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Lettera al futuro Sindaco di Milano (ArcipelagoMilano, 8.6.16)
Caro Sindaco Ala oppure caro Sindaco Isi,
 
Stefano Rolando
 
 
Caro Sindaco Ala oppure caro Sindaco Isi,
uno di voi due, dopo il ballottaggio, sarà a Palazzo Marino a guidare la giunta di governo; l’altro sarà a Palazzo Marino a guidare la funzione democratica del “controllo” che in tutte le democrazie serie ha pari potere, mentre in Italia non viene più nemmeno rubricata tra le funzioni.
Arcipelago mi invita a scrivere una delle lettere che, dopo il primo turno, cercano di rappresentare – nell’incognita dell’esito – il panorama dei “desideri ineludibili”.
Quelli, insomma, che una certa Milano si aspetta da Palazzo Marino per il bene della città.
Dai tempio delle elementari sono abituato a fare “dieci punti”. Non mi smentisco proprio ora. E cerco di farli da “cittadino civico” non sulla base solo delle cose di cui mi occupo.
1.      Vorrei che la giunta esprimesse funzioni moderne vere di governo, con diciture sensate, con accorpamento di competenze razionale e funzionale, con tre raggruppamenti (istituzionale, sociale, economico) coordinati e con il sindaco che fa le interdipendenze, non che sviluppa a suo riporto altri dieci assessorati ombra. E che desse conto dell’andamento appunto delle interdipendenze almeno ogni sei mesi facendo capire che governa tre grandi questioni : orgoglio istituzionale (connesso al negoziato globale della città), cultura solidale, visione dello sviluppo. A cui tutto si connette.
2.      Vorrei che il capo dell’opposizione interrompesse la triste serie dei brontolii puramente mediatici, ma leggesse gli atti e rifacesse i conti per spiegare, anche lui ogni sei mesi, che si poteva fare meglio e di più. Oppure che su questa o quella misura lui, nell’interesse della città, desse il suo appoggio non cedendo di un millimetro però la funzione di opposizione e di controllo.
3.      Vorrei che l’idea delle trasversalità (prima chiamate “interdipendenze”) passasse come stile e cultura di governo. Non si fanno piani, senza questa cultura. Si cede solo a interessi corporativi. Senza visione della storia, una città come Milano ha il futuro che pensano solo gli uomini di affari. Senza visione degli affari, una città come Milano ha il futuro che pensano solo i pensionati. Senza visione del rispetto che si deve agli anziani una città come Milano diventa cattiva. Senza la “cattiveria” di una sana idea competitiva una città come Milano si mette nelle mani dell’egualitarismo burocratico romano. Potrei continuare a lungo.
4.      Vorrei che il “piano 20-30” (cioè il mediotermine) fosse il parametro di ogni decisione importante. Allungando gli occhi quando si tratta di aggiustare una buca nelle strade, abbassando gli occhi quando si tratta di immaginare la condizione della rete tra mezzo secolo. Soprattutto mettendo presto (primi tre mesi di attività) dentro quell’immaginario piano tre contenuti “umani” che tolgano l’idea che 20-30 sia il governo delle tecnologie, mentre deve essere il governo della qualità della vita (che naturalmente ha anche a che fare con le tecnologie).
5.      Vorrei che Milano non scegliesse di competere a casaccio o solo per acchiappare turisti (come fa il grosso delle città italiane). Attrattività significa certamente restare nel “top ten” europeo del turismo, ma anche capire che i flussi su Milano riguardano anche capitali, buone idee, studenti, professori, percezione dei media internazionali, una certa libertà di disintermediare con obblighi statali.
6.      Vorrei che Milano assumesse sulla città metropolitana l’idea che serve un colpo d’ala progettuale che metta in coda – come risultato del progetto – la ricerca delle risorse per finanziare un colossale piano di riorganizzazione culturale, identitaria, produttiva, innovativa, della mobilità e del lavoro. Alla fine, ma solo alla fine, anche amministrativa.
7.      Vorrei che sulla dimensione multietnica sindacati e imprenditori, scuola e università, si sedessero ad un tavolo permanente di Palazzo Marino per varare un progetto di accoglienza selettiva globale, che rovesci le logiche impaurite, riluttanti spesso ipocrite di mezza Europa. E che si mettesse nel conto anche una quota di solidarietà pura, gestendo qui con la Diocesi e le organizzazioni della Carità un piano straordinario.
8.      Vorrei che in Comune tornasse a funzionare (poca gente ma di qualità) un ufficio studi che faccia interpretazione (connesso a chi studia e ricerca di professione) e un ufficio formazione che migliori programmaticamente il rendimento dei funzionari (connesso a chi fa formazione di professione). Ritornare a un modello dell’Italia della ricostruzione, perché in termini di riforma della P.A. siamo alla “ricostruzione” necessaria.
9.      Vorrei che Milano riaprisse il dossier – aperto da Paolo Grassi e Carlo Tognoli nella seconda metà degli anni settanta – attorno al rapporto speciale che la Rai deve avere riguardo a Milano, non tanto per prodotti che raccontino Milano ai milanesi ma soprattutto per prodotti che (partendo da un’idea evolutiva della città) raccontino Milano al mondo.
10.   Vorrei, alla fine, che migliorando ancora un po’ ciò che è già di buona qualità, Milano desse una risposta paradigmatica al vecchio detto inglese secondo cui “una città si valuta soprattutto per come tratta le persone che sono alla sua mercè”.