Home Attività Impegno Civile Articolo a piena pagina del Manifesto sul Centro culturale Nitti a Melfi occasione di "rinascita"
Articolo a piena pagina del Manifesto sul Centro culturale Nitti a Melfi occasione di "rinascita"
IL MANIFESTO 10 gennaio 2010
MELFI, LA RINASCITA
 Il centro culturale intitolato a Francesco Saverio Nitti era stato abbandonato e lasciato marcire dopo il terremoto dell'80. Ora è stato ricostruito e a fine gennaio riprenderà le attività, grazie all'impegno di una nipote del politico lucano e di alcuni studiosi. Con biblioteche, sistemi multimediali e sale proiezioni.
 
di Michele Fumagallo
 
MELFI (Potenza). E’ stato un po’ il simbolo dello scandalo post terremoto a Melfi. Uno scandalo che ha evidenziato le miserie di amministratori di sinistra e di destra.
Una vicenda che sarebbe incredibile altrove, ma non nel nostro Sud. Parliamo della sede del Centro Culturale Nitti (Francesco Saverio Nitti, 1868-1953, liberale, politico italiano, presidente del consiglio, originario di questa cittadina del Vulture), inaugurato nella seconda metà degli anni settanta del secolo scorso, fatto vivere per pochi anni da un volontariato eccezionale (tra i primi Filomena Nitti, figlia dello statista, e Daniel Bovet, suo compagno e premio nobel per la medicina), poi lasciato marcire in senso letterale: distruzione e furti di ogni suppellettile, abbandono totale, dulcis in fundo riparo di alcuni delinquenti ricercati. La storia di questo Centro Culturale è storia di miseria e fallimenti di classi dirigenti locali e di umiliazione di un volontariato di qualità. Ma è una storia che va conosciuta non solo per l’assurdità dello spreco di danaro pubblico da parte di una casta di amministratori prigionieri di piccinerie, ma anche perché è, in positivo, simbolo di una rinascita miracolosa frutto di testardaggine e di impegno di persone che non si sono arrese all’incuria e alla miseria politica dominante. Alla fine degli anni 70, dunque, prese avvio l’attività del Centro Culturale Nitti voluto anni prima da Filomena Nitti che desiderava fare qualcosa per Melfi, non solo perché patria del padre, ma anche in ricordo del figlio Gian Paolo, appena eletto consigliere regionale del PCI in Basilicata, morto in un incidente d’auto nel 1970. Ed è commovente leggere le lettere della studiosa in cui fa la cronistoria di questo centro e dei sacrifici per metterlo in piedi con finanziamenti della allora cassa del mezzogiorno. L’attività del Centro, iniziata nel 1978, coincise anche con una sperimentazione, tra le prime e più avanzate in Italia, del tempo pieno nelle scuole elementari. Racconta Mauro Tartaglia, che è tra i testardi che non si sono arresi alla sconfitta dolorosa subita con il primo centro culturale: “Quando la Cassa del Mezzogiorno ha cessato le attività, Comune e Regione dovevano prendere in mano il Centro e dargli la sua effettiva funzione. Invece abbiamo assistito a un rimbalzo di responsabilità e a un degrado incredibile frutto dell’immiserirsi della politica nelle manovre di piccolo cabotaggio. E sì che, oltre all’attività del centro con due convegni internazionali memorabili, a Melfi abbiamo sperimentato, tra i primi in Italia, la scuola a tempo pieno nelle classi elementari. Un progetto a cui parteciparono oltre Filomena Nitti, Daniel Bovet, pedagogisti all’avanguardia allora nel nostro paese, e tantissimi studiosi del calibro di Lucio Lombardo Radice e Raffaele Laporta. Quest’ultimo parlò esplicitamente di una guida ad un programma illuminato della scuola dell’obbligo di domani in Italia”. Furono così chiusi a Melfi, in favore dell’innovativo tempo pieno, 130 doposcuola (anche privati) che altro non erano che passatempi passivi e umilianti per ragazzini e docenti. Ma il terremoto del 1980 fu, anche nel campo delle strutture culturali più avanzate, uno spartiacque. Qui a Melfi in termini devastanti, per l’insegnamento negativo che diede a tutti sulla miseria culturale e politica di classi dirigenti anche di opposte visioni. Chi ha avuto la ventura di fare il cronista negli anni del dopo-sisma, sa che a Melfi era consuetudine prendere il Centro Nitti a metafora dell’incapacità della politica dei paesi di prendere in mano il destino dei propri territori e portarlo a un livello europeo degno. Come, invece, avevano provato a fare persone come Filomena Nitti e Daniel Bovet che, oltre all’impegno melfitano (erano praticamente di casa nel paese del Vulture), avevano messo in piedi la solidarietà degli intellettuali francesi (tantissimi, tra cui Simone De Beauvoir e Jean Paul Sarte) per Muro Lucano, un paese devastato dal sisma, dove prese vita, grazie a loro, il Centro Culturale Francese.
Dunque il sisma fu la spia di questa incapacità storica delle classi dirigenti. Non l’occasione per agganciare la locomotiva europea ma il suo contrario: la pratica consueta delle piccole cose, nessuna fantasia sullo sviluppo nuovo, la cultura ridimensionata a orpello e optional.
Andò così per anni, più o meno dalla prima metà degli anni ottanta all’inizio del nuovo secolo, per il Centro Culturale Nitti ormai ridotto ad abbandono totale. Ma la storia non è possibile cancellarla del tutto e si prende le sue rivincite. Nessuno dei promotori della prima iniziativa, da Filomena Nitti ai personaggi locali interessati alla questione, cedette mai allo sconforto. Alcuni di loro mi raccontano la rabbia di Filomena quando veniva a Melfi e doveva constatare quel degrado pazzesco senza poter intervenire. Dice ancora Mauro Tartaglia: “Ho cominciato, già dalla fine degli anni 80, a filmare il degrado della struttura e farla vedere per quanto era nelle mie possibilità. Ma la speranza vera che mi manteneva in piedi era proprio lei, Filomena, che nonostante l’età avanzata e le umiliazioni subite (l’ho vista persino piangere per come avevano ridotto la sua creatura) continuava a non mollare. E, infatti, nel 1994, quando Filomena mi chiamò a Roma perché doveva parlarmi, andai eccitato all’incontro perché speravo si fosse aperta una luce. Invece ripiombai nello sconforto quando Filomena morì proprio il giorno in cui ero andato a parlarle. Avevo davvero perso tutte le speranze”. Invece, come capita talvolta alle cose quando raggiungono il massimo del degrado, comincia a riaprirsi la speranza. Patrizia Nitti, nipote del politico, inizia di nuovo, dopo aver vinto l’iniziale sfiducia, a lavorare là dove Filomena aveva lasciato. Viene a Melfi anche lo studioso Stefano Rolando ed altri che cominciano a denunciare lo scempio culturale fatto nella cittadina dove la Fiat ha costruito la fabbrica più avanzata d’Europa. Da allora ricomincia a muoversi qualcosa e inizia di nuovo la ricostruzione del Centro, mentre si dà vita alla Fondazione Nitti con personalità di rilievo nel campo della cultura europea, e un progetto ambizioso che investe varie strutture. Dalla casa Nitti di Melfi adibita a museo all’adiacente Centro Culturale; da Villa Nitti a Maratea sede della Alta Formazione politica di quadri professionali a una sede di rappresentanza nella casa di Nitti a Roma. “Ci prefiggiamo - racconta Gianluca dell’Associazione Nitti - di lavorare su due tavoli. Il primo è quello dell’intervento di base, cioè la didattica per le scuole; il secondo è l’intervento con progetti di più ampio respiro europeo, che comprendono oltre ai convegni, anche la formazione delle future classi dirigenti”.
Visitare oggi le stanze del nuovo Centro Culturale Nitti a Melfi, per chi ha conosciuto il degrado della struttura precedente, è davvero una sorpresa. Aule accoglienti, un sistema di multimedialità che fa invidia a qualsiasi altra struttura di grandi città, saloni per biblioteche con migliaia di volumi e altri che attendono in questi giorni negli scatoloni di essere messi a posto in vista dell’inizio dell’impresa (l’ufficializzazione delle attività del Centro e della Fondazione è prevista per la fine di gennaio), sale riunioni e sale proiezioni ad alto livello. Insomma davvero una bella e moderna struttura, rinata dalle ceneri per volontà di un gruppo di persone testarde e decise a non darla vinta all’incuria e alla meridionalità più bieca e parassitaria.