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Alceo Riosa (1 maggio 2011)
 
Ha dedicato la vita agli studi sul movimento sindacale ed operaio. E proprio il primo maggio ha dovuto chiudere, prematuramente, quella sua vita. Una strana, ormai inusuale e speciale atmosfera ha caratterizzato il suo congedo laico al Cimitero di Lambrate. Sono sempre difficili le cerimonie prive della liturgia e del contesto delle chiese. Il luogo cimiteriale, lo spazio anonimo, l’immensa centralità di una bara, tutto ciò rende la parola essenziale, un’architettura immateriale importantissima. Spesso insufficiente. Questa volta splendidamente accarezzante l’amico, il collega, il compagno, il parente da cui è difficile separare la memoria di infinite vitalità dalla necessità di parlarne al passato.
 
Alceo (nato nel 1939 a Monfalcone) era una persona colta, ironica, brillante. L’ho conosciuto nell’appartenenza alla redazione di Mondoperaio alla fine degli anni ’70, per poi averlo interlocutore di tanti eventi, di tante ricorrenze, negli anni miei alla Presidenza del Consiglio, dove il suo presidio – civile (vicepresidente della Fondazione Brodolini) e scientifico – di una problematica al tempo non marginale (il lavoro!) era garanzia di assicurare anche idee, persone, spunti agli eventi che – in sede istituzionale o in sede politica – si dovevano affrontare. Tornato io a Milano, in altro ambito universitario, le occasioni non sono state frequenti. L’ultima ai tavolini della pasticceria Cucchi, sotto casa mia, per commenti sugli stravolgimenti dei mondi che abbiamo conosciuto. Senza retorica, senza rinunciatarismo, senza reducismo. Chi pensa, scrive, produce, non vede mai il mondo finito, perché infinita è l’opportunità di interpretarlo e di descriverlo. Che sia poi anche infinita la possibilità di cambiarlo, ciò effettivamente rende le opinioni oggi piuttosto deboli, infragilite, con un tremendo senso del limite che fa chiamare ora “utopie” le cose che erano alfabeto di base dei nostri anni migliori. A quelle utopie Alceo Riosa aveva dedicato un libro molto importante, Rosso di sera, pubblicato da Ponte alle Grazie nel 1996. Il Corriere della Sera – in una recensione di Dario Fertilio che conservo – l’aveva presentato come strumento per riflettere su una questione allora come ora per nulla banale, il senso di una storia appassionata di utopie che hanno preceduto il socialismo deformato dallo stalinismo ma anche dal professionismo burocratico; “presa d'atto di un tramonto definitivo, oppure annuncio di una possibile nuova alba socialista?”.Una comunità commossa, una cerchia di persone colte e delicate che hanno portato con un certo anonimato frammenti colorati della storia di un intellettuale, la capacità di resistere all’applauso (sfogo di cerimonie invece dove la parola sostanzialmente è simbolo alto ma astratto), la restituzione di compresenze (tra cui l’ultima, di un ritorno alla passione per la sua “giulianità”, con studi su una città amata, Trieste, in quell’Adriatico irredento, pubblicato da Guida nel 2009), così il saluto di Milano al professor Alceo Riosa. Come è stato di recente anche per Giorgio Rumi – pilastro della scuola storica milanese di matrice cattolica – cerimonia intensa, nell’assenza dei media (fatto salvo il bel pezzo di Arturo Colombo sul Corriere del 4 maggio), delle istituzioni e della politica. Già, lo stravolgimento maggiore – a cui dobbiamo, dobbiamo porre qualche rimedio – è che la rappresentazione della comunità è altrove rispetto a ciò che è storia, tradizione e contenuto vivo della sua ancora incompiuta evoluzione.