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Una lettera di Valentino Baldacci
Su un capitolo di “Quarantotto” dedicato alla Fondazione Piero della Francesca
 
Firenze, 21 marzo 2009
Ho conosciuto Stefano Rolando nel luglio 1981. Ero stato nominato segretario generale del Comitato organizzatore delle iniziative per ricordare il primo centenario della pubblicazione delle “Avventure di Pinocchio”.

Detti a queste iniziative un taglio diverso da quello abitualmente seguito dalla Fondazione Collodi: un taglio non letterario, ma tutto centrato sull’immagine, muovendomi in due direzioni: una grande mostra degli illustratori di Pinocchio – che ebbe un grandissimo successo, facendo il giro del mondo, a cominciare dal Centre Pompidou – e due grandi “feste” teatrali, ad apertura e a chiusura delle iniziative. La seconda, nell’estate 1983, vide, all’interno del fascinoso Giardino dell’Orticoltura a Firenze, succedersi i più prestigiosi gruppi di teatro di strada (ma non solo) del tempo. Vennero per la prima volta a Firenze Els Comediants, venne il prestigioso Footsburn Theatre, vennero tanti altri gruppi, in qualche caso anche minuscoli, contenuti in una cassetta da portare appesa al collo. Fu un grandissimo successo.
La prima iniziativa, appunto nel luglio 1981, ad apertura delle iniziative, fu uno spettacolo allestito nella grande piazza ovale di Pescia, con la regia di Tonino Conte e le meravigliose scenografie di Lele Luzzati: anche in questo primo caso l’atmosfera di festa fu ottenuta con il succedersi di tanti gruppi, molti dei quali poi divenuti famosi.Fu in questo occasione che incontrai per la prima volta Stefano. Era un giovane e brillante assistente del Presidente della RAI, Sergio Zavoli. Non so perché fosse venuto a Pescia: penso per la sua capacità, di cui in seguito ho avuto molte conferme, di cogliere immediatamente ciò che è importante e innovativo. Seguiva lo spettacolo divertendosi, ma anche con lo sguardo del professionista: ricordo che intervenne con molta decisione su alcuni operatori RAI che, secondo lui, non riprendevano in maniera adeguata lo spettacolo che si stava svolgendo sotto i nostri occhi.Stefano fu uno dei pochi che si rese conto che, dietro l’apparente leggerezza del tema, si stava realizzando un’importante e originale operazione culturale. Negli anni successivi Stefano fece una rapida e brillante carriera, prima con la nomina a direttore generale dell’Istituto Luce e poi con quella a direttore generale per l’informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio. Fu a questo punto che le nostre strade si incrociarono di nuovo. All’inizio dell’anno ero stato nominato segretario generale del Comitato nazionale costituito per organizzare le celebrazioni in occasione del quinto centenario della morte di Piero della Francesca. Non starò a ricordare in dettaglio quelle iniziative; basti dire che anche in questo caso, così diverso dal precedente, cercai di dare al programma un taglio ben diverso da quello che sembrava ovvio: cioè la “grande” mostra delle opere di Piero della Francesca, che si sarebbe risolta soltanto in un’operazione commerciale. Puntai tutto invece sulla dimensione territoriale della presenza di Piero della Francesca nell’Italia centrale, con una sorta di anteprima costituita da una mostra che mettesse in evidenza la grande influenza che Piero aveva avuto sulla pittura italiana del ‘900, da De Chirico a Carrà, da Casorati a Morandi a tanti altri. Fu il tema della prima mostra nel 1991 a Sansepolcro. Tutte le altre mostre, a Urbino, a Perugia, a Rimini, a Firenze, ad Arezzo, di nuovo a Sansepolcro, furono tutte centrate su temi che collocavano Piero della Francesca nell’ambiente nel quale aveva lavorato: le corti rinascimentali, le botteghe fiorentine della sua formazione, il mondo dell’arte nell’area tosco-umbro-marchigiana, prima e dopo di lui. Si tenga presente che, allora, agli inizi degli anni ’90, in libreria su Piero della Francesca si trovava soltanto una monografia, quella, che risaliva al 1927, di Roberto Longhi, più volte ristampata. Piero della Francesca era, a differenza di tutti i grandi artisti del Rinascimento, un personaggio poco conosciuto dal grande pubblico, e con poche eccezioni non molto amato nemmeno dai critici: solo i pittori, i grandi pittori del ’900, avevano saputo apprezzarlo. Le mostre che ho ricordato, affidate alla cura dei migliori storici dell’arte e ai più attenti soprintendenti del tempo - da Paola Barocchi a Luciano Berti, da Paolo dal Poggetto a Luciano Bellosi, da Vittoria Garibaldi ad Antonio Paolucci - organizzate fra il 1992 e il 1993, furono vere “mostre di ricerca”, come ho sempre voluto chiamarle, perché dettero il via a una grande ripresa di studi sull’opera di Piero della Francesca. Ma, come tutte le operazioni culturali condotte con rigore e serietà, costituirono anche un grande successo sul piano del turismo culturale: il successo di pubblico fu enorme, e soprattutto fu duraturo, andando al di là del momento espositivo. Dopo la grande fiammata del periodo delle mostre, la media annua della presenza di visitatori nelle aree coinvolte, e soprattutto nell’area della Valtiberina (Sansepolcro, Monterchi, Anghiari), crebbe del 400% e da allora non è più calata. Questo straordinario risultato fu dovuto non solo alle mostre che ho ricordato ma anche a un’altra iniziativa allora del tutto innovativa, la costruzione di ”itinerari pierfrancescani” in Toscana, in Umbria, nelle Marche.
Ho detto sopra che le nostra strade, di Stefano e mia, in questa occasione tornarono ad incrociarsi, perché lui, nella sua veste di Direttore generale per l’informazione e l’editoria, colse immediatamente la portata innovativa del taglio di queste iniziative, e, utilizzando tutti gli strumenti che aveva a disposizione, da “Vita Italiana” alla rete degli istituti italiani all’estero, seppe dare a quanto avveniva nell’Italia centrale un risalto internazionale, e ad attirare l’attenzione di un pubblico, di critica e di turisti, che altrimenti non ci sarebbe stata.
Ma l’incrocio delle nostre strade in quella occasione andò assai oltre: oltre alle iniziative che ho ricordato – e a vari convegni, ai restauri ecc. – avevo pensato - riprendendo una vecchia idea di Eugenio Battisti – di istituire nella Casa di Piero della Francesca a Sansepolcro - uno splendido palazzo rinascimentale che la Soprintendenza stava finendo di restaurare - un centro studi, in modo che l’occasione del centenario pierfrancescano lasciasse una traccia permanente. Nacque così, nel 1990, la Fondazione Piero della Francesca - che aveva come suoi soci la Regione Toscana, la Provincia e il Comune di Arezzo, i Comuni di Sansepolcro e di Monterchi e la Banca Popolare dell’Etruria – di cui fui il primo direttore. Non sto a ricordare l’attività della Fondazione nel quinquennio della mia direzione, dal 1991 al 1995, oltre all’attività di sostegno al Comitato nazionale; voglio solo citare un’iniziativa che ebbe un’eco internazionale, la mostra e il convegno, tenuti nella casa di Piero della Francesca, su Luca Pacioli.
Stefano Rolando seguiva con grande attenzione la nostra attività, che si era ormai attestata su alti livelli scientifici. E fu a lui che pensai per affrontare una delle principali contraddizioni della nostra Fondazione, che consisteva nel contrasto fra il livello del Comitato Scientifico, che era presieduto da Antonio Paolucci, e il localismo del Consiglio di Amministrazione, nel quale erano rappresentati gli enti che ho sopra ricordato. Non solo, ma, nello stendere lo statuto della Fondazione, avevo avuto la cattiva idea di affidare la presidenza, di diritto, al Sindaco di Sansepolcro, nell’illusione, così facendo, di sottrarre la Fondazione stessa al gioco delle beghe politiche locali. Mi accorsi preso dell’errore, e cercai di rimediare cercando di convincere il Sindaco in carica dell’opportunità di delegare la carica di Presidente a una figura di alto profilo istituzionale. Alla fine riuscii a convincere il Sindaco del tempo: chi meglio di Stefano Rolando, per la sue competenze nel campo della comunicazione e per l’alta carica istituzionale che rivestiva, avrebbe potuto svolgere quel ruolo? I locali, soprattutto gli aretini, accettarono a bocca stretta, perché in quel momento non potevano fare altro, in attesa di prendersi la rivincita. Stefano Rolando divenne così presidente della Fondazione mentre io ne rimanevo direttore, costituendo così un tandem estremamente affiatato. 
Sembrava la strada giusta ma, nella mia (e forse, perfino, in quella di Stefano) ingenuità, impegnati a fondo nel nostro lavoro, non ci rendevamo conto che il quadro politico si stava radicalmente modificando. Siamo nel 1994/1995, e fino allora avevo guardato agli eventi di quegli anni come qualcosa che niente avesse a che vedere con la Fondazione. Da moltissimi anni non ero iscritto ad alcun partito, pur riconoscendomi, latamente, in un’area culturale laico-socialista. Con il sindaco socialista di Sansepolcro, a capo di una giunta di centro-sinistra, i rapporti non erano dei migliori, ed era impossibile ricondurmi all’area craxiana, con la quale, caso mai, avevo avuto in passato contrasti. Ma io non mi rendevo conto (e forse neanche Stefano, ben più esperto di me in questioni politiche) dell’aria malsana che si stava creando nel paese. Alla fine del 1995 scadeva il quinquennio del mio mandato di direttore. Il Comitato scientifico, su proposta del suo presidente Antonio Paolucci, espresse, come previsto dallo statuto, parere favorevole alla mia riconferma. Ma i politici aretini avevano altre idee: con le elezioni del 1995 erano cambiati gli assessori alla cultura, e i nuovi assessori della Provincia e del Comune non solo non avevano vissuto in prima persona gli anni entusiasmanti dal 1990 al 1995, ma sembravano impersonare il peggio che allora stava emergendo nella politica italiana: l’assessore provinciale era di Rifondazione Comunista, e sembrava investito del compito di liberare l’aria da ogni miasma che potesse essere riferito alla cultura laico-socialista; quello comunale (del PDS) non era da meno, e girava per Arezzo indossando permanentemente un giaccone di cuoio nero che, evidentemente, gli ricordava i fasti delle Ghepeù. Ma il vero problema, si capì quasi subito, era un altro: i successi delle manifestazioni pierfrancescane e conseguentemente della Fondazione avevano fatto credere, agli occhi miopi dei politici locali, che la Fondazione stessa fosse un luogo di potere, da trattare come i partiti sono usi trattare i luoghi di potere, come le USL, nominando i loro uomini. E infatti, si venne a sapere, poiché c’era un Presidente di USL il cui mandato veniva a scadenza: quale migliore soluzione che nominarlo direttore della Fondazione Piero della Francesca? Devo dire che mi ci volle molti tempo per capire la logica di questa manovra – il cui regista era il locale deputato del PDS – che era del tutto estranea alla mia mentalità: nella mia dabbenaggine pensavo che aver lavorato bene e aver ottenuto grandi successi fosse titolo sufficiente per continuare su quella strada. Per la verità lo pensavano anche i rappresentanti della Regione Toscana, la vicepresidente e assessore alla cultura Mariolina Marcucci e il nuovo sindaco di Sansepolcro, che era sì del PDS ma che mi conosceva bene e sapeva che la soluzione voluta dagli aretini sarebbe risultata disastrosa per la sua città. Morale della favola: la paralisi. La Regione e il Comune di Sansepolcro non accettarono la nomina dell’ex presidente dell’USL, ma d’altra parte gli aretini non volevano perdere la faccia e così non fu, per più di un anno, nominato alcun direttore e la Fondazione, conseguentemente, cessò ogni sua attività. Quando, un anno dopo, fu trovata una soluzione di compromesso, la Fondazione di fatto non esisteva più e infatti da allora è diventata un piccolo centro di attività culturali locali.Nell’ultima fase della vicenda ebbe un ruolo rilevante anche Stefano Rolando: egli infatti, nominato da un anno presidente della Fondazione, mentre era impegnato con me nel lavoro di costruzione di un programma di attività sempre più valido, fu coinvolto, appunto come presidente, nel “processo” di stile staliniano che i due assessori aretini cercarono di intentarmi per poter giustificare il loro rifiuto ad accettare la mia riconferma: figurarsi che cercarono di sostenere che erano stati iscritti a bilancio illegittimamente proprio quei contributi che, per statuto, i soci membri erano tenuti a versare! Il buon senso, oltre che l’onestà, degli altri componenti il consiglio di amministrazione fece cadere la manovra (e devo dire che mi andò bene, dati i tempi) ma la “ragion politica” ebbe comunque il sopravvento portando, come ho ricordato, alla paralisi e poi di fatto alla scomparsa della Fondazione.In questo triste quadro, emblematico di quegli anni, dove, d’altra parte, è successo ben di peggio, Stefano Rolando, ovviamente, non poteva avere un trattamento migliore. Divenuto Presidente della Fondazione per delega del precedente Sindaco di Sansepolcro di centro-sinistra, confermato dal nuovo Sindaco a capo di una giunta di sinistra, di fronte al quadro che ho descritto, il 15 marzo 1996 scrisse ad Antonio Paolucci, divenuto ministro dei beni culturali, la lettera riportata pg. 437-440 di Quarantotto (che, lo voglio sottolineare come prova di uno stile che molti non possono comprendere) che non mi fece conoscere, pur contenendo tutta una parte a mia “difesa” (l’ho conosciuta soltanto con la pubblicazione di Quarantotto).
Che altro aggiungere? Ci sarebbe soltanto da parlare del ruolo obliquo della Banca (ne accenna Stefano nella sua lettera), ci sarebbe (e non sarebbe fatica sprecata) di certi oscuri traffici massonici fra Arezzo e Sansepolcro (siamo in partibus …fidelium!) ma tant’è. A livello personale, il tempo ha fatto giustizia. Per quanto mi riguarda, la Regione Toscana (giunta da sempre di sinistra, ma per fortuna con l’assessorato alla cultura retto, qualche volta, da persone intelligenti) mi affidò immediatamente il coordinamento tecnico-scientifico del più importante progetto di valorizzazione del proprio patrimonio culturale che la regione stessa abbia mai realizzato; e da allora le soddisfazioni professionali, anche a livello universitario, non mi sono mancate. Stefano Rolando è uno dei maggiori studiosi, a livello internazionale, di scienza della comunicazione. E i poveri aretini? Chi se li ricorda più? Resta soltanto un rammarico, che credo di condividere con Stefano, il rammarico per il destino della Fondazione Piero della Francesca, che poteva essere, come lo era stato per cinque anni, un punto di riferimento di respiro internazionale e che per la miseria di alcuni politici locali si è ridotta a piccola istituzione locale. Non a caso Stefano ha parlato di questa vicenda in un capitolo del suo libro dedicato all’identità italiana. Un’identità debole, insidiata dai localismi ma ancora più dalla miseria e dalla faziosità dei politici.