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Esce la nuova serie di Mondoperaio. Viste le bozze. Brevi riflessioni
Facebook, sabato 7 marzo 2009 h. 16.00
Esce la nuova serie di Mondoperaio. Viste le bozze. Brevi riflessioni
 
Giovedì 12 marzo esce dalla tipografia il primo numero della nuova serie di Mondoperaio, diretto da Luigi Covatta. Ho visto ieri l’ultimo impaginato, membro di un comitato di direzione in cui molti lo furono nella formazione storica della seconda metà degli anni settanta (e altri anche successivamente), io tra i più giovani in quel tempo, ricavando da questo sguardo d’insieme del “prodotto” alcune impressioni che vorrei comunicare, attraverso FB, ai miei amici.
  1. Se un gruppo di intellettuali e di operatori istituzionali torna su percorsi trentennali, spogliato di “poteri” (firme di ex-ministri, ex-parlamentari, ex-direttori generali), ma non spogliato di “saperi”, nel senso che il presidio a luoghi di elaborazione e di progetto è rimasto volontà e possibilità dei più, ci deve essere qualcosa di forte nel patrimonio di idee che li riguarda. La rivista ripropone profili storico-identitari, ma li usa soprattutto per parlare di oggi, per posizionare testa e opinioni criticamente rispetto alle crisi in atto e rispetto ai due blocchi politici che si fronteggiano, per dare senso alla cultura critica dell’attualità.
  2. Questa di stare senza “poteri” è una condizione di libertà che non significa rinuncia alla politica. E’ una condizione “sdrogata”. Utile a una certa età, che restituisce la piccola felicità (quella grande resta di fare i cambiamenti) del parlare senza ipocrisia e, anzi, del poter parlare “tout court”. Nella speranza che se ne faccia un buon uso.
  3. Che ci si possa sentire in buona compagnia sotto il profilo di sapere che non sono parte di questo novero di “ritrovati” né coloro che si vergognano di quel che pensavano e dicevano venti o trenta anni fa, né coloro che da lì in poi le hanno pensate e dette di ogni colore, girandola a seconda delle occasioni, alimenta questo senso allegro.
  4. Che all’esterno persone per bene – che non fanno parte di questo gruppo che anzi sono radicate in contesti politicamente più precisati a sinistra e a destra – facciano cenni di rispetto per questo sforzo (come raccolgo da qualche giorno), è un segnale di “utilità” che questa zattera rappresenta. La fermezza delle posizioni non significherà dunque settarismo.
  5. Varando questo progetto, Riccardo Nencini, che l’ha promosso senza entrare nel comitato di direzione e saggiamente senza sovrapporre questioni di partito a linea editoriale, ha avuto un serio incidente che lo tiene in questi giorni fuori combattimento per ragioni di salute. E contemporaneamente Luigi Covatta ha aperto la riunione di redazione sul “framework” del fascicolo dichiarando che ha preso più “sputi in faccia” che applausi per avere accettato la sfida. A tutti e due vanno i miei pensieri fraterni e solidali.
Con l’ironia un po’ distaccata di Gigi – che aiuta a non caricare di presunzione l’iniziativa – temperata dalla cultura dell’orgoglio (di cui Riccardo Nencini e Roberto Biscardini debbono essere espressione) si vara un percorso di racconto del nostro tempo che questa testata vuole avviare. Sapendo che essa ha avuto la responsabilità di accompagnare la chiusura degli anni settanta – che sembrava caricata solo di crisi, depressioni, violenze, recessioni – disegnando una società migliore e una politica più adeguata.
Sul decennio successivo tuttora ci si divide: chi lo vive come la continuazione di un declino, chi come un robusto cambiamento. Io penso che il potere delle buone idee di per sé generi cambiamenti e propendo per valorizzare gli anni ottanta, mutuando il ragionamento su il contesto prossimo venturo. Ma questa potrà essere anche materia di discussione ulteriore.
 
Stefano Rolando
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