Home Attività Impegno Civile Regionali 2010 Emma non voleva vincere? Guido Ceronetti (La Stampa 2 aprile) apre brillantemente una discussione
Emma non voleva vincere? Guido Ceronetti (La Stampa 2 aprile) apre brillantemente una discussione
 
Tra tante naturali banalità che nutrono una campagna elettorale e i suoi commenti, vi sono perle di scrittura. L'articolo di venerdi 2 aprile di Guido Ceronetti, su La Stampa, era ovviamente destinato ad entrare nell'archivio delle cose da non gettare di chi questa campagna l'ha seguita, vissuta, subita, interpretata. I "nasi storti" hanno utilizzato questo articolo per dire "ve l'avevo detto!". Ma molti altri hanno apprezzato la capacità di mettere in rilievo sensibilità culturali e civili che la cronaca politica ed elettorale doveva naturalmente trascurare. Una capacità che lascia anche intatto  - come molti hanno fatto - il diritto di condividere la "carezza" dell'analisi ma non il fondamento del giudizio sulla non volontà di vincere (io tra questi). Marco Pannella ha dedicato all'argomento una parte della sua conversazione settimanale con Massimo Bordin (http://www.radioradicale.it/scheda/300826) soprattutto confutando gli effetti di grave indebolimento che lo sciopero di sete e fame produrrebbe.

La Stampa
venerdì 2 aprile 2010
Ma Emma non voleva vincere
Guido Ceronetti
 
Nella sgangherata normalità italiana rientrano anche queste ultime elezioni e i loro dislocamenti di persone mi toccano pochissimo. Mi attira, con la sua interessante anomalia, il caso della candidatura in Lazio di Emma Bonino. Candidata di grande, duramente acquisita caratura, le avrei dato volentieri il mio voto di astenuto per fuori sede. Ma, riflettendoci il giorno dopo, mi sono domandato se, votandola, i suoi sostenitori abbiano veramente centrato il bersaglio, secondo le sue stesse intenzioni. La Polverini, candidata normale, voleva arrivarci davvero, a quel posto scomodo; Emma Bonino, candidata fuori della norma, no. Non perché la scomodità del posto l’attirasse poco: ma perché era determinata a farselo, come è stato, sfuggire. Sapeva che avrebbe perso. Voleva correre senza mirare al traguardo. Questa è la follia radicale. Ai suoi vertici (Pannella per primo) è un principio dottrinale segreto. La sua campagna elettorale era appena partita, era il momento di raccogliere tutte le proprie forze senza pensare ad altro, e la Emma si tira indietro, si apparta, dimentica Roma e Lazio, e con uno dei consueti pretesti radicali, si flagella per una settimana di santità laica con un crudele digiuno di fame e sete che ne fiacca le energie e ne mette a rischio, a detta dei medici, la vita. Due ipotesi: la leonessa ha voluto compiere una liturgia propiziatoria, oppure a disegno si è diminuita fisicamente per ridurre le sue possibilità di vincere. Ad un certo punto entra in scena il cardinale Bagnasco, che sotto il velame di una predicazione moralistica fuori di luogo, avverte che la candidatura Bonino, e la Emma presidente a Roma, sono sommamente sgradite alla Chiesa. Il Vaticano, che non trascura nessun sintomo di pericolo, ha fiutato il nemico. La pronta defezione della Binetti e di altri (mi pare) cattolici integralisti dal partito di Bersani, è stata significativa. Un misterioso tam-tam della Gerarchia ha diffuso il messaggio: «Non far vincere Bonino, erigere barriere, mobilitare le province, favorire astensione». Così è avvenuto, infatti. Nei commenti razionalisti questo elemento oscuro non è stato, ovviamente, tenuto in conto. Presidente, Emma avrebbe dovuto incontrare e ossequiare, secondo un calendario Stato-Chiesa pieno di date, rappresentanti del potere ecclesiastico fino allo stesso Papa, contrastare o accettare richieste per lei imbarazzanti. Con la presidente Renata andrà tutto liscio, invece. È impossibile, o quasi, senza manette mentali, reggere in un posto elevato di potere. Nel profondo del partito radicale, il rifiuto di essere un partito, eccetto che nominalmente, e con denominazioni irrequiete o in fuga - di appartenere all’aborrita «partitocrazia» di Pannella (termine non adottato nel linguaggio politico comune) fa pensare ad una faccia in ombra di questo minuscolo satellite lunare nel limitato cielo della democrazia italiana. L’opinione al suo interno appare libera, nel senso dell’esprimibilità, ma a tenerlo insieme credo ci sia una ideologia tradizionale immutabile. La loro parentela spirituale storica la vedrei nei clubs dei Giacobini di prima del Terrore (giacobini moderni, convertiti alla Nonviolenza gandhiana, che disinvoltamente rendono come «satiagrà», cadenza di digiuni al quanto impopolari nel paese degli spaghetti). Un giacobinismo riformatore, dal risvolto «martinista», «carbonaro-massonico», conscio e inconscio, tipicamente settario. Come partito politico ogni limite nazionale (o peggio, regionale, federalista ec.) gli sta stretto; mentre come setta disciplinata appartengono alla costellazione di refrattari che rinsangua di nascosto e mantiene in vita, nell’Europa libera come nelle Asie e nelle Afriche dove si massacra l’essenza umana, i fragili spiriti della Democrazia liberale. Lazio e Roma sono lebbroserie incurabili. Un salutare distacco nella maratona votante, domenica 28 marzo ha liberato Emma Bonino, molto più adatta a ruoli internazionali di rovente bisogno, dall’obbligo di governarle. E nei confronti della Chiesa, come dello stesso carrozzone malfermo che a malincuore la sosteneva, sarebbe rimasta drammaticamente sola. Le resterà di meglio, da fare.