Home Pubblicazioni Comunicazione pubblica&Società Commenti Comunicatori pubblici (portale on line). Intervista su "Architetti sociali" (11 marzo 2011)
Comunicatori pubblici (portale on line). Intervista su "Architetti sociali" (11 marzo 2011)
http://www.comunicatoripubblici.it/news/5484/architetti-del-sociale-stefano-rolando.html
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... guardando alla Big Society e a un nuovo ruolo “allargato” anche per la comunicazione pubblica
«Quando ho iniziato a lavorare nella comunicazione pubblica, come molti credevo che fosse in gioco soprattutto la modernizzazione dello Stato. Poi ci siamo accorti che non esiste solo lo Stato, ma anche il territorio. Che le nuove tecnologie sono in grado di aprire spazi inediti di dibattito, alternativi al sistema mediatico. E soprattutto, che c’è una società che ha tutto il diritto di riprendersi in mano la parola “pubblico”, senza lasciarla alla sola mercé delle burocrazie».
È questo il percorso, umano e intellettuale, che ha portato Stefano Rolando, docente dello Iulm di Milano, nonché direttore della Rivista italiana di comunicazione pubblica, a dare alle stampe il suo ultimo libro La comunicazione pubblica per una grande società. Ragioni e regole per un miglior dibattito pubblico, presentato lo scorso 8 marzo a Roma, presso la facoltà di Scienze della comunicazione della Sapienza. Un testo che partendo dal concetto di “Big Society” si propone innanzitutto di suggerire percorsi concreti di miglioramento del rapporto cittadino-istituzioni, anche attraverso nuove proposte di regolamentazione, a partire dall’inserimento di processi di valutazione dell’attività di comunicazione pubblica assenti nella legge 150 e oggi assolutamente necessari per innescare il meccanismo virtuoso che Rolando auspica e prefigura.
Un meccanismo che, significativamente, ha il suo centro in quella parte per nulla inerte e statica, ma anzi molto attiva e viva, dell’universo pubblico composta da tutti quei “mestieri relazionali” che Rolando, con espressione molto felice, chiama “architetti sociali”: «medici, educatori, psicologi, sociologi, che stanno diventando forse la parte più importante del mestiere pubblico e che sfatano la vecchia idea che le professioni amministrative siano solo di contabilità e controllo». Concludendo, come auspicio e obiettivo, che: «la comunicazione dovrebbe stare dentro quest’area. E non dentro la voce del potere. Insegnando anche ai cittadini a stare in guardia dai processi di propaganda. Che non è solo quella archiviata nei libri di storia, ma esiste tuttora e bisogna aiutare le coscienze a prenderne le distanze».
Tutta la sua riflessione ruota intorno al concetto di “Big Society”: cosa caratterizza questo modello e in che modo può realizzarsi nel contesto italiano?
 «Nelle scienze politiche il termine indica attualmente il processo di accelerazione dato da alcuni governi – in particolare quello inglese, ma i presupposti si riconoscono già nella politica di Obama – alla progressiva integrazione tra stato, mercato e cittadinanza, in direzione di un’idea di società, appunto, “allargata”. Una società, in altri termini, pienamente consapevole del suo ruolo attivo nella dimensione pubblica, nella quale assume compiti e responsabilità sempre maggiori, ivi compreso quello della rappresentazione dei problemi comuni e della costruzione del dibattito pubblico. Si tratta però di un modello strettamente legato a canoni tipicamente anglosassoni e che dunque non può essere mutuato sic et simpliciter nel contesto italiano, dove vigono logiche assai diverse. Quello che può e deve invece essere “importato” nel nostro scenario, a mio parere, è il tema connesso di un parallelo allargamento dell’idea di comunicazione pubblica, vista non più soltanto in senso restrittivo, come l’insieme di servizi e apparati messi in atto dalle normative vigenti per dare “voce” alla pubblica amministrazione. È questa un’idea limitativa, come lo sarebbe ridurre la comunicazione d’impresa alla sola pubblicità, ignorando la capacità del sistema produttivo di rappresentare anche valori, diritti e interessi ben più ampie diversificati. Allo stesso modo, la comunicazione pubblica non è solo un insieme di figure professionali e di funzioni, ma una parte viva di un dibattito pubblico al plurale, a più voci. Chi dice del resto che a definire l’agenda setting devono essere solo pochi poteri oscuri? Al contrario: la parola “pubblico” appartiene non solo allo stato, ma a tutti i soggetti che si fanno carico, in modi diversi, di responsabilità su interessi collettivi e che dunque, come ripetono le teorie della cittadinanza attiva, sono per ciò stesso portatori di un’istanza pubblica.»
 
Concretamente che cambiamento potrebbe portare questa visione nella comunicazione pubblica?
«Innanzitutto il passaggio da disciplina tecnica, normativamente intesa, come pura dimensione organizzativa della Pa, a componente viva dello scambio civile all’interno di una società matura. Il che significa portarla oltre la “soglia minima” dettata dalla legge 150, ormai diventata limitativa, verso il più vasto orizzonte della democrazia partecipativa. Si tratta allora di dare spazio a nuovi sviluppi e alla possibilità di utilizzare la comunicazione per rappresentare anche altri bisogni oltre a quello informativo – identità di un territorio, coesione sociale, solidarietà – e sviluppare nuovi processi, che abbiano al centro non più solo il comunicatore del ministero o dell’ente, ma tutta una filiera di operatori pubblici che agiscono variamente nella dimensione relazionale del sociale. Penso ai medici, agli insegnanti, agli educatori, ma anche a soggetti associativi e imprenditoriali: tutti portatori di un’istanza pubblica tanto quanto i rappresentanti dello stato. Del resto al centro di questo modello c’è una visione non più prescrittiva e top-down del rapporto tra istituzione e società, ma partecipata e fondata sulla discussione. In Italia ci stiamo dimenticando che la comunicazione non deve semplicemente rassicurare il cittadino e “tenerlo buono”, ma deve responsabilizzarlo e aiutarlo a responsabilizzarsi autonomamente, incoraggiarlo ad “afferrare” gli argomenti che ritiene importanti per difendersi in prima persona, per essere più reattivo di fronte ai problemi, compresa la crisi. Senza aspettare la “lezione” dello stato sotto forma di omelia ministeriale.»
 
Colpisce, nella sua riflessione, il richiamo al recupero del “valore della conflittualità”, senza la quale non si dà dialettica né un sano dibattito pubblico. Qual è la giusta misura di questo valore?
«Esattamente come nella psicologia delle persone, il conflitto è di per sé un processo maturativo; quando scade nell’eccesso, però, diventa patologia. E quindi è evidente che il conflitto va temperato e che tale compito spetta alla politica. Ma questo non vuol dire sedare le conflittualità, renderle irriconoscibili, ridurle a in una linea piatta, bensì farle esprimere e metterle in condizione di generare una maturazione responsabile della vita collettiva. I conflitti “spostano gli equilibri”, e questo spostare produce anche sofferenza, dolore – basti pensare ai processi migratori. Ma nello spostare rimescolano le carte, “cambiano posto” alle cose e nel farlo cambiano anche la faccia del mondo. Per questo la comunicazione pubblica non ha solo il compito di “dire cose”, ma anche di creare spazi e dare voce. Anche al conflitto».

Daniela Panosetti