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Newsletter n. 1 - Le regole della democrazia partecipativa (2 febbraio)
                        
Consiglio Regionale della Lombardia
Elezioni regionali marzo 2010
L’impegno radicale di un socialista indipendente
Stefano Rolando
candidato nelle Liste Bonino-Pannella al Consiglio Regionale della Lombardia
a Milano e a Como


                        Newsletter n. 1
(2 febbraio 2010)
                        Le regole della democrazia partecipativa
L’Europa conosce le regole e le procedure di una democrazia in cui l’ascolto, la consultazione, il dibattito sono parte integrante del processo decisionale. Si chiama democrazia partecipativa. In Italia prevale ancora la delega, condita da qualche “mega-evento passerella”. I nuovi Consigli regionali terreno di impegno e di proposta.
 
Siamo assuefatti all’idea che la forma di democrazia che ci riguarda – noi occidentali, europei, italiani – sia sostanzialmente quella di tipo “rappresentativo”. Una casta – perché è vero che va assumendo proprio questo profilo – muovendosi spesso cinicamente alla ricerca di un posto che, in cambio di fedeltà, dia visibilità e “rendimento”. Si, proprio rendimento. Come le azioni in borsa. Quel posto è frutto di due negoziati. Uno con i poteri politici per scambiare dipendenza ed elezione. L’altro con gli elettori per consolidare l’idea appunto che la “rappresentanza” sia regolata dall’elezione. Poi da una lunga delega. E infine, cinque anni dopo (e un bel trattamento pubblicitario) eventualmente da rinnovare.
In questa lunga delega l’elettore pensi pure a lavorare, a studiare, alla sua famiglia, insomma ai suoi fatterelli C’è lui, il rappresentante, che agisce secondo il patto. Parla, propone, legifera, dispone, ritratta, si dissocia, cambia partito, cambia idea, accetta, rifiuta. Nella sua serena solitudine. Il “patto” (pensa lui) glielo consente.
Dalla costituzione portoghese (si pensi, solo normata in quella!) aveva tratto ispirazione l’idea di collocare nella bozza di trattato costituzionale comunitario (poi non approvato e rinviato ad altre forme) il principio secondo cui la democrazia è fatta di due parti di uguale importanza: quella rappresentativa (che appunto regola un mandato e il profilo della delega) e quella partecipativa che impone però, nell’esercizio del mandato, una serie di doverosità di ascolto, di consultazione, di verifica del rapporto tra opinione pubblica e comportamenti in seno all’istituzione.
Nell’Europa che sta sperimentando questa forma di democrazia si sa che essa non è regolata dal caso o dalla volubilità dell’eletto. Ma da regole e da procedure che vincolano il mandato e i poteri che ne derivano. Procedure a volte noiose, a volte un po’ rigide, per le quali il cittadino può trovare spazio di parola e di interlocuzione da solo (raramente) o associativamente (di preferenza), per le quali il tempo di ascolto o di “dibattito pubblico” è previsto, la natura stessa di quel dibattito è oggetto di regole e quindi vi è un soggetto-arbitro che definisce quali documenti sono ammessi alla discussione e in che modo. E, alla fine, tra le regole vi è anche la regola che impegna a tener conto del livello di conoscenza più condiviso, cioè più confrontato, che su quella materia si è andato esprimendo. Mutando certamente i punti di partenza, possibilmente avvicinando di più soggetti in conflitto, comunque consentendo a chi vuole una presa di coscienza che non dipende solo dalla liberalità dei poteri e dall’ammissibilità regolata dai media.
Questa idea di democrazia partecipativa trova una evidente implementazione nelle possibilità che le tecnologie dell’informazione e della comunicazione oggi consentono. La rete è dunque un ambito di immenso sviluppo della materia – che non caso prende il nome di e-democracy – e la creazione di gruppi organizzati di interlocuzione (i social networks) rappresenta un’area di applicazione nuova di ciò che una volta era limitato ai “soggetti associativi della rappresentanza”.
Non facciamo un mito di questo tema. Democrazia potrebbe essere concetto molto più ampliato e approfondito. Ma, nella sua autonomia statutaria e relazionale, un organismo costituzionale come la Regione potrebbe su questa materia dimostrare di cavalcare l’innovazione fino in fondo, sperimentando le forme migliori di attuazione. E per “forme migliori” intendiamo che l’attuazione non deve riguardare solo ciò che viene in mente a chi comanda, quando gli viene in mente e per ragioni più di cattura del consenso che come pratica di diffusione delle conoscenze e di ricerca di un punto condiviso tra soggetti in conflitto. In più su temi delicati e importanti.
Il calendario tematico e le regole sono fissate dall’assemblea nella sua rappresentanza di maggioranza e opposizione. Ecco che l’argomento si presta a una vera e propria politica.  
Tra l’altro con importanti innovazioni circa la definizione dei soggetti partecipanti, ben oltre il sindacalismo abituale ma con ruolo per associazioni civili e professionali, per il sistema cultura-scienza-media (chiamato a ragionare sulle sue responsabilità civili), per l’impresa incentivando lo sviluppo della social responsability.
I radicali, raggiungendo l’elezione in assemblea, si sentono impegnati a dare uno sviluppo moderno, ampio e programmato al tema. Innanzi tutto costituendo una competenza consiliare che fissi i parametri e le regole di attuazione delle attività di democrazia partecipativa e quindi assegnando una vigilata funzione attiva in capo alle competenze assessorili, perché sul tema non è pensabile altro che una funzione regolata da un rapporto stretto tra funzione esecutiva e funzione parlamentare.