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Il leader radicale si racconta in un libro scritto con Stefano Rolando
Marco Pannella e l'arte di vincere il tempo
Un libro si può leggere in tanti modi ma, quando si incontra il percorso tracciato dal recente libro di Marco Pannella e di Stefano Rolando, non possono non venire alla mente i nomi, i personaggi, le storie che affollano la nostra vita e la nostra immaginazione.
Ciascun lettore, si sa, entra nelle pagine con la propria chiave e memoria, ma il libro di Pannella ha il merito di offrire a ciascuno un luogo dove possa ritrovare un pezzo di sé. E in cui si riconoscerà. Perché ogni lettore, immergendosi nei capitoli e nell’intervista di Rolando, rivedrà la propria storia. Perché quella che Marco Pannella racconta nel libro
Le nostre storie sono i nostri orti, ma anche i nostri ghetti, è la storia di tutti. È come se Marco Pannella, alla soglia degli ottanta anni, avesse sconfitto il tempo.
Si tratta di un libro carico di memoria, ma che si proietta verso il futuro. A leggerlo con attenzione sembra proprio che Pannella assomigli molto al personaggio di Gandalf narrato da J.R.R. Tolkien nel romanzo
Il Signore degli Anelli e ben rappresentato anche nel film omonimo. Infatti, Marco appare con il volto saggio degli ottantenni alla ricerca dell’innocenza da conquistare, magari attraverso la memoria o dando un futuro a questa memoria. E se la “Memoria” (Mnemosìne) è madre delle nove Muse ispiratrici e, quindi, ispiratrice di questo libro, allora è anche la madre delle Arti. E se l’arte è uno dei modi con cui l’uomo costruisce la propria resistenza al passaggio inesorabile del tempo, allora possiamo definire la politica di Pannella come l’arte del “nuovo possibile”. Perché Marco - con la sua vita e le sue lotte - ha sconfitto il tempo e salvato la memoria. Anche attraverso questo libro. Da non perdere, da leggere e, viste le imminenti feste natalizie, da regalare. 
Nel libro, viene citato più volte Giulio Andreotti che, per anni e anni avversario del leader radicale, ha definito Pannella come il «portatore di quella che un tempo chiamavamo la politica pura». E quando, nel 1976, Pannella pronuncia - appena eletto alla Camera - il suo primo discorso, afferma: «Sediamo qui perché noi delle sinistre liberali e federaliste rivendichiamo anche l'eredità della destra storica».
Più si va avanti con la lettura e più gli episodi si svelano allo sguardo di chi sa guardare fuori dai luoghi comuni, fino a quando la narrazione si arricchisce di così tanti elementi da irrompere nel lettore con la forza della reciprocità. E si rivolge anche a destra: «Anni fa - racconta Pannella - invitammo Almirante. Alla fine lui non venne e mandò al nostro congresso a Rimini un suo giovane collaboratore. Era Gianfranco Fini. Mi aspettavo fischi. Non ci furono che applausi». E poi: «Venne fuori che Livio Zanetti, l'allora direttore dell'Espresso, era stato nelle camicie nere. Inizio anni '70. Scrissi su un giornale: "Ti auguro, Livio, di essere da democratico, come hai scelto di essere, così puro di cuore, come lo fosti quando scegliesti la causa sbagliata"».
Pannella, comunque, parla anche alla destra di oggi, quella che si ispira a Spadolini e Pannunzio. Infatti, Marco ricorda: «Già a un congresso del Msi, non di An, dissi che loro sarebbero stati eredi del "fascismo movimento" e non del "fascismo regime" quando avessero messo nel loro pantheon Ernesto Rossi e altri come lui. Fui applauditissimo». Sulla politica odierna Pannella mostra, anche nel libro di Stefano Rolando, di avere le idee chiare. «Non è giusto - dice - mettere tutta la croce addosso a Berlusconi». Il nodo irrisolto è la necessaria rottura con questa partitocrazia, con il sessantennale regime non-democratico, con la Prima Repubblica.
Pier Paolo Segneri

23 dicembre 2009

Marco Pannella con Stefano Rolando
Le nostre storie sono i nostri orti, ma anche i nostri ghetti
Bompiani
pp. 201, euro 15