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Franco d'Alfonso: Pisapia un riformista (13 novembre 2011)
PRIMA ASSEMBLEA NAZIONALE DEL NETWORK PER IL SOCIALISMO EUROPEO
Intervento di Franco D’Alfonso, assessore del Comune di Milano
Passignano sul Trasimeno, 13 novembre 2011
 
Nel bel libro intervista a Giuliano Pisapia Stefano Rolando ad un certo punto chiede al suo interlocutore come si definirebbe politicamente ottenendo una risposta secca : “un riformista”.
Allora “a Milano hanno vinto i riformisti”? I socialisti abituati ad avere ragione in ritardo, questa volta l’avrebbero da morti. Infatti non è una ricostituita forza socialista, baricentro ideale di una composita coalizione, che ha vinto le elezioni amministrative più simboliche degli ultimi venti anni Anzi, queste elezioni segnalano la definitiva estinzione dei socialisti come forma partito.Non v’è dubbio che la diaspora politica socialista si sia caratterizzata a lungo, soprattutto a Milano, per inconcludenza ed irrazionalità ed in pochi potevano pensare che avrebbe potuto trovare, come ha trovato, a Milano una sua nuova vitalità e funzione, uscendo dal velleitarismo rancoroso dei reduci del Psi (quello vero) e dalla nullità politica del simulacro che ne porta ancora il nome. Questo è stato possibile perché nello studio di Pisapia si è raccolto quasi un anno fa un piccolo gruppo di amici ed esponenti politici di provenienza di sinistra estremamente eterogenea accomunati da una volontaria marginalità rispetto alle oligarchie ed alle parodie di partiti e partitini della sinistra milanese che ha iniziato da subito a lavorare su una ipotesi molto semplice : per tornare a vincere a Milano si doveva operare in maniera opposta rispetto a quanto fatto fino ad allora, con tempi e metodi dettati da un Partito Democratico alla eterna ricerca di un “papa straniero” , vagamente centrista , con il quale cercare di conquistare una maggioranza che per sei volte era rimasta un miraggio. A Milano la sinistra non è mai andata oltre il 40% ma ha avuto la guida della città in tutti i momenti di svolta e sviluppo con Caldara nel 1913 , con Greppi nel 1946 , con Cassinis prima ed Aniasi poi negli anni sessanta e settanta, infine con Tognoli fino alla fine del secolo , grazie ad un'alleanza con la borghesia “illuminata” laica e con la forte componente cittadina cattolico-liberale : partendo da questa semplice considerazione si è definito il profilo del candidato “ideale” che è cosa tutta diversa dalle imitazioni di berlusconismo e di leghismo che inevitabilmente scomparivano di fronte all'originale , scegliendo una persona con una chiara storia di sinistra, lontano dalle derive nuoviste e giustizialiste , con una capacità di dialogo e tessitura politica di alleanze che una volta avevano i partiti della sinistra laica e riformista .
La scommessa era che il professionista di successo , membro di una delle famiglie milanesi più note e rispettate, una storia di impegno politico e sociale in città , garantista e difensore della legalità e dei diritti senza ombre , un passato di parlamentare che gli ha guadagnato il rispetto unanime di tutte le parti politiche manifestasse una leadership in grado di reggere una partita politica totalmente esterna ed almeno inizialmente in contrasto con le burocrazie di partito votate al detto “sconfitta sia basta che sia mia” . Pisapia ha prima imposto le primarie, candidandosi senza alcuna negoziazione partitica, poi le ha vinte contro la “solita” scelta esterna del Pd , infine ha gestito gli scossoni post primarie in maniera tanto accorta da riuscire a mettere in campo la coalizione di liste e partiti più ampia della “seconda repubblica” , dai “moderati civici” ed i Radicali fino ai comunisti di tutte le confessioni, senza nessuna polemica nei confronti di un Pd pure uscito ferito ed umiliato dal confronto. Pisapia ha rivendicato fin dal primo momento la “continuità” con la storia della sinistra milanese e quindi con il socialismo municipale, sia attraverso atti simbolici come la partecipazione all'annuale raduno socialista di Volpedo sia soprattutto attraverso atti politici , quali il recupero delle buone pratiche di confronto con la società milanese nelle sue diverse articolazioni associative e, soprattutto, il ritrovare lungo vecchi sentieri abbandonati da anni una classe dirigente politica e cittadina che era stata dimenticata . La grande abilità di Pisapia è stata quella di impedire che questa fosse un'operazione nostalgia o di rinverdire vecchi rancori, ma fosse una riscoperta di un'antica “scuola” che è in grado ancora di produrre risultati apprezzabili sul piano delle idee : è nato anche così il “Comitato del 51%” animato da Piero Bassetti che ha raccolto oltre cento professionisti ed esponenti della società milanese che hanno costituito l' agorà politica dove si sono svolte con successo le prove di nuova alleanza tra una sinistra che non si vergogna di sé stessa ed un centro che ragiona in termini di sviluppo e non di egoismi .
E' così che Pisapia politico di sinistra non partitico ha suscitato un'alleanza “mitterandiana”, ( confermata dallo slogan della campagna “La forza gentile” che richiama la “forza tranquilla” di Seguela per il primo Mitterrand ) basata su un “gauchismo” creativo e propositivo ed un riformismo meneghino pragmatico ed inclusivo , che prima ha battuto quel che resta del progetto degli eredi della sinistra Dc e del Pci poi ne ha lanciato uno di speranza inclusivo.
Quello che Giuliano ed i suoi collaboratori hanno fatto a Milano è stato recuperare un metodo di analisi e di lavoro, ingaggiare una battaglia politica “interna” attraverso le primarie che ha permesso di recuperare un rapporto straordinario con il proprio “popolo” ed infine confrontarsi con l'avversario politico su un piano di governo della città : esattamente quello che i vecchi partiti della sinistra, con le loro vecchie classi dirigenti impegnate nello studio e nel confronto prima che nell'apparire in televisione hanno fatto per anni con risultati a volte negativi ma più spesso vincenti .
Ma l’arancione di Pisapia colora su una precisa scelta politica, quella di un rinnovato municipalismo riformista che aveva come riferimento le esperienze dei sindaci socialisti e riformisti di Milano la cui essenza era, come diceva il sindaco Caldara , nel riconoscimento che il Comune, nel rapporto con lo Stato, fosse come la cellula nel corpo umano, e che la forza della cellula derivava prevalentemente dalla sua capacità autonoma di fornire servizi pubblici. In questo l’assonanza con le tesi di don Sturzo e del federalismo cattolico liberale sono molto strette : un altro segnale politico di “ritorno” , pensando all’apporto significativo dato al cambiamento a Milano dal cardinale Tettamanzi .
Oggi le mutate condizioni socio-economiche richiedono forti innovazioni nel rapporto cittadini/amministrazioni pubbliche.
A Milano abbiamo incominciato a individuarle e soprattutto a praticarle, contribuendo a definire un nuovo modo di organizzare la democrazia e la partecipazione, avendo però ben chiaro l’obiettivo di ridare al Comune quel ruolo originario espropriato prima dal fascismo e poi, nella seconda metà del secolo scorso, dal crescente centralismo fiscale. Un obiettivo che non può essere conseguito solo localmente ma ha bisogno di una nuova politica nazionale.
Un’altra lezione che viene da Milano,ma anche da Napoli, Cagliari ed altre città riguarda certamente la comunicazione politica. Quella legata alle opzioni nazionali è ancora dominata dalla tv. Il “contenitore città” è stato soggetto del cambiamento anche perché ha fronteggiato le tv con le dinamiche molecolari proprie di una città: la rete, intanto, che virtualizza ma accomuna, quindi mantiene distanze ma crea anche vicinanze, le piazze, i muri, i luoghi di vita e lavoro. Le città sono state protagoniste di partecipazione e di comunicazione, l’opzione del cambiamento ha generato forme relazionali e comunicative che hanno respinto la passività dell’ascolto televisivo. Ilvo Diamanti ha colto qui la conferma di un dato storico: le città consentono anche sperimentazione politica che il quadro politico nazionale non riesce a promuovere (negli anni ’60 e ’70 si diceva che i luoghi di anticipazione di nuovi assetti politici in Italia erano il Comune di Milano e il Consiglio di amministrazione della Rai). Per questo si apre una politica di riverbero, sull’area metropolitana, sulla Regione, sul Paese che non segue solo la pista dell’economia (investimenti, occupazione, ripresa produttiva) ma anche la pista della politica. E’ il banco di prova di quello che qui abbiamo chiamato “laboratorio riformista”. Welfare e benessere – per cui mancano le risorse a Roma – potranno trovare fonti di copertura a Milano? E qui l’ipotesi che le città tornate alla politica del “miglioramento per tutti” premano ora – in forma più coordinata – sul “federalismo sensato” ha un suo fondamento. Con il federalismo – discusso a larghe e realistiche convergenze – si genererebbe un riformismo al tempo stesso creativo e competitivo.
Insomma il “laboratorio” potrebbe esprimere a breve anche una sinistra capace di alleanze così ampie da coinvolgere l’unico fattore che – come lo ha già fatto quindici anni fa – sbarra la strada a un governo del centro destra moderato e si pone di fronte all’altra grande fondamentale sfida politica, quella del rapporto tra città e comunità di popolo dell’Europa e le istituzioni tecnocratiche . Tema affascinante che per essere affrontato richiederebbe un secondo e più ampio capitolo.
La conclusione di questa cronaca di un successo per nulla annunciato tiene conto del profilo in sé di una città che ha recuperato un patto di ritorno alla politica per giovani e anziani, rinsaldando piazze e studi professionali, biciclette e mezzi pubblici, residenti ed immigrati dove si è aperto il capitolo della formazione di un gruppo dirigente che è un profilo su cui le alleanze sociali maturate in campagna elettorale non tarderanno a dare convinti consensi o dissensi senza sconti (Piero Bassetti ha parlato di “coro greco” in funzione, che come si sa non tace facendo tappezzeria ma approva o disapprova rumorosamente).
Il movimento arancione , la “buona politica” che tutti assieme, travolgendo inutili steccati partitici, abbiamo contribuito a mettere in moto  deve misurarsi con una realtà difficile e complessa come l’amministrazione di Milano , con un orizzonte proiettato sul ciclo di un quinquennio che non può essere condizionato dall’esasperazione quotidiana della verifica del livello del consenso ; al tempo stesso però l’esperienza milanese è già un importante riferimento , direi quasi un indispensabile punto di ancoraggio e di speranza per l’intero Paese, quasi senza distinzione di campo politico. I tempi della politica “nazionale” non sono quelli dell’amministrazione, i rischi di una deriva del nostro Paese ai margini dell’ Europa sono reali .
Il dilemma, per noi milanesi , è tra lo sviluppare una nuova politica basata su partecipazione, trasparenza, responsabilità civica ,nella convinzione che l’esempio positivo possa essere lievito di un rinnovamento per tutta l’Italia ovvero impegnarsi in maniera più diretta ed attiva, correndo tutti i rischi derivanti dalla necessità di conquistare e non di mantenere un consenso che permetta di governare.   Ma tutto ciò per ora è solo un “post it” nel quadro di una politica nazionale che ha ricevuto una robusta scossa ma che – a destra e a sinistra – è ancora lontana dall’avere imboccato una strada quale che fosse per uscire dall’inconcludenza di una Seconda Repubblica .