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Elezioni amministrative e polemiche sul civismo (Linkiesta 2.6.2016)
4000 liste civiche, tra dedizione e imbroglio. Capire e discutere.
 
Stefano Rolando
 
Recentemente ho posto tre parole sotto il titolo “Civismo politico” dato a un libro (edito da Rubbettino) tra il diario e l’analisi di un fenomeno in sviluppo ma assai poco interpretato in Italia: percorsi, conquiste, limiti.
La fotografia del fenomeno civico che ieri è stata fatta dai media getta una interpretazione legittima e provocatoria che chiede qualche commento. Proprio ieri, infatti, i quotidiani e i telegiornali hanno avvicinato due notizie, quella delle 4000 liste civiche in corsa in tutta Italia; e quella dei 14 candidati “impresentabili” additati dalla Commissione parlamentare antimafia, tutti collocati in liste civiche , con la presidente Rosy Bindi che ha dichiarato “le civiche varco per le cosche”.Si sa che i media portano in evidenza un fenomeno quando esso entra nella sfera di qualche patologia. Se esso resta in una fisiologica tranquillità non viene considerato materia interessante per chi quotidianamente deve cestinare il 90% del notiziabile sulla base di ciò che “fa notizia”.
Ma, appunto, l’accostamento delle due notizie combina gli sguardi possibili su quella formula “percorsi, conquiste, limiti” di cui finora ho avuto modo di parlare solo nelle piccole occasioni di presentazione in giro per l’Italia del libro.
L’esplosione delle liste civiche – che per la loro natura territoriale viene provocata nel quadro delle elezioni amministrative – è fenomeno ora nazionale: 1394 al nord in 577 Comuni (2,41 di media per Comune), 742 al centro in 247 Comuni (3 di media per Comune), 1774 al sud in 477 Comuni (3,71 di media per Comune). Nel Mezzogiorno la media è di 3,7 liste civiche per ogni città, in Puglia 5,5. 247 liste risultano organicamente legate al centrodestra, 318 al centrosinistra. Il resto sta apparentemente fuori da schieramenti.
Certamente vi è dietro il dato, che si mantiene stabile nella sua drammaticità, del 3 o 4% (a seconda degli indicatori e delle fonti di ricerca) riguardante la reputazione dei partiti politici. Quelli che ormai, per dimensioni delle retribuzioni sostanziali agli eletti e a causa dell’odiosa maturazione di vitalizi pensionistici anziché di normale integrazione del lavoro nelle rappresentanze istituzionali nel “contributivo previdenziale”, insieme al professionismo a vita spesso senza avere un altro reale mestiere, sono diventati il bersaglio ineludibile di uno spostamento purtroppo verso la negatività dei giudizi di rendimento della politica. Travolgendo in questo giudizio anche ambiti di serietà, passione e dedizione che pur persistono nella politica professionale. Così che sono spesso quei partiti a creare più o meno fittizie liste civiche per dissimulare la loro proposta e cercare di ampliare in questo modo la superficie di consenso. Ma, come si vede dai dati, la gran maggioranza dei casi è costituita da fenomeni che neppure i partiti riescono più a controllare. E qui si sommano almeno quattro motivi che mobilitano cittadini a organizzarsi elettoralmente:
-          un desiderio di incanalare partecipazione responsabile attorno alla necessità di dare soluzioni a problemi locali irrisolti;
-          la volontà di assumere, legittimati dagli elettori, un ruolo nella democrazia rappresentativa senza passare dal vaglio e dalle regole organizzative e di “linea politica” dei partiti;
-          l’opportunità di riciclare esperienze politiche condotte nei partiti, ma rimaste ormai senza più il supporto di partiti estinti oppure senza più elettori nel format precedente;
-          lo spazio per gruppi di pressione e di interesse (in cui vanno compresi, in certe parti del territorio, anche gruppi tendenzialmente illegali o criminosi) di allestire una mistificata offerta di politica confondendo nei generici slogan di protesta di moda anche opportunità di rappresentanza diretta tesa a trovare ambiti di facile influenza e controllo delle decisioni.
Come si vede si tratta di uno spettro che va da ragioni di etica pubblica e di qualità civica a ragioni di degrado della politica e di collusione con interessi malavitosi.
Sarebbe ora importante che la sociologia politica aiutasse a dimensionare queste “ragioni” per poter dare apprezzamenti non casuali alla discussione.
Ma sarebbe ugualmente importante che la componente virtuosa del fenomeno non perdesse l’occasione per segnalarsi e per riaffermare ragioni, percorsi ideali e in alcuni casi realizzazioni che possono mantenere una traccia che anche in Italia ha riferimenti storici legati a idealità, costituzionalità, cultura delle democrazia partecipativa e sussidiaria.
E infine sarebbe importante che si cominciasse a fare un bilancio delle esperienze di collaborazione (anche se critica, competitiva, non uniforme) tra questi movimenti civici e partiti politici per assicurare una tendenza maggioritaria e quindi un’aspirazione concreta di governo ai territori. Valutando soprattutto se tale collaborazione abbia migliorato l’evoluzione dei partiti rispetto a vecchi vizi e, d’altro canto, abbia fornito ai movimenti civici argomenti per fare meno particolarismo tendendo verso visioni più generali.
Insomma l’accostamento (previsto) delle due notizie di ieri deve essere ora studiato e deve fare alzare di qualità il dibattito sul “far politica” in Italia e in Europa oggi.