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Elezioni, potere della tv, potere della rete (ArcipelagoMilano 11.5.16)
Se aumenta l’incertezza elettorale aumenta il potere della tv?
Nella rete, piuttosto, l’offerta di una nuova politica anti-progressista
 
Stefano Rolando *
 
Si vince ancora davvero una elezione importante solo grazie al trattamento televisivo?
Quando questo interrogativo - suffragato da indizi e argomenti  - entra nella psicologia di un candidato, la tarantola, ancora oggi, diventa inarrestabile. Si sommano inviti (meglio a chi assicura rumore alzando la audience) a passaggi a pagamento. Poi - quasi sempre dopo che un lontano parente si è premurato di telefonare per dire strabiliato "mi sei apparso in televisione" - l'idea di una protesi virtuale capace di raggiungere ciò che nessuna maniacalità organizzativa (mercati, condomini, fuori cinema, gazebo sullo struscio, eccetera) consentirebbe, essa diventa l’anima di una ideologia. Che di questi tempi suona più o meno così: la stampa non serve a niente, con la rete ti parli addosso, la partita - come è stato per gli ultimi vent'anni - si gioca tutta sul piccolo schermo. Ciò vale da un pezzo e la coda si mantiene ancora. Insomma, i toni diventano così più importanti dei contenuti, il taglio degli abiti più ricordato delle citazioni letterarie, l'improvviso scatenamento di ira la speranza dei più di essere ricordati per nome e cognome così come il vituperio "capra!capra!capra! " trasforma un nome e un cognome (come tanti altri) in un brand.
 
La televisione, ancora oggi, porta i candidati nelle case degli elettori. Con tutto il bagaglio della loro immagine. Per chi si fida più dell’immagine che dei contenuti è una vera grazia. Non resta allora che andare a vedere quanto oggi incida davvero la tv sulle opzioni elettorali.
Il primo abbaglio riguarda il fatto che molti confondono la notorietà con l’opzione. La notorietà – certamente influenzata dalla tv più che dalla carta stampata – potrebbe persino crescere parallelamente alla riluttanza. Più ti conosco meno di compro. Grandi figure della politica che avrebbero mantenuto leadership nel sostanziale mistero circa le loro vere fattezze e i loro veri atteggiamenti (uno per tutti l’esempio storico di Fanfani), spinti dagli eventi al primo piano televisivo (nel caso la famosa campagna antidivorzista) hanno visto crollare il loro consenso personale. Il secondo abbaglio riguarda l’universalità della promozione dell’immagine. In realtà l’elettore schierato – pro o contro – ha una esposizione marginale alla seduzione televisiva soprattutto quella dell’ultima ora. Resta allora il nodo dell’area cruciale su cui la tv gioca un ruolo importante, che è l’area dell’incertezza. In tale area gli esperti stimano che la televisione operi in rapporto a un candidato una forzante di circa il 3%. Il che può significare quasi niente in un quadro di definite distanze tra le forze politiche. Mentre può assumere un rilievo, financo un rilievo essenziale, nel quadro di distanze molto raccorciate e quindi in una condizione altamente incerta.
Vi è poi il caso in cui la tv – tendenzialmente i talk-show (che oggi subiscono un certo declino di ruolo) – costruisca letteralmente un “personaggio”. I casi sono noti – per esempio quello di Renata Polverini generato dalla prima fase dei talk di Floris – ma non sono neppure a catena. Ad andare a vederli, essi hanno generato potere effimero. Cioè cicli corti di tenuta soprattutto a fronte delle responsabilità istituzionali. Ha scritto sull’argomento Gianni Riotta: “Vale anche in tv la micidiale Prima Legge coniata dalla studioso Melvin Kranzberg «la tecnologia non è buona, né cattiva e neppure neutrale». Non è la tv a decidere, arbitro assoluto, l’esito di un’elezione, ma il suo intervento influenza i risultati”.
 
Una quota crescente di questa influenza è stata negli ultimi cinque anni trasferita sulla rete, in forma atomizzata, dipendente dalla fortuna di un post che – per brevità, vis comica o vis polemica, identificabilità, trasferibilità – trova infiniti riflessi psicologici per essere condiviso o ritwittato. Dunque un processo co-creativo, diverso, se non addirittura opposto a quello passivizzante della tv. Questa innegabile evoluzione amplia il potere della rete ma non va letta come una aritmetica sottrazione di ruolo e di influenza rispetto alla tv. Lo spiega Aldo Grasso: “Quando parliamo di “ambiente mediale convergente” intendiamo precisamente dire che, a tutt’oggi, ciascun mezzo di comunicazione si connette inevitabilmente a tutti gli altri. Paiono oziose le discussioni su quanto «i social network sottraggono potere alla televisione», perché in un ambiente mediale convergente tutti i media dialogano”.
Si sa che la teoria “rete è politica” è stata affermata (Roberto Casaleggio) e anche contraddetta da molti esperti. Fabio Chiusi ha scritto: “E’ certo è che Casaleggio ha torto quando sostiene che «la Rete è politica allo stato puro»: secondo lo studio del Pew Research Center infatti, l’84% degli iscritti a social network dice di aver postato «poco o nulla» a carattere politico”.
Molte emittenti, tuttavia, capiscono poco l’ambiente mediale convergente. Così che la quota che rimane fortemente arroccata attorno al ruolo della tv è quella delle risse tra i “polli di allevamento”, cioè l’arena provocata da conduttori (che nelle tv locali assumono ruoli grotteschi di produttori di parapiglia), in cui metà del programma è costituito da voci sovrapposte, l’altra metà da insulti. Non ho dati precisi al riguardo ma stimo che una parte rilevante di questa televisione elettorale alimenti ormai direttamente l’astensione. La fortuna di restare nel giusto gioco di luci, nella flemma di un riposante divano, con il diritto di fare ogni tanto un “ragionamento”, tocca allora davvero una piccola minoranza di candidati, che si mettono in sintonia con ciò che resta di un elettorato sfiduciato, defilato, alterizzato rispetto alla politica.
Renzi e Berlusconi restano nel corso della lunghissima parabola della seconda Repubblica i più forti interpreti della politica televisiva. Non avendo messo e non mettendo tuttora steccati tra comunicazione istituzionale e comunicazione elettorale (sono sempre in sfida e sempre in versione auto-referendaria) finora hanno tenuto banco. Con l’aggiunta di un retro-pensiero sempre ottimista, che è la precondizione del marketing. E la tv ha guadagnato ascolti grazie a loro. Ma sono due casi, speculari e apicali della vita politica italiana. Quel che fanno o hanno fatto non vale per tutti.
 
La domanda da farsi ora è: cosa cambia? Quale sarà lo scenario al momento delle prossime “politiche”?
La trasmigrazione di iniziativa è comunque in atto. Apparentemente costa meno (non è sempre vero) e la velocità esecutiva è quasi in tempo reale. Dice Nicola Castaldo: “Con le recenti campagne la rete è stata letteralmente presa d’assalto dai partiti: dagli ormai celebri tweet di Monti ai più prosaici messaggi elettorali su Facebook inviati dai candidati locali (che fortunatamente sembrano aver sostituito la classica telefonata), internet e i social network hanno costituito la spina dorsale della comunicazione politica delle campagne elettorali”.
Ma non è tutto così trasparente. Gli esperti di web reputation pensano di stare sul punto di maggior cambiamento al riguardo. Così come la rete sta accumulando paurosamente dati su di noi, sapendo molte più cose personali di quello che immaginiamo, allo scopo di influenzare comportamenti d’acquisto e prima ancora il trend dei nostri desideri, così essa si prepara anche ad influenzare di più – subliminalmente, anche non subliminalmente e soprattutto su grandi target – i comportamenti elettorali. Questo passaggio viene giudicato con sufficienza da molti soggetti implicati (media, politica e spesso purtroppo anche autorità di controllo), soprattutto perché non ci sono regole generali meditate. Ma si pensa che qui avverrà il salto del Rubicone che trascinerà anche una parte dell’emittenza radiotelevisiva (disposta a passare dal teleschermo al telefonino) a entrare nelle logiche di “influenza” regolata dai big-data, per una semplice ragione: che quel genere di rete sta raschiando tutto il barile della pubblicità e delle risorse di sponsoring. La vecchia comparsata in tv, a questo punto, andrà definitivamente in soffitta. Tra chi sta scommettendo sulla probabilità della vittoria elettorale di Trump negli USA (tra gli imprenditori con la valigetta in mano, che grazie al loro export conoscono il mondo, la cosa è oggi diffusa) si nasconde – ci piaccia o no - una quantità di analisi dei nuovi comportamenti anti-establishment e anti-progressismo che il mondo dei social-media rivela e attorno a cui si cominciano a costruire nuovi profili dell’offerta.
 
Un’ultima annotazione riguarda l’applicazione della normativa sulla par condicio (in vigore la 515 del 1993 e soprattutto la 28 del 2000), oggetto sempre di polemiche e mugugni, ma anche oggettivo paletto di contenimento delle disparità di condizioni di “rappresentazione” e quindi di visibilità che resta una pre-condizione di qualunque candidatura elettorale che intenda avere successo. Nella stessa Autorità di controllo e garanzia nazionale (AGCOM) ricorre spesso il pensiero alla necessità di un riesame della normativa (16 anni, nel sistema delle comunicazioni, contengono varie ere geologiche). Con le resistenze di chi dice che ogni riesame è subordinato a una vera regolamentazione del conflitto di interesse. Tra i problemi aperti quelli della controllabilità delle reti tv e della incontrollabilità delle multiformi possibilità della rete. Discorso lungo e controverso, che qui si appunta solo per segnalare che le regole potrebbero avere riconsiderazione.
Raffaele Barberio, direttore di Key4biz, ottimo radar su politiche e mercato delle comunicazioni in Italia, dice: "E' vero che si parla di rivedere la par condicio. Ma e' anche vero che per ora non se ne vede ne' la convenienza ne' la volontà politica". Insomma, come spesso succede in Italia, le normative non guidano il cambiamento ma lo ratificano, per lo più quando esso non è più tale.
 
* L’autore è componente del Corecom della Lombardia e insegna Politiche pubbliche per le comunicazioni all’Università Iulm di Milano, presso cui dirige anche il master di comunicazione pubblica e politica.