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La comunicazione d'impresa

Tra gli anni giovanili della passione giornalistica e i primi dieci anni di “laboratorio istituzionale” sulla comunicazione pubblica, si collocano (prima degli otto anni dedicati al sistema televisivo e cinematografico) un quinquennio di rilevante esperienza professionale in quasi tutti i segmenti della comunicazione di impresa.

    

  • L’ambito della RPR di Mario Lucio Savarese era a Roma (e poi anche con una sede a Milano) uno dei rari segmenti in cui prevaleva la cultura creativa aurorale rispetto a grandi aziende clienti che chiedevano la mediazione dell’agenzia rispetto al meglio della creatività esistente nel campo della cultura italiana (risentendo in questo delle esperienze pubbliche di Civiltà delle macchine e delle esperienze olivettiane).
  • La spinta al giornalismo trovò il canale delle riviste aziendali (in particolare il trimestrale Rivista Finsider che l’azienda del gruppo Iri (i cui dirigenti seguivano strettamente il lavoro di agenzia, tra cui Emilio Acerna in Iri Luigi Ceccarelli e Carlo Siciliani in Finsider, Dario Faggioni in Dalmine, Giovanni Ansaldo in Italsider) affidava integralmente alla RPR con il presidio di Luciano Rebuffo), la creatività fu messa al servizio di una brillante produzione di documentari (suoi i testi della serie storica sul ferro nella tradizione etrusca) a cui lavoravano tra gli altri Valentino Orsini, Corrado Farina e Renato Mazzoli; la grafica divenne un ambito di specialistica gestione delle problematiche di brand di grandi aziende italiane (in un campo in cui Riccardo Felicioli era certamente tra i più competenti e in cui cresceva la collaborazione di Fulvio Ronchi), la pubblicità divenne un segmento per iniziative “su misura” (con i migliori fotografi e copyrwiter), le capacità organizzative erano preziose soprattutto le esperienze di comunicazione integrata e le grandi fiere (con performances fisse a Milano, Bari, Lipsia).
In questa cornice trovarono posto le esperienze di presenza coordinata all’estero delle migliori aziende italiane attraverso le rassegne del cinema industriale o attraverso le performance di grandi artisti. Nacquero così per l’autonoma iniziativa di un giovane dirigente che stava professionalmente crescendo le esperienze di “Firma Italia portate in quegli anni in Persia, poi in Brasile e programmate per il Venezuela e per la Cina.

 

Grazie a questo periodo ho potuto dare un contributo nei successivi anni – anche di formazione professionale dei miei collaboratori – in un settore (come quello delle istituzioni) poverissimo di dimensioni professionali solo perché l’azienda pubblica italiana, negli anni forse migliori e più consapevoli della forza del settore,aveva un presidio comunicativo che tendendo più alla corporate communication che al commerciale sembrava fatto apposta per essere una nave scuola di quella che poi chiameremo comunicazione pubblica. Ho capito che non si può comandare nessuno in questi campi se non sai spiegargli tecnicamente perché quello che sta facendo è bello o brutto. E ho capito che anni dopo una carta modalità di concepire le privatizzazioni ha liquidato in modo autolesionistico un pezzo di rilevantissima classe dirigente del Paese.