né con il partito dello sguardo indietro, né con il partito delle lamentazioni. Ma sul rapporto tra cultura e politica e sulle regole di consacrazione della classe dirigente abbiamo una storia inappuntabile che ci consente di criticare e pungolare il presente. Non siamo soli e credo che continueremo a farlo.
 
Ri-paesamento
In sostanza l’obiettivo dei produttori progressisti di dibattito pubblico – vale anche per quelli che animano piccole e piccolissime superfici – dovrebbe ora essere quello di ricostruire un profilo visibile del ri-paesamento.
Esso ha un contesto interno che dipende dalla forza con cui si imboccano insieme le scelte per la coesione e per lo sviluppo. Che dipende dalle intuizioni culturali e scientifiche su cui fondare le opzioni verso la crescita e verso l’assorbimento delle contraddizioni. Che dipende dalla possibilità che un certo civismo (possibile se si allarga il ruolo della borghesia colta, generosa e aperta al patto sociale; rispetto a quello della borghesia egocentrica e possessiva) puntelli severamente la trasformazione valoriale dei partiti politici. Come si definiranno le scelte amministrative di Torino, Milano, Roma e Napoli è questione che ha a che fare con questo tema.
Ma ha anche un contesto esterno che svolge un ruolo inderogabile: contenere e indurre.
Senza un approdo sicuro ai processi globali il ri-paesamento rischia derive nazionaliste per noi intollerabili. Una parte del paese sa dialogare con il mondo (le nuove forme di economia immateriale del nord e il rinnovamento della vocazione solidale della Chiesa di Papa Francesco). Un’altra parte del paese non solo non sa dialogare con il mondo ma lo vive sempre più come una minaccia. Senza Europa, allora, le due Italie rischiano la disunione definitiva e letale. Per cui, nessun tentennamento e invece rilancio – con la maggioranza che ci vuole stare (attenti a chi si chiama a raccolta) – dei patti fondativi per fare un robusto passo avanti verso l’integrazione.