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Punti di riferimento per un "cantiere delle ragioni" (Roma, 15.12.2016)
IL CANTIERE DELLE RAGIONI
Antico Oratorio dell’Arciconfraternita dei Bergamaschi 
via di Pietra n. 70, Roma 
Roma, 15 dicembre 2016
 
Ha preso il via l'esperienza de "Il cantiere delle ragioni", che prevede nel breve termine una decina di incontri nei territori italiani che segnalano fermenti civili interessanti, tesi a ricomporre un'offerta politica in cui conti la qualità e la competenza. Il Comitato promotore ha annunciato le prime battute di questo percorso, convocando una riunione che si è svolta giovedì 15 dicembre presso l'Antico Oratorio dei Bergamaschi a via di Pietra nel centro di Roma. A tenere la riflessione introduttiva è stato chiamato Stefano Rolando, professore all'Università IULM di Milano, per molti anni direttore generale alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, dal 2008 presidente della Fondazione "Francesco Saverio Nitti", membro del comitato di direzione della rivista di cultura politica "Mondoperaio", tra i punti di riferimento del civismo progressista milanese. Hanno introdotto la riunione Andrea Lorusso Caputi e Gualtiero Gualtieri. Sergio Miotto ha moderato il dibattito in cui sono intervenuti, tra gli altri, il giurista professor Gaetano Armao, il presidente della Fondazione “Luigi Einaudi” Giuseppe Benedetto, l'esponente di Critica liberale Giovanni Vetritto, Ruggero Maciati già manager di imprese di interesse nazionale, lo storico Aladino Lombardi, il generale Giovanni Cerbo.
Qui di seguito il testo integrale della prolusione e le indicazioni per l'immediato sviluppo de "Il cantiere delle ragioni"[1]. Il video integrale in Youtube : https://m.youtube.com/watch?v=bHScjrHYTgI
 
 
Buona sera e grazie a tutti coloro che hanno ritenuto di partecipare a questa libera riunione.
Grazie a chi è intervenuto a titolo individuale e a chi qui rappresenta fondazioni o soggetti che si richiamano a culture politiche che hanno considerato pertinenti e affini gli argomenti che abbiamo evocato.
Siamo stati mossi da impulsi di responsabilità civica rispetto alla evoluzione del nostro quadro politico.
Ma abbiamo avuto, collettivamente, anche pochissimo tempo di confronto e di analisi.
Ritenendo ora importante - subito importante – l’allargamento del perimetro del nostro confronto, facciamo un passo, oggi, coscienti di un pensiero e di un “prodotto culturale e civile” forse impreciso, certamente incompleto. Ha dunque tratti incompleti e forse imprecisi questo documento di rianimazione civile attorno ad un progetto di ascolto e di discussione che – con una citazione non casuale – indichiamo orientato ad “una politica trasgressiva rispetto alla società a-critica e conformista[2]. Un progetto che ha l’ardimento di contribuire – anche qui con un richiamo che ci riguarda e che ci ricorda una data fatale della storia dell’Italia moderna – alla “coscienza della diretta esperienza della libertà[3].
 
Questo draft è stato redatto per avviare i lavori – itineranti nel territorio italiano – de “Il cantiere delle ragioni”. Esso ha una costruzione elementare:
·         brevi premesse, per spiegare perché e come; aggiungendo doverose opinioni dopo il referendum;
·         dieci indirizzi su questioni che consideriamo importanti;
·         dieci temi, individuati per intitolare a ciascuno di essi un’occasione di verifica, che consideriamo prioritari.
Non si tratta – ovviamente -  dei “dieci comandamenti”. Si tratta di un quadro di riferimento preliminare che la discussione in crescita, immaginata sia nei luoghi che nella “piazza digitale” in allestimento, potrebbe benissimo modificare.
 
Una premessa
Per spiegare la parola cantiere, basta una piccola modifica alla definizione in uso nei dizionari.
Un'area di lavoro temporanea nella quale si svolge la costruzione di un'opera – dicono i dizionari - (di ingegneria) civile. Basta mettere in parentesi l’espressione “di ingegneria” (salvo concepirla in modo figurato) e ci siamo.
Per spiegare la parola ragioni (al plurale) è necessario un filo di laboriosità culturale in più.
Si può dirla con Blaise Pascal: “Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”. Ma si può anche dirla con il grosso della filosofia post-classica che derivando il termine, proveniente dal latino ratio - traduzione (Cicerone, Lucrezio) del greco lògos - ne mantiene il duplice significato di ragione e discorso, determinandosi in vario modo come la facoltà di conoscere attraverso la parola e il discorso piuttosto che mediante l’intuizione.
Partendo da ciò, nel pensiero medievale – a cominciare, per il tanto richiamo che vi ha fatto tra gli ultimi Umberto Eco, da san Tommaso – l’espressione identifica l’attività argomentante in qualche modo sottordinata alla conoscenza intuitiva propria dell’intelletto.
Fino a diventare la facoltà di pensare, mettendo in rapporto i concetti e le loro enunciazioni; e al tempo stesso diventare insieme la facoltà che guida a ben giudicare, a discernere cioè il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, il bene e il male, alla quale si attribuisce il governo ovvero il controllo dell’istinto, delle passioni, degli impulsi. Perché – come ammoniva Norberto Bobbio – luomo di ragione non dovrebbe essere infatuato”.
Da qui il nostro prioritario interesse per i toni del confronto civile e democratico, che per difendere anche durissimamente valori ineludibili non ha bisogno della continua rissa demagogica.
Inoltrandoci nella ricerca etimologica troveremmo infinitamente più cose – soprattutto nel trattamento della filosofia – ma questo approfondimento è necessariamente rinviato alle potenzialità del cantiere stesso.
Dunque ragioni, si è detto, al plurale perché procedendo la nostra iniziativa per una preliminare fase di ascolto e confronto altra strada essa non può prendere che dimostrarsi aperta al pluralismo interpretativo del nostro tempo. Con la sola naturale premessa che anche questa disponibilità è trattata in un contesto di urgenze (soprattutto etiche) e scadenze (soprattutto connesse alla risorsa limitata del tempo e alla risorsa a rischio della democrazia). Per cui le sintetiche riflessioni che seguono hanno lo scopo di aiutare a distinguere – circa l’accesso a quel cantiere - amici potenziali che condividono un quadro sommario ma ineludibile di pre-condizioni da chi, anche spiegando le cose con l’alfabeto muto, con gesti sommari, con frasi fatte, sa di non riconoscersi e di trovarsi altrove con i pensieri, con gli obiettivi personali e con i comportamenti. 
Abbiamo qualche resistenza a concepire la politica come distinzione perenne tra amici e nemici. Ma abbiamo superato l’infantilismo egocentrico di pensare che tutti possano essere “amici” per assecondare la nostra convenienza. O più biecamente per apprezzare una delle tante ipotesi di nuovo marketing politico.
 
Una seconda premessa
 
Il “comitato dei promotori” che sottoscrive questo documento esprime una certa sofferenza per come la storia politica dell’Italia repubblicana abbia accantonato a più riprese alcune offerte di politica che contenevano molte qualità utili al progresso civile del Paese. Ma anche pari sofferenza per come lo sviluppo prima di una politica iper-professionale, poi di una politica gravemente priva di competenza, abbia ridotto, snaturato, limitato, censurato la tensione partecipativa che poteva essere immaginata ai tempi dell’età costituente.
E quindi abbia impoverito la qualità stessa della “domanda” di politica.
Abbiamo il convincimento che il giudizio che ogni cittadino dovrebbe maturare sullo stato della democrazia in cui vive richiederebbe un minimo di educazione civile almeno su un punto: che tale giudizio non può essere addossato solo all’offerta (cioè ai politici) ma anche alla domanda (cioè ai cittadini stessi). Questa seconda premessa esprime il segnale che l’impegno di aprire il nostro cantiere di “esame delle cose” (farci, insieme, un responsabile giudizio sullo stato della nostra democrazia) non esclude ora altre possibili evoluzioni.
Una evoluzione è di natura culturale e riguarda – soprattutto pensando a elettori di tradizione liberal-democratica e formatisi nelle motivazioni del socialismo liberale (quello che Carlo Rosselli diceva “attuarsi da oggi nelle coscienze dei migliori senza bisogno di aspettare il sole dell’avvenire”)– l’interesse a riconnettere alle ragioni della discussione almeno una quota significativa di elettori tendenzialmente in astensione.
Una seconda evoluzione è di natura civica e riguarda l’attenzione e il rispetto che sentiamo di esprimere per i cittadini che, nella perdurante crisi reputazionale dei partiti politici (pur destinatari di un’alta missione costituzionale, espressa dall’art.29 della Carta), hanno ritenuto – almeno nei loro contesti locali – di difendere la possibilità di governare gli interessi generali mettendosi loro stessi in campo.
Il che non significa che vanno prese senza necessità di inventario le “liste civiche locali” che si sono moltiplicate. Ma che ad esse è interessante guardare offrendo un contributo di raccordo nella riflessione sugli andamenti nazionali ed europei.
Una terza evoluzione potrebbe anche far maturare dinamiche di “nuova offerta politica” in un quadro di rigenerazione che può investire contesti attraversati da altri sperimentatori, oppure percepite nel prossimo futuro con una maturazione di convincimenti autonomi che, nel caso, potranno essere resi pubblici.
Questa seconda premessa spiega che la politica si corregge anche lavorando sulla società e cioè sulla domanda di politica. E fa appello a una parte importante dell’elettorato valoriale progressista italiano – fatto da cittadini responsabili, informati e spesso disorientati – affinché non lasci intentata, in questa fase di verifica, una opportunità di uscire da una reiterata astensione
 
Dopo il referendum costituzionale
 
Non ci si può sottrarre da una riflessione di contesto che le vicende recenti ci consegnano con dati netti, tutto sommato in linea con i caratteri stressati delle tendenze elettorali di mezzo mondo, magari compensate dal ritrovato buon senso degli austriaci, ma comunque molto ispirate ad una reattività oppositiva di elettorati provati dalle crisi, con disagio soggettivo e oggettivo, con crescente rancore per la politica governativa.
·         Fattori reattivi si sono mescolati ad una oggettiva sensibilità per la materia (la Costituzione) avvertita come un bene pubblico primario, determinando comunque un esito partecipativo apprezzabile, erodendo l’area degli indecisi e degli astenuti che è progressivamente diminuita. 
·         Non si può dunque parlare di rancore “generico” per la politica, ma di prevalenza di sfiducia per la qualità (delle leggi, dei comportamenti, delle promesse) in una lettura in cui la forma di referendum su una persona (tecnica promossa per primo da Berlusconi che ne aveva tratto benefici) questa volta ha funzionato sull’elettorato del proponente con pochi flussi attrattivi.
·         Nella vicenda del nostro referendum costituzionale si sono visti elettorati molto assertivi e fortemente contrapposti ma anche tipologie elettorali che si sono assomigliate. Per esempio chi diceva di votare sì turandosi il naso e chi diceva di votare no turandosi il naso. I primi non hanno amato molto la qualità di quella riforma, ma ancor di meno l'improvviso potere politico attribuito al puzzle che non ha potuto togliersi di dosso l'etichetta di "accozzaglia". I secondi hanno faticato a dare un senso a questa pluralità di diversi soggetti, ma non hanno apprezzato lo stile comunicativo del capo del governo che non ha lasciato gestire al parlamento una riforma che ha progressivamente assunto toni divisivi.
·         Il risultato – insieme ad un dato di ulteriore preoccupante distanziamento tra nord e sud – azzera le colombe e dà ragione ai falchi dei due schieramenti. Il risultato è legislativamente un azzeramento. Il compito di ricostruire una cultura costituzionale è ora enorme.
·         Il dibattito è aperto ed è doverosa un’opinione. L’ex-presidente del Consiglio Renzi ha avuto passione e coraggio. Ma in questa partita sono state trasferite anche imprudenze, incompetenze, sottovalutazioni in un terreno diventato una palude rispetto alla specifica chiamata referendaria. Quelle imprudenze, quelle incompetenze, quelle sottovalutazioni debbono essere ora terreno di analisi - rapide e severe - per ricominciare il percorso di riorganizzazione della riforma e per non far vincere i professionisti delle paludi.
·         Qui si apre il giudizio sul “presente assoluto”, cioè sull’incarico del presidente Mattarella a Paolo Gentiloni che ha formato il governo in questi giorni. La “riorganizzazione della riforma” non è lo scopo di un governo che lotta contro i tempi. Non è da qui che bisogna cominciare l’analisi. Ma, caso mai, dalla correttezza democratica e costituzionale nell’impedire soluzioni che appartengono a culture a noi lontane, quella del “tanto peggio tanto meglio” e quella della confusione dei ruoli a garanzia delle responsabilità di governo distinta dai diritti di controllo.
·         Diciamo che siamo perplessi sul quadro generale e critici rispetto al voltagabbanismo corrente. Ma il profilo del nuovo premier ha alcuni caratteri interessanti rispetto agli argomenti e ai valori che stiamo per richiamare. Quindi non c’è pregiudizialità negativa. C’è la speranza che si mantenga la tensione a faresalvaguardando la reputazione dell’Italia(non è un problema di pura immagine, come si vede dal duro confronto tra protezionisti e mercatisti riguardo alla natura nazionale delle nostre maggiori imprese),  purché non offendendo la verità, riconoscendo anche la gravità dei dati economici e sociali del Paese, non mortificando il valore delle autonomie territoriali, non considerando i cittadini solo elettori, non usando demagogicamente l’Europa come parafulmine, non imbrogliando i giovani, non svendendo programmaticamente l’Italia a interessi stranieri.
 
Ancora una osservazione prima di esporre i punti essenziali del documento
 
Nelle brevi note che seguono si troveranno riferimenti al quadro politico che ha animato la costruzione della Repubblica e della Costituzione. Non c’è nostalgia fine a se stessa. Lo sguardo resta avanti. Ma ci sentiamo in obbligo di tirare le somme di esperienze riuscite e fallite che lette molti anni dopo, anni lunghi quasi come la vita di una persona, ci fanno meglio comprendere successi e fallimenti di una stagione generosa a cui è giusto richiamarsi pensando alla trasformazione sociale che ha generato politica non solo al contrario se si ha a cuore la sorte di un paese bello e per la verità drammatico come è l’Italia.
·         I partiti della sinistra marxista – in occidente in generale e in Italia in particolare – sia quello comunista, sia quello socialista, anche se più parzialmente, hanno ritenuto diciamo fino agli anni ’50 necessario creare un ceto politico professionale che pensasse il pensiero del popolo (l’espressione così varrebbe per il grosso dei nuovi partiti repubblicani e quindi anche per la DC, ma per la sinistra noi dobbiamo sostituire in quegli anni il prevalere della parola “classe operaia”) per promuovere con argomentazioni di lotta una dialettica sociale più equa. In ciò senza credere all’esistenza di una borghesia progressista.
·         Il Partito d’Azione – pur in coincidenza di molte argomentazioni “di sinistra” (ne è prova il pensiero che ispirava da tempo “Giustizia e libertà” e il suo prioritario convincimento antifascista) e di forte difesa dei lavoratori – non pensava alla necessità di formare un ceto politico professionale ma di affidarsi in particolare a intellettuali e professionisti, categorie proprie di una borghesia progressista (sia pure da cercare con il lanternino), reputando che il movimento di trasformazione sarebbe soprattutto dipeso dalla qualità e dalla responsabilità di un governo realmente riformatore.
·         A distanza di 70 anni, con marginalizzazione strutturale della classe operaia, con un‘articolazione più complessa del ceto medio (oggi sospinto in modo crescente verso l’inquietudine), con una continuata crisi reputazionale del ceto politico professionista, si capisce meglio chi era più avanti e chi aveva una vista più corta, mentre tutti mettevano comunque fervidamente le mani sulla costruzione delle nuove regole della democrazia italiana.
·         La fine del PdA nel 1947 lascia comunque eredità molto riconoscibili nelle storie successive dei socialisti, dei socialdemocratici, dei repubblicani, dei radicali, dei liberali e anche di alcuni ambiti cristiano-sociali. E che quindi hanno riverberato suggestioni per anni.
 
Ecco, dunque, la parte vera e propria del nostro piccolo e inesaustivo documento di riferimento, che abbiamo chiamato “Dieci orti da coltivare”
che si espongono limitandoci a poche parole, a qualche spunto.
Qualcuno potrà pensare che si tratti di uno stile insolito. In realtà abbiamo risorse, conoscenze e presenze che permetterebbero il trattamento di alcuni nodi di attualità con molto più tecnicismo, con i linguaggi giuridici, economici o sociologici con cui abitualmente regoliamo il “traffico delle carte”. Ma per questa occasione – quella diciamo così dei “segnali di base” – abbiamo ritenuto di immaginare, appunto, una “narrativa di base”, quella valoriale.
Senza la quale il traffico delle carte è routine. Con la quale il traffico delle carte è soltanto rinviato.
 
1.      Buonapolitica e malapolitica
La domanda largamente inevasa di buonapolitica e la domanda largamente corrisposta di malapolitica fanno comprendere che partire dal cambiamento sociale è più importante che immaginare la politica come un insieme di formule artificiali del partitismo professionistico per acchiappare voti. Ad esso e non al marketing della politica preme ora fare riferimento. Ne va, in fondo, di un bene supremo, la libertà. E alla libertà – sono parole di Emilio Lussu – “si rimane fedeli soprattutto nelle ore difficili”.
 
2.      L’archivio delle buone risposte
L’Europa e la stessa Italia hanno un archivio delle “buone risposte”. La storia moderna e contemporanea ha offerto molte occasioni di alta ispirazione. Occasioni che sono quasi sempre dipese dai momenti in cui quella storia ha toccato il fondo, quando il disagio si è reso più acuto. Quando la perdita di speranza ha ucciso la volontà individuale di misurarsi contro soprusi, arroganze, costrizioni, perdita di diritti. Quell’archivio deve tornare accessibile e il pensiero di non lasciare mai i cittadini di buona volontà nell’idea di perdere le speranze deve animare ogni nuova iniziativa. Ugo La Malfa, nel declino della sua vita, disse:”Non c’è quell’Italia che avevamo in mente”. Era vero, ma era ancora accessibile quell’archivio dei buoni modelli che poteva tenere aperti i confronti.
 
3.      Le nostre storie
La globalizzazione comunicativa invade molto il campo. Perché i poteri hanno cavalcato velocemente la pur affascinante caduta delle barriere (internet e affari) ma parimenti essa ha aperto una scissione ancora squilibrata tra la globalità consumabile (avere) e la globalità dei valori e della conoscenza (essere). Così da obbligarci a riprendere il gusto e l’interesse per le “nostre storie”, non per rivendicare nazionalismi per essere forti e consapevoli nel confrontarci con il grande oceano delle diversità. Il sogno dell’Europa federale, l’idea cioè di risolvere lo stress egocentrico dei nazionalismi ma in una crescita di integrazioni identitarie compatibili, resta una “nostra storia” anche nella fase evidente di criticità e di innalzamento di muri materiali e virtuali contro gli altri, contro l’altro, nell’idea scientificamente poverissima che la paura (malattia tra le più immateriali esistenti) si disperda se trova la protezione di un filo spinato. Altiero Spinelli scriveva che questo sogno andava perseguito anche “per una più lontana, non ancora nata generazione che riscoprirà il lavoro incompiuto e lo farà proprio”. Nel momento in cui sul mondo sta per entrare in scena l’imprevedibile caravanserraglio di Trump noi abbiamo il dovere di misurare problemi, visioni, anche convenienze, alla luce delle nostre “storie migliori” non sperando di essere schivati dal ciclone perché sappiamo fare la pizza o guidare le gondole con un solo remo.
 
4.      Meno ideologie, d’accordo, ma non c’è politica senza teoria
La sconfitta della visione laica e di modernizzazione che ha partecipato con protagonismo ad ispirare la Costituzione della Repubblica ma che poi non ha resistito alle pressioni deformanti prima della “guerra fredda” e poi della liquidificazione delle culture politiche, ha fatto molte vittime. Sia nella qualità delle istituzioni che nella qualità sociale. Se avessero avuto più radicamento quelle culture e più terreno di sperimentazione – anche negli anni che ora gli storici chiamano “gloriosi” (’50-’80) – la stagione che poi (ultimi 25 anni) ha azzerato, con varie e comprensibili motivazioni, il primato delle ideologie non avrebbe visto pressoché azzerato anche il valore delle teorie nel guidare le politiche, nell’assumere decisioni, nel riorganizzare la partecipazione democratica. E soprattutto per consolidare la qualità del governo degli interessi generali. Ricordandoci del moderno monito di Piero Calamandrei: “Le dittature sorgono non dai governi che governano e che durano, ma dall'impossibilità di governare dei governi democratici”.
 
5.      La morte di ogni riformismo
Il galleggiamento senza sguardi lunghi è la morte di ogni riformismo. Quello delle “strutture”, come diceva Riccardo Lombardi; ma anche quello dei “processi” come spiega da anni Giuseppe De Rita. Per “cambiare” ci vogliono tempi di discussione, di sperimentazione, di metabolizzazione. Ci vuole cultura della previsione.
Il risultato – pur contrastato, con varie modalità, da più di una figura, da alcuni pensieri, da certe occasioni non banali – è stato inquinato dal qualunquismo (che era un’offerta sempre presente nella storia politica italiana) e dal crescente populismo (che si è consolidato nelle varie forme del fascismo internazionale quasi sempre partendo dal modello novecentesco italiano). Pur con i contrasti in atto, l’esito è la inquietante perdita di reputazione della politica. Mentre il sistema istituzionale e amministrativo è riuscito ad espellere la passione riformatrice (e auto-riformatrice) che la drammatica opportunità dell’immediato dopoguerra aveva aperto e istillato.
 
6.      Risolvere è meglio che sembrare
I partiti politici hanno adottato golosamente – senza capire che bevevano insieme champagne e veleno - la formula del leaderismo, in una trasformazione infantile (e quindi anche rissosa) della narrativa politica che ha fatto perdere anche il bisogno di paternità autorevole che, nella vita pubblica, la politica non dovrebbe mai perdere. Pur facendola convivere con un forte diritto di parola e di co-decisione ai giovani e alla parità di generi. Il letale lenzuolo steso dai mass-media della priorità della visibilità rispetto ai contenuti delle soluzioni ha finito per avvolgere tutto e tutti. E ha fatto prevalere l’età (ottimistica) dell’annuncio rispetto alla prevalenza (critica) delle ragioni. La seconda richiedeva e richiede soprattutto classe dirigente. La prima si accontenta di festosi organizzatori. La proposta di riportare in agenda la parola “velocità” non ci lasciato indifferenti, ma ha posto e riproposto il tema dei “tempi” necessari per radicare i contenuti del cambiamento.
 
7.      Riconoscimento di un civismo progressista nel territorio
Insieme a vecchia politica contrabbandata, insieme a eccessi di localismi che non alzano per principio lo sguardo al mondo, non poche parti del territorio – in Italia e in Europa – hanno visto progredire un civismo progressista ispirato all’idea di agire localmente ma di pensare con l’innovazione presente nel mondo. Ciò ha offerto una soluzione interessante alla crescita culturale e di esperienza della cittadinanza attiva con le competenze individuali e collettive per costituirsi in ceto politico responsabile. Anche il ‘900 italiano ha offerto storie e modelli densi di significato rispetto a queste esperienze (da Aldo Capitini a don Lorenzo Milani, da Danilo Dolci a Adriano Olivetti). Grazie a queste esperienze – con nuove generazioni di stimolatori, di pensatori, di attivisti civici - è stata contenuta la corruzione. E si sono spesso trovate soluzioni corrispondenti agli interessi della collettività non al peso delle lobbies. Sono esperienze che hanno un rapporto diretto con tantissimi “cantieri” educativi nella scuola e nei processi formativi che hanno fatto accumulare un bagaglio di metodo e un rafforzamento etico di base (che in alcuni territori contaminati o controllati dalle mafie assume valore speciale).
 
8.      I veri servitori dello Stato
La connessione sociale, culturale, esperienziale di queste parti della comunità nazionale è possibile e doverosa, sapendo che essa non sopporta la strumentalizzazione. Ed essa deve comprendere almeno un’altra categoria, sottraendola alla misconoscenza e alla silenziosità.
Si deve cioè avere il coraggio di una attenta ricognizione con il rapporto che queste storie hanno con ambiti della pubblica amministrazione in cui la dedizione di veri “servitori dello Stato” si esprime ancora contro l’evidenza di altri ambiti di opportunismo e contro l’immagine che va combattuta di molti privilegi e pochi servizi. Quei “funzionari” che – come diceva Carlo Azeglio Ciampi – hanno a cuore “la libertà dei cittadini al pari dell’unità della Patria”.
 
9.      Le interdipendenze per tornare a crescere
L’economia, il lavoro, l’occupazione sono un mantra della comunicazione politica. Ma dichiarare il problema non è sempre la premessa ad agire per invertire tendenze su cui agiscono cause globali unite ad insipienza della nostra classe dirigente. Non è questa la sede dunque per fare uno strapuntino di questo stesso mantra. Quello che appare evidente nella vicenda italiana è che la crisi non è né tutta né solo imputabile – come è abitudine generalizzata fare – alla classe politica. C’è stata una involuzione progettuale e di coraggio nella cultura degli investimenti da parte dell’imprenditoria italiana; e c’è stata una evanescenza della cultura co-decisionale altrove esercitata dai sindacati e dai noi rimasti ad oscillare tra il “no” e la pur comprensibile difesa dei pensionati. Pare evidente che le tre “risposte” di sistema - difesa dell’economia industriale e della manifattura; coraggio nell’innovazione e nella ricerca attorno alle grandi trasformazioni tecnologiche e in mezzo lo sviluppo (sensatissimo per l’Italia) delle industrie culturali e creative – creano tutte le sinergie necessarie, territorio per territorio, tra sistema dell’impresa, della formazione e delle responsabilità istituzionali (fisco, semplificazione, regole, eccetera). In un rispetto per la nostra qualità sociale e per il nostro ambiente entrambi messi a prova da corruzioni, abusivismi, incurie e scorrerie che non hanno pari in Europa. Questa è una visione che si legge talvolta sui manuali ma che si perde spesso per strada nei corporativismi, negli attendismi e negli assistenzialismi del nostro paese. Questo “orto” (questa parola connessa alle storie è stata pensata da Marco Pannella[4]) è in verità un grande “parco” delle opportunità che chiede nuova alimentazione di sapere e di saper fare.
 
10.   Diritti e doveri
La lezione storica a cui sentiamo – se è concesso dirlo - mazzinianamente di aderire è quella di un’etica pubblica capace di essere convincente con tutti e soprattutto con i giovani (a cui, se spiegata, essa può apparire non solo giusta ma anche salvifica) quando si tratta di parificare nella politica e nella comunicazione pubblica la sollecitazione ai diritti e ai doveri, come fa infatti la nostra Costituzione. Compenetrare culturalmente, civilmente, comportamentalmente l’aspirazione ai riconoscimenti sanciti ormai diffusamente e la conoscenza e il rispetto per obblighi che se assolti migliorano le condizioni generali della società (uno per tutti portando a conoscenza generalizzata l’evasione fiscale senza la quale il debito pubblico del paese sarebbe un piccolo peso sostenuto per mantenere condizioni di welfare costantemente più caro, mentre così è diventata una macchina auto-divoratrice) è un obiettivo che comporta il coraggio di una impopolare servizio alla verità da cui oggi sfugge suicidariamente il grosso dell’offerta politica del paese.
Qui finisce il primo, piccolo ma al tempo stesso grande, pannello di riferimento.
Chi pensa che si tratti di “belle parole”, di sermoni laici d’altri tempi, di rifugi ideali divenuti merce invendibile, non tiene in considerazione che tutto il contenuto rivoluzionario della storia dell’arte e della creatività si è sempre fondato su idee semplici non barattabili. Chi pensa che ci sia “ben altro” a cui pensare, con i tempi che corrono, avrà forse anche qualche ragione. Si accomodi, lo dica, ci convinca, ci aiuti ad ampliare l’elenco.
La conclusione, intanto, si limita a due postille operative
 
L’agenda del 2017
Al centro di un percorso di approfondimento di questi spunti ci dovranno essere assemblee macro-tematiche in tanti luoghi, corrispondenti a storie significative nelle direzioni indicate. Vorremmo immaginare anche seminari di formazione per generare con i giovani una scuola di politica non calata dall’alto, ma limitata a contenitori di metodo in cui si cercano insieme le competenze adeguate per accompagnare esperienze in forma tendenzialmente diversa da quella dei sistemi formativi istituzionali. Vorremmo poi aprire la ricognizione delle buone pratiche – soprattutto negli ambiti sociali indicati (dunque nelle amministrazioni, nelle imprese, nelle scuole, nei servizi, nelle professioni, nella creatività e nella cultura) – per dare “omogeneità e dimensione” alle tendenze del civismo progressista diversamente in atto. Abbiamo considerato il 2017 – almeno nella sua parte prevalente – come agenda di questo quadro di indicazioni operative. Sapendo che il calendario delle scadenze formali segna tappe che obbligano anche a maturare risposte. Ma avvertendo la necessità di far compiere un percorso di consapevolezza necessaria in coloro che, in prima istanza, vorranno considerarsi “fondatori e pionieri” di questa esperienza.
 
Dieci temi per i nostri “cantieri”
Ipotesi di lavoro da verificare
 
1.      Riformare lo Stato
-          Prima parte – Le regole generali (Roma)
-          Seconda parte – La cultura dei corpi qualificanti (sicurezza, giustizia, salute, educazione) (Bari)
2.      I caratteri della buona politica (Trento)
3.      La classe dirigente (Milano)
4.      La qualità del dibattito pubblicoDemocrazia e media (Perugia)
5.      Locale e globale. Un’idea di patria, tra Italia ed Europa (ricordando che il 25 marzo 2017 ricorrono i 60 anni dei Trattati di Roma) – Avremmo scelto qui l’isola di Ventotene, che è stata tuttavia di recente luogo di memoria di una iniziativa di governo. Molti sono i luoghi di confino o di detenzione dove vi era chi, nella sofferenza, pensava intensamente al futuro, così come vi furono luoghi alternativi che aiutarono alcuni a fare scelte decisive per l’avvenire dell’Italia (dalla Biblioteca Vaticana per De Gasperi, all’esilio in Francia per Turati, Nitti, Nenni, Saragat, Pertini, Treves, Tarchiani, Cianca, Sturzo, i Rosselli e tanti altri).
6.      Meriti e soprattutto responsabilità di imprenditori e sindacati (Catania)
7.      Scienza, tecnologia, innovazione (Genova)
8.      Economia della creatività (Torino)
9.      Cambiamenti famigliari, sociali, identitari nella prioritaria analisi del ruolo delle donne (Padova)
10.   Diritti e doveri, l’etica pubblica e la percezione dei giovani (Napoli)


[1] Testo esposto da Stefano Rolando, professore all’Università IULM di Milano, presidente della Fondazione “Francesco Saverio Nitti”, già direttore generale alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.
[2] Dall’atto costitutivo del Partito d’Azione, 1942.
[3] Piero Gobetti, 1922.
[4] Marco Pannella con Stefano Rolando, Le nostre storie sono i nostri orti (ma anche i nostri ghetti), Bompiani, 2009.