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Il commento al libro di Nadio Delai
Commento al volume di Stefano Rolando
La Comunicazione Pubblica per una grande società – Ragioni e regole per un miglior dibattito pubblico, Etas 2010

Intervento di Nadio Delai
all'Università La Sapienza, Facoltà di Scienze della Comunicazione, Roma 8 marzo 2011
 
Scorrere il nuovo libro di Stefano Rolando ha significato per me registrare tre reazioni di fondo.
La prima è quella di leggere una “biografia” per leggere una “Disciplina”. Del resto è l’autore a parlare esplicitamente nel suo testo di ricapitolazione di un percorso di vita professionale, di esperienza politica, di atteggiamento e di stile personale.
Trapela infatti dalle pagine un doppio fenomeno, solo apparentemente contraddittorio e cioè:
-        un fenomeno di incollatura stretta tra Autore (con la sua formazione, la sua esperienza intellettuale e di lavoro, la sua produzione abbondante di strumenti di analisi) e Disciplina (cui ha contribuito con una quantità rilevante di analisi, proposte di legge, sperimentazioni e ancora analisi);
-        e c’è un parallelo fenomeno di continua scollatura che l’autore vive in prima persona tra quello che effettivamente si riesce a raggiungere (e che appare essere sempre in ritardo rispetto alle esigenze di una società in evoluzione) e quello che invece si vorrebbe raggiungere (e che a sua volta è sempre in anticipo).
Da questo gioco continuo tra incollatura e scollatura prende vita e si trasforma anche il linguaggio definitorio, passando da quella che era chiamata all’inizio “Comunicazione Pubblica” per poi diventare “Comunicazione di Pubblica Utilità” e, successivamente, “Comunicazione Pubblica Sistemica” (la quale ultima fa parte per l’appunto di quello che si vuole ancora raggiungere).
E tra incollatura e scollatura si svolge la perenne rincorsa tra bisogni comunicativi che crescono e risposte che stentano ad arrivare. Ma è proprio in questo spazio “fisiologico” che vive Stefano Rolando e la sua voglia di essere consapevolmente (oltre che strutturalmente) non solo un civil servant, ma forse e sempre più compiutamente, un civic servant: e cioè un soggetto che aspira e che lavora per raggiungere un miglior livello di dibattito pubblico che dovrebbe abitare l’ambito che pone in relazione la società con le istituzioni (con un sempre più forte accento sulla prima e non solo sulle seconde come la tradizione forse ancora oggi vorrebbe).
La seconda reazione che ho avuto scorrendo il testo è che leggere una Disciplina (e la sua perenne tensione verso il mutamento) serve a leggere in filigrana la società da cui emanano i bisogni di comunicazione.
In realtà sono proprio i “ritardi” che illustrano la tensione esistente tra attese e risposte comunicative. Basti considerare che la Comunicazione Pubblica arriva quando finalmente lo Stato scopre le necessità di parlare con i cittadini, al di là e distintamente dalla Comunicazione Politica in senso stretto. E ciò è avvenuto con largo ritardo, visto che lo Stato-Soggetto era ancora sostanzialmente muto dal punto di vista comunicativo, poiché si limitava a parlare attraverso le Leggi, la Gazzetta Ufficiale, le Circolari. Mentre, al contrario, la società si trovava già ampiamente invasa dalla comunicazione. E quando finalmente l’applicazione della legge 150 apre al rapporto col pubblico cambia nuovamente il rapporto tra istituzioni e società.
Infatti quello che è avvenuto nel frattempo è che i flussi comunicativi di pubblico interesse sono diventati ancora più numerosi e distribuiti, tanto da far capo ad una molteplicità di soggetti: il che disegna una società a più poli comunicativi che va ben al di là della forma sostanzialmente bipolare su cui era stata costruita la stessa legge 150. Essa infatti prevedeva due soli protagonisti in gioco: le istituzioni, da un lato e la società, dall’altro. Nella realtà dei fatti accanto a quest’ultima esigenza si era andata formando la necessità di parlarsi in una logica di interesse pubblico intesa in senso più ampio che prevedesse non solo una modalità Stato/Società, ma anche una modalità Società/Società. Basti pensare alla cosiddetta Responsabilità Sociale delle imprese come pure ai tanti soggetti collettivi di rappresentanza degli interessi che ormai operavano ed operano, avendo chiara consapevolezza dei flussi comunicativi di tipo multipolare. E proprio per questo la Disciplina tende a cambiare nome ed anzi è l’autore ad aver spinto in questa direzione, parlando per primo di “Comunicazione di Pubblica Utilità” quando in fondo non si era ancora pienamente digerita la fase precedente e cioè quella della Comunicazione Pubblica in senso stretto.
Ed oggi, nel momento in cui si riconosce il valore fondamentale di una pubblica utilità comunicativa, diffusa e multipolare, già bisogna pensare ad una Disciplina che diventa “Comunicazione Pubblica Sistemica”, che interpreta un’era di piena Relazionalità, intesa non solo come fatto funzionale bensì come componente strutturale di una democrazia partecipativa a pieno titolo.
Insomma in un breve momento – ci spiega l’autore – la Comunicazione Pubblica non può più limitarsi a dar voce al grande soggetto statuale che si rivolge alla società. E anche la Comunicazione di Pubblica Utilità non basta più se si riconosce la molteplicità dei soggetti che vogliono far sentire la loro voce, in un gioco di retroazione continuato tra sociale e sociale e tra sociale e istituzionale.
La terza reazione ha a che fare con la necessità di leggere la società per poter declinare in maniera maggiormente appropriata i processi di comunicazione.
Non bisogna dimenticare che vicino allo scoppio delle tante “bolle” cui abbiamo assistito in questi ultimi 2-3 anni (quella della finanza, quella dell’immobiliare, quella delle materie prime e così via) abbiamo anche vissuto – e forse non ce ne siamo pienamente resi conto – anche lo scoppio di quella che potrebbe essere definita come la “bolla soggettuale”. In altre parole stiamo vivendo la fine di un ciclo del soggettivismo spinto che ha costituito il sottofondo unitario e monocorde del nostro vivere collettivo negli ultimi quindici anni: il pensiero unico della globalizzazione, della competizione spinta, dell’individualismo senza limiti, del successo anche a scapito degli altri, con la perdita di attenzione per il tema della coesione sociale costituiscono altrettanti fenomeni del ciclo che si sta esaurendo.
Mentre, al contrario, sta nascendo sotto traccia un ciclo nuovo con una forte domanda di Vita Buona, all’interno del quale tornano a giocare un ruolo importante la presenza di un sistema di regole (non solo da osservare ma anche osservate), il bisogno di avere una vita collettiva che abbia anche il sapore della comunità e quindi si basi sul rispetto ed anzi sulla tutela e sulla promozione della coesione sociale come uno strumento che dà senso e valore alla convivenza e produce uno sviluppo più solido e duraturo.
Ed è proprio qui che prende corpo il passaggio (ancora tutto da cogliere, da interpretare e da comunicare) tra Ciclo della Soggettualità e Ciclo della Relazionalità: sia che si tratti di vita individuale, di vita aziendale, di vita istituzionale o di vita associativa.
Per questo è interessante guardare al libro di Stefano Rolando che non solo ricapitola un percorso ad un tempo personale e disciplinare, ma che apre su un futuro da perseguire quando parla di Comunicazione Pubblica Sistemica: con ciò spostando in avanti la bandierina, come sempre ha fatto in passato anticipando i tempi e declinando con costanza la sua voglia di “essere al servizio” ormai non più e non solo dello Stato ma anche di una società civile che vuole crescere e contare.
 
Nadio Delai
Presidente Ermeneia – Studi & Strategie di Sistema