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Pomigliano (13 giugno 2010)
 
 
Da tempo penso con prudenza quando sento toni apocalittici del sindacato. Da tempo penso che i soggetti della rappresentanza politico-sindacale della sinistra hanno concluso sempre dieci o venti anni dopo sul punto di chi nel frattempo hanno combattuto a morte cancellando spesso le riforme possibili in nome di una vecchissima cultura del tanto peggio tanto meglio. Sulla faccenda di Pomigliano, tuttavia, di cui non conosco molti aspetti strutturali, sento nelle modalità stesse con cui Fiat – pare con una intesa di fondo con il governo – ha posto le questioni dell’accordo una parte del clima di riduzione dello spazio di libertà e di diritto che è questione nodale dell’attualità italiana a cui ho cercato di dedicare attenzioni, dichiarando che mancano spesso autorevoli riferimenti per evitare di gettare questa tensione nella dispersione retorica. Il “prendere o lasciare”, la preventivazione del diritto di sciopero, le forme con cui un’impresa italiana dice con un tipo in maglioncino a mezza bocca “sennò ce ne andiamo da un’altra parte del mondo”, credo sono cose che dovrebbero trovarci più pronti a valutare e a discutere .Mi imbatto in questa nota nel sito di SEL, che utilizzo solo a scopo metodologico, per dire a me stesso e ad amici con cui sono in rete: facciamo uno sforzo per non sentire la questione di Pomigliano come altro da noi e dai nostri problemi e proviamo a capire se è la solita storia o se - ferma restando la sicura difficoltà di far ripartire oggi condizioni produttive competitive nel Mezzogiorno italiano (su cui neppure c’è da scherzare) - c’è da preoccuparsi di più per il nuovo che si introduce nel quadro del sistema diritti-responsabilità del nostro paese.  
S.R. (13 giugno 2010)

Sito SEL
venerdì 11 giugno 2010 10:43 - di Betty Leone
 
Oggi ricomincia la trattativa riguardante il futuro dello stabilimento Fiat di Pomigliano: è  una giornata importante perché la Fiat ha già annunciato che considera definitivo l’ultimo testo di accordo proposto alle Organizzazioni Sindacali e che, in caso di mancata accettazione, sposterà altrove la produzione della nuova Panda perché l’eccessivo prolungarsi della trattativa ha già ritardato la possibilità di investimenti.
Cito solo alcune delle richieste contenute nella proposta di accordo: lavorazione su 24h per 6 giorni settimanali con 18 turni settimanali, sostanzialmente senza più interruzione per la pausa mensa che verrebbe spostata a fine di ogni turno; riduzione delle pause da 40 a 30 min. complessivi; ampliamento delle ore di straordinario che l’azienda può imporre senza preventivo accordo sindacale; non retribuzione dei periodi di malattia che eccedano un’assenza media ragionevole per l’azienda; libertà per l’azienda di non pagare i contributi sindacali e di non rispettare gli accordi riguardanti i permessi sindacali qualora le Organizzazioni sindacali, o anche un singolo membro della RSU, assumano comportamenti tali da mettere in discussione l’accordo.
La Fiat chiama quest’ultimo punto “clausola di responsabilità”, sarebbe più corretto parlare di limitazione del diritto di sciopero. In altre parole l’azienda chiede di disporre liberamente del tempo e dei diritti dei lavoratori in nome di un “rigoroso contenimento” del costo del lavoro.
Una proposta di questo genere sarebbe incomprensibile se non la si leggesse alla luce della strategia messa in atto dal Governo con la rottura dell’unità sindacale, il decreto sul lavoro che sposta la tutela legislativa dal soggetto più debole (il lavoratore in cerca di occupazione) al soggetto più forte (il datore di lavoro), la manovra economica che fa pagare il prezzo della crisi solo al lavoro dipendente, e infine la messa in discussione dell’art. 41 della Costituzione considerato un ostacolo alla libertà di impresa. Se si aggiunge poi il libro bianco sul welfare del Ministro Sacconi, si capisce come si delinei così la fine del modello Europeo che aveva basato il compromesso tra capitale e lavoro sulla costruzione dello Stato Sociale e sulla responsabilità sociale d’impresa.
E’ per questo motivo che la vicenda di Pomigliano non riguarda solo la Fiom e neppure solo il sindacato ma riguarda il modello di sviluppo e il grado di democrazia e di valorizzazione del lavoro che il nostro Paese è in grado di esprimere.
L’accordo proposto dalla Fiat è la prova generale per annullare il conflitto come strumento di avanzamento e riequlibrio dei poteri e inaugurare la nuova era del “sindacato collaborativo”.
Noi ci auguriamo che questo disegno non riesca, ma è evidente che né la Fiom né la Cgil possono essere lasciati soli a reggere l’urto di questa offensiva che non si fermerà.
E’ necessaria una mobilitazione di tutte le opposizioni politiche e sociali per prospettare un’alternativa e rompere il clima di ricatto ed intimidazione nei confronti dei lavoratori e di chi li rappresenta