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Nina Vinchi Grassi
Milano, 16 giugno 2009
 
Eccoci, sotto le austere volte di San Simpliciano, a poca distanza dal Piccolo, nel raccoglimento di tutti all’Ave Verum di Mozart eseguito dalla “Verdi” di Milano. Il gonfalone della Città, con le sue medaglie e il presidio di due giovani vigilesse, ci racconta quanta storia scorra tra le istituzioni e le persone, tra i simboli e chi li vive. Raccomandiamo alla grazia del Signore coloro che sono impegnati nell’arte e nello spettacolo” si dice al microfono, nelle invocazioni.
Sono venuto ai funerali di Nina Vinchi con la memoria alla fine degli anni settanta, soprattutto a Roma nei giorni del suo matrimonio con Paolo Grassi; e nel ricordo di alcuni viaggi fatti insieme, con le nostalgie già al tempo condivise per un teatro che non sarebbe stato più possibile fare. Lei diceva, ad esempio, Il Galileo.
Ma sono venuto anche per rivedere, in una fotografia non dico delle ultime ma certo delle poche che ancora si faranno, una Milano sobria, colta, severa, civile, dedita alla speranza e all’interesse collettivo. Teste bianche, Valentina Cortese costretta alla carrozzella, Ferruccio Soleri invece agile, passi per alcuni un po’ rallentati per l’età, bonomia, sguardi saldi. Un italiano misurato, parlato con quella venatura elegante di quella parte della città che pare sempre più discreta, quasi nascosta.
Nina Vinchi era per Paolo Grassi “impareggiabile”. Le sue lettere sono ora rilette. Le belle voci dei giovani della Scuola d’arte drammatica intitolata a Grassi le scandiscono.
Vedo Sergio Escobar, Carlo Fontana, Andrèe Shammah, Pasquale Guadagnolo, Mario Raimondo, Salvatore Carrubba. Non vedo ma c'è Ottavia Piccolo. Poi volti rintracciabili nelle serate del Piccolo in gioventù. Che il tempo riconsegna anonimi, come una “quinta”, una parete della rappresentazione della nostra vita.
Anche i silenziosi facitori delle storie sottili e faticose per “fare istituzione” hanno il riconoscimento dei funerali da protagonisti. I presenti lo sanno e lo condividono.
Brevi e straordinari versi di Montale sono letti per congedare questa intensa comunità che sa che ci sono donne che sono “le sole vere pupille” di coppie, di case, di teatri, di imprese.