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La generazione del sessantotto, ma senza violenza e senza massimalismo

Intuito durante l’adolescenza il fascino di una cultura politica fondata su valori democratici, sul primato della libertà e sulle garanzie costituzionali – ciò che va sotto il nome di cultura liberal-democratica, ovvero riformista – non ci saranno mai tentennamenti, mai defezioni, mai sbandamenti, mai corteggiamenti verso derive illiberali.
 

 


Nel pieno 1968 (pur vivendo all’Università e partecipando agli eventi, anzi essendo addirittura nel maggio del ’68 a Parigi e frequentando la Maison d’Italie) lavora infatti nel gruppo redazionale del “Mulino”, in cui convivono anime liberali, cattoliche e socialiste (tra questi una figura di riferimento fu Federico Mancini, insegne giurista), attorno al principio del “fare le riforme”. Come rilevanti furono Nicola Matteucci in aerea liberale e Giovanni Evangelisti e Luigi Pedrazzi in area cattolica.
 

Nelle dispute ideologiche del tempo  sarà sempre fermamente contro la violenza e contro il massimalismo (anche negli anni giovanili di impegno per i diritti umani e civili in America latina), scegliendo la via della modernizzazione delle istituzioni e non la doppiezza del “né con lo Stato né con le Brigate Rosse”. In fondo i gruppi dirigenti del ’68 (assemblearismo e leadership carismatico-demagogica) disprezzando la democrazia rappresentativa avevano cancellato il suo modello di formazione politica. Contro il terrorismo, anche nella sua prima formulazione essenzialmente ideologica, vivrà – così come questa generazione ha vissuto – il dubbio di incerte appartenenze di alcuni tra i migliori amici ma nella certezza della propria posizione contraria.

Subirà – come tanti – la perdita per mano terrorista di amici tra i più lineari e intellettualmente coraggiosi. Primo fra tutti Walter Tobagi, con cui aveva condiviso sia il giornalismo studentesco – redigendo insieme il numero comune della “Zanzara” del Parini e del “Mr.Giosuè” del Carducci dedicato al ventennale della Resistenza – sia le successive collaborazioni all’Avvenire e all’Avanti!. Ma poi anche Roberto Ruffilli, senatore cattolico amico di Giuliano Amato, impegnato nelle riforme istituzionali durante il governo Craxi, Ezio Tarantelli, conosciuto nell’elaborazione di iniziative di comunicazione in materia socio-economica, Antonio Da Empoli (pur solo gravemente ferito, collega di stretta frequentazione a Palazzo Chigi).

Questa del Sessantotto è una pratica non ancora adeguatamente aperta. Generazionalmente aver avuto venti anni nel ’68 accomuna per ragioni ambientali. Ma per chi non ha avuto né seduzioni, né sbandamenti, anzi trovandosi ai margini della politica attiva fino a un’ora prima praticata con entusiasmo negli organismi elettivi e comunque nel quadro della democrazia rappresentativa e a causa di molti che stavano nella loro neghittosa borghesità fino all’odore delle polveri, quel ’68 ha avuto una lunga ma anche chiara problematicità. Ero stato anche a Parigi nel pieno del maggio e già nel ’66 corrispondevo con i leader dell’Università di Berkeley interessato ai tanti argomenti che dovevano tornare sotto forma di grandi messaggi (e anche delle indimendicatibili canzoni di Joan Baez e di Bob Dylan). Ma a mano a mano che l’assemblearismo autoritario del ’68 prendeva forma cominciavo a verificare quanto esso abbia poco costruito cambiamenti nella cosa che apparentemente era l’oggetto preferito: l’università e i suoi poteri. Non così si può dire di alcuni cambiamenti di mentalità e di cultura politica rispetto all’Italia retorica e democristiana. Qui non mi incanta neppure Pasolini. Penso che lo strattone ci sia stato e abbastanza positivo. Un nuovo equilibrio culturale in materia di diritti civili (sopratutto quelli delle donne) è stato raggiunto. Ma poi esso ha legittimato di tutto. E da quel tutto ho preso le distanze da subito.