Le nostre storie sono i nostri orti, ma anche i nostri ghetti


Dal 25 novembre 2009 nelle librerie italiane “Le nostre storie sono i nostri orti” di Marco Pannella con Stefano Rolando.  
Un ampio colloquio sulla “lunga durata” del leader radicale nella vita politica italiana edito da Bompiani, anticipando di qualche mese l’ottantesimo compleanno di Pannella e sistematizzando un’intervista cominciata a maggio nel giorno di conclusione di trent’anni di esperienza di europarlamentare e poi proseguita a Roma in varie occasioni. Fino a completare una riflessione che va dalle eredità delle culture politiche liberaldemocratiche del primo dopoguerra all’attuale contesto che i radicali chiamano “la peste italiana”, attraverso note e meno note battaglie su diritti civili, questioni essenziali per i principi democratici e costituzionali, temi legati alla bioetica, alla famiglia, al rapporto tra dinamiche sociali e diritti individuali.
Stefano Rolando, professore all’università Iulm a Milano, va dedicando negli ultimi anni una parte importante della sua scrittura ai temi della memoria sul passato prossimo e ai temi dell’identità italiana. E propone alcune analisi di profondità sull’evoluzione della comunicazione politica.

Marco Pannella con Stefano Rolando

Le nostre storiesono i nostri orti
 
(ma anche i nostri ghetti)
Bompiani
Novembre 2009, Pag. 208, 15€

Fascetta
 Marco Pannella. I suoi ottant’anni

Quarta di copertina
Qualcuno mi ha chiesto quale sarebbe il primo provvedimento che prenderei se fossi eletto democraticamente “presidente”. Ebbene il primo provvedimento che prenderei sarebbe quello di dimettermi, perché se il paese mi eleggesse democraticamente vorrebbe dire che non ha più bisogno di me”.

In aletta sinistra

Marco Pannella è parte della storia della politica italiana del dopoguerra. Ma, pur avendo molto parlato e comunicato, prima di questo libro non si era mai raccontato. Per lui hanno parlato le sue battaglie, i suoi discorsi parlamentari a Roma e a Bruxelles, le sue resistenze, i suoi scioperi della fame e della sete. Alla guida di un ‘piccolo partito’, è spesso stato espressione di maggioranze degli italiani, interprete dei loro desideri, delle loro necessità, dei loro bisogni. Per questo non  considera il suo un 'partito minoritario'. Stefano Rolando lo interroga, qui, a tutto campo: dalla formazione della classe dirigente nella Goliardia alla nascita del Partito Radicale, alle battaglie vinte per aborto, divorzio,obiezione di coscienza, all'attualità della  politica. Ma, anche, gli chiede conto del suo retroterra politico e culturale. Su padri, figli e compagni di viaggio: da Mario Pannunzio a d Arrigo Benedetti, da Leonardo Sciascia a  Elio Vittorini, da Pier Paolo Pasolini a Emma  Bonino.Un libro agile ma approfondito, punto di riferimento per chi voglia capire una  personalità che ha marcato per sessant'anni la politica italiana.
 
Dove il potere nega, in forme palesi ma anche con mezzi occulti, la vera libertà, spuntano ogni tanto uomini ispirati come Marco Pannella che seguono la posizione spirituale più difficile che una vittima possa assumere di fronte al suo oppressore: il rifiuto passivo. Soli e inermi, essi parlano anche per noi”.
Eugenio Montale (Corriere della sera, 1974)
 
In aletta destra

Marco Pannella (Teramo, 1930), in gioventù nella sinistra liberale, ha rifondato a metà degli anni cinquanta il Partito Radicale di cui è tuttora leader. E’ entrato in Parlamento nel 1976. E’ stato per trenta anni europarlamentare. Ha condotto storiche battaglie referendarie per i diritti civili che hanno portato alla legalizzazione del divorzio, alla scomparsa degli aborti clandestini, alla chiusura dei manicomi, alla legittimazione dell’obiezione di coscienza. Tra le molteplici iniziative internazionali quella che ha permesso di formare nel 2008 una maggioranza all’ONU contro la pena di morte.

Stefano Rolando (Milano, 1948), professore universitario e saggista, già dirigente in istituzioni e in imprese, membro del consiglio scientifico dell’Unesco, ha dedicato una recente scrittura a temi di memoria civile, di identità nazionale e – con attinenza al proprio insegnamento – di comunicazione della politica. Tra il 2008 e il 2009 Quarantotto (Bompiani), Una voce poco fa (Marsilio), Il mio viaggio nel secolo cattivo (con Maria Luigia Nitti Baldini, Bompiani). Per il 2010 (settanta anni dall’Italia in guerra) sta terminando un testo sull’8 settembre ’43 come metafora dell’identità italiana. 
 

 
Marco Pannella con Stefano Rolando : “Le nostre storie sono i nostri orti (ma anche i nostri ghetti)”.
Un bel libro su sessant’anni di vita politica italiana edito da Bompiani a fine novembre in libreria
Stefano Rolando risponde ad alcune domande sul come e il perché di questo libro 
a cura di Margherita Drago
(Rivista italiana di comunicazione pubblica)
 
 
 
 
Pannella, un politico scomodo. Anche un intervistato scomodo?
No, per nulla. Vulcanico e amabile. Un po’ restio all’esito editoriale  di questa nostra conversazione a tappe. Ma alla fine mi ha regalato un generoso “malgré moi”.
Che rapporto hai personalmente con la tradizione politica radicale?
La mia è un’altra, ma spesso intersecata. Sono stato da giovane repubblicano, ho fatto orgogliosamente parte dalla metà degli anni settanta del partito socialista e sto tornando al pensiero liberaldemocratico grazie all’impegno che ho assunto presiedendo la Fondazione “Nitti”. In alcuni momenti della vita professionale e istituzionale ho dato un contributo ad alcune giuste ed esemplari cause promosse dai radicali. Soprattutto ho rispetto per la concezione sacra e teatrale che Pannella ha della politica.
Teatrale?
Sì, teatrale. Non il “teatrino” ma l’idea di una rappresentazione sostanzialmente di una cosa tragica. Come la concepivano gli antichi greci.
Un libro per le generazioni delle battaglie sul divorzio e sull’aborto o anche per comunicare ai giovani?
Un libro per tratteggiare cosa c’è dietro una “lunga durata” nella politica italiana che ha visto molte storie interrotte. Non sono state interrotte le storie di Andreotti, di Napolitano, di Pannella. Per fare qualche esempio. Chi si interessa di comunicazione della politica ha qui materia di indagine. Quanto ai pubblici,  va da sé che chi ha un forte ricordo degli anni sessanta e settanta ritrova l’analisi del cambiamento sociale dell’epoca. Chi ha oggi venti o trenta anni (per loro ci sono alcune note di spiegazione a fine testo) ha molti motivi per vedere i nessi che collegano storie, idee, personalità, vicende nell’evoluzione italiana ed europea di tutto il lunghissimo dopoguerra.
Chi è Pannella?
Non lo dico in una battuta, per dare alibi ai cultori dei “bignami” di evitarsi la lettura del colloquio! Però dedico a questa domanda due pagine dell’introduzione.
Cosa ti colpisce di più nella sintesi di una storia politica così ricca e complessa?
Che questo paese non abbia mai dato un incarico istituzionale e rappresentativo a una forza della natura come Pannella. Che, intendiamoci, l’avrebbe probabilmente respinto ma in una idea inclusiva e pluralista del rapporto tra politica e classe dirigente avrebbe consentito di raccontare un’Italia diversa. Come si è poi visto nel caso delle esperienze istituzionali di Emma Bonino. Che – nelle evidenti diversità tra di loro – è parte della sua famiglia politica. Per Marco il potere è più la parola della poltrona, più la visione che la gestione. Ma non per questo non ha un suo pragmatismo e una “tessitura” continua di rapporti e alleanze.
La memoria televisiva e comunicativa di Pannella ne fa un “uomo contro”. E questo libro?
Lui tiene a raccontarsi non con il dito puntato contro. E per certi versi la sua memoria consente molti recuperi, molte revisioni. Soprattutto quando si tratta di persone diverse, antagoniste, ma con una propria anima, una propria caratura. Resta tuttavia contro l’evoluzione strutturale di un sistema tra partiti e regole della democrazia in cui credo che la sua protesta sia più “radicale” su temi in cui è difficile dargli torto.
Di chi parla Pannella, quali sono i riferimenti più frequenti?
Tutti coloro che affiorano da quasi venti ore di colloquio attorno ad una vita politica di sessantacinque anni (si iscrisse a 15 anni, nel 1945, alla gioventù liberale) sono nomi riportati nel libro. Per la piega della conversazione c’è più Croce di Berlusconi, più Pasolini e Sciascia di Bersani e D’Alema.
Pannella sincero?
Più sincero che elusivo. Ma il tipo di dialogo non era fatto per scovare contraddizioni tra cose dette allora e ora. Avevo una montagna di materiali tratti da internet. Li ho trascurati per seguire il filo culturale di un ragionamento in cui il metodo è ciò che la scatola della memoria sollecitata contiene. Chi farà il “librone” su fatti, atti, parole, documenti di una vita politica tutta intera ha qui una chiave interpretativa ma avrà anche la possibilità di confrontare meglio giudizi di ieri e di oggi. Resta comunque, in Pannella, una coerenza sostanziale di visione delle cose che contano.
Hai scritto nell'introduzione che ti sei fatto carico di alcuni "si,ma" nel porre le domande. Quali "ma" segnali a riposte acquisite?
Non è una "rassegna" di accordi e disaccordi la lettura di un percorso che integra cronologia e temi ricorrenti. Si concorda, oppure no, con l'approccio generale di una riflessione che investe il tema della "durata" attraverso l'idea della politica come invenzione e come innovazione. Poi ci sono argomenti in cui Pannella propende per giudizi su cui mantengo riserve. Gli chiedo, per esempio, se ritiene che la maggioranza dei funzionari dello Stato italiano tirino per o contro la legalità. Lui, salvaguarda singoli casi, ma risponde che tirano contro la legalità. Io - che credo di essere al corrente di casi e ambiti di pessima amministrazione - non me la sento di condividere questa valutazione segnalando piuttosto lo scontro di culture e lo scontro di comportamenti.
A proposito di internet, vi è traccia di un libro-intervista che molti anni fa lo stesso editore Bompiani aveva immaginato con addirittura Umberto Eco interrogante e che non ha mai visto la luce. Ne avete parlato?
Pochi cenni. Pannella dice che il testo dovrebbe averlo ancora il curatore redazionale che era Andrea Ketoff. Nessuna polemica. Lui in generale è stato sempre restio a parlare di sé. Mi ha detto che in quel trattamento gli era sembrata marginalizzata la sua opinione della politica, rispetto al protagonismo del suo carattere e della sua personalità. Fu una ragione per non volere la pubblicazione, anche se rispettò e rispetta tuttora l’attenzione che Eco aveva avuto per lui.
Hai detto di “revisione” di giudizi. Puoi fare un esempio?
Non c’è dubbio che la documentazione delle “tribune politiche” di certi anni restituisce Pannella molto polemico con tanti leader del tempo. Per esempio con Andreotti che oggi, alla luce di certi atteggiamenti che lui considera equilibrati assunti nella gestione della politica estera, ha una rivalutazione. Gianfranco Fini fa parte di questa rivisitazione ma con storie che hanno anche lunga data. L’amicizia con Craxi è parte dei suoi ricordi, con un trattamento interessante, chiaroscurale, che riguarda radicali e socialisti. Ma mi fermo, perché la storia dei rapporti con la politica italiana è nel libro a tutto campo.
Di cosa Pannella va più fiero raccontando la sua storia?
Della “famiglia radicale”, direi. Di quel genere di militanza.
Quali errori lui stesso riconosce nella sua storia?
Detta così, la domanda non tiene conto dei linguaggi di Pannella. Errore è una parola come peccato che Marco non ama molto. L’ho un po’ pressato sugli anni settanta, sui successi maggioritari attorno alle battaglie referendarie non trasformati in forte crescita politica. Sulla vocazione a essere più “protesta” che “governo”. Apriti cielo. Poi su questioni come candidature “sbagliate” , alleanze o altre cose, risponde a tono, caso per caso.
Su cosa vorresti richiamare l'attenzione dei lettori?
Difficile fare scelte in duecento pagine  che incrociano racconti tematici e racconti cronologici. Ma se devo ridurre tutto a un breve brano, consiglio le prime tre righe di pagina 162. Quella risposta è la ragione sostanziale  che mi ha indotto a voler fare questa intervista.
Tu sei stato molto "uomo delle istituzioni"; lo stereotipo di Pannella è piuttosto quello della "protesta". Una strana coppia?
Appunto, stereotipi. Marco difenderebbe, alla fin fine, come dice Giampaolo Fabris, "anche la più piccola delle istituzioni, sotto casa". Io anche nel mio lavoro nel quadro istituzionale ho sentito "le storie" che Pannella interpreta come parte di una cultura che mi apparteneva. Per dialogare correttamente basta molto meno. Quanto al rapporto tra protesta e proposta è parte della nostra conversazione. Oggi non c'è solo il tema dei suoi ottant'anni, c'è  anche il tema dello svilimento del modo con cui le istituzioni sono spesso abitate e rappresentate (non tutte si intende). Quel che ha scritto Giuseppe De Rita nel suo "Il regno inerme", quel che dice Pannella, non con il bon ton dei costituzionalisti ma incazzandosi. Sentivo l'esigenza di condividere un po' questo sentimento.
Di cosa ti rammarichi a libro stampato?
Non so, forse del fatto che siamo tutti e due più allegri rispetto a una certa seriosità a cui un dialogo di quel genere obbliga. Ma di questi tempi, diciamo la verità, è difficile scherzare troppo e trasformare il pensiero in battute.