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30/06/2008 - Presentazione del libro Quarantotto presso la Sala del Giubileo dell’Università LUMSA

Scheda di sintesi della presentazione del libro Quarantotto presso la Sala del Giubileo dell’Università LUMSA, Roma 30 giugno 2008. Interventi di Giuliano Amato, Luigi Berlinguer, Simona Colarizi, Giuseppe De Rita, Fiamma Mignella Calvosa  
di Margherita Drago

 

Malgrado il caldo tropicale dell’estate, la Sala del Giubileo dell’Università Lumsa ha visto una forte e attenta partecipazione di pubblico alla presentazione romana di Quarantotto di Stefano Rolando.
Ha portato i saluti dell’ateneo Fiamma Mignella Calvosa che dirige il corso di laurea in Scienze dell’Amministrazione, scusando l’assenza per cause di forza maggiore sia del rettore prof. Dalla Torre che del ministro Renato Brunetta e ricordando che l’autore è stato docente della Lumsa negli anni ’90 aprendo lui stesso – tra i primi in Italia – il corso di Teoria e tecniche della comunicazione pubblica e avendo l’ateneo in varie occasione presentato a Roma i suoi libri professionali o accademici. Questa volta – segnala Mignella Calvosa – siamo di fronte a una scrittura più ampia, di natura civile, che apre un dibattito di cui c’è vivo bisogno sulla memoria e sull’identità non solo di una generazione ma anche per le nuove generazioni.
Simona Colarizi, storica contemporaneista dell’Università La Sapienza di Roma, ha inquadrato il testo (“in sostanza libro di storia”) nel sessantennio di storia della Repubblica e della sua Costituzione, pur avvertendo che “la scrittura è ispirata a passione civile più che al distaccato linguaggio storico” ma costituisce un contributo che interpreta i sentimenti di una generazione centrato sulla relazione tra le esperienze di due città chiave del paese, Milano e Roma, con appartenenze nelle culture politiche del riformismo italiano, con la tensione progettuale che ha accompagnato una lunga stagione della vita pubblica e con i ritratti di grandi protagonisti di questa stagione. “Anche se quell’esperienza è leggibile come una storia di difficoltà o forse anche di impossibilità delle riforme”. Una tensione che non pare attenuata nel presente, pur nel quadro di un contesto di smarrimento delle antiche appartenenze.
Giuliano Amato – che fu all’origine della chiamata dell’autore a responsabilità nell’ambito delle istituzioni di governo (“e che ha compiuto l’inusuale esperienza di passare da tali responsabilità al ruolo universitario” – ha tracciato una lettura delle testimonianze che il libro presenta nell’esperienza “non di una generazione, ma di quella parte di generazione che ha scelto con coerenza di visione e comportamenti il riformismo” e che oggi ha diritto di chiedersi se il senso di sconfitta di un percorso individuale e collettivo sia giustificato o frutto di manipolazione o sovvertimenti che l’autore identifica anche in un lungo periodo di “sonno della memoria”. “L’evoluzione di un pensiero, di una appartenenza, di un percorso condiviso stimolano la ripresa in esame di identità un po’ spezzate, ma che hanno espresso anche punti fermi senza tentennamenti, come il ripudio della violenza e del terrorismo”. 
Luigi Berlinguer – che pure alla fine degli anni ’90 chiamò l’autore in una complessa esperienza di collaborazione sui temi comunicativi nella stagione delle riforme della scuola – ha ricondotto la lettura del filone principale dei ricordi che il libro allinea alla “rivendicazione di un percorso intellettuale e politico dei socialisti italiani, in un confronto a tutto campo, soprattutto nel duello a sinistra con i comunisti”, ma che registra oggi il dispiacere, il disappunto, la condizione di disagio per non vedere quell’esperienza accolta nelle nuove condizioni della politica riformista (come la lettera a Piero Fassino pubblicata nel libro esprime). “Forse essendo difficile oggi immaginare di integrare nel quadro attuale l’esperienza, pur con tante sue ragioni, dei socialisti intesi come un’unica famiglia”.
Giuseppe De Rita – ricordando la lunga collaborazione con l’autore in tante e diverse stagioni professionali, dalla Presidenza del Consiglio al sistema regionale – ha osservato che, al di là della questione delle appartenenze, il libro solleva il tema delle generazioni “che hanno fatto il loro dovere nei confronti del bene pubblico”, trovando dialogo tra generazioni diverse e tra appartenenze diverse. “Un lungo percorso di ricerca e di proposta caratterizza Stefano Rolando – come ha caratterizzato il lungo lavoro del Censis – e riguarda quello che l’autore chiama il branding pubblico, cioè il buon nome del nostro sistema paese”. Nelle pagine di ricordo personale che l’autore ha dedicato ai suoi “cattolici preferiti” (cioè lo stesso De Rita e Piero Bassetti), si coglie il bisogno di leggere quel pensiero cattolico-liberale nella scia di pensatori politici e civili che hanno operato per consolidare l’identità della nazione.
Ad ogni relatore è piaciuto un brano diverso di una prosa scorrevole e spesso divertente. A Giuliano Amato il ricordo di un tentativo dei primi anni ottanta di far fare a Federico Fellini “un film a basso costo”. A Giuseppe De Rita la descrizione, nell’introduzione, della cittadella funeraria del Partito Comunista al Verano. A Luigi Berlinguer la memoria di un dialogo politico a sinistra polemico nei contenuti e rispettoso delle persone. A Simona Colarizi gli anni sessanta tra il caso Zanzara a Milano e l’alluvione di Firenze. A Fiamma Mignella Calvosa il controverso bilancio delle eredità generazionali, tra quelle avute e quelle oggi in scambio con i giovani. 
Stefano Rolando, in conclusione, ringraziando i presentatori “per la ricompensa generata dalle parole espresse” ha brevemente ricordato la genesi di un libro che allinea centotrenta scritti dall’età giovanile a oggi, non allo scopo di tenere lo sguardo sul passato ma “per potere parlare ai giovani, soprattutto nell’ambito dell’università, contestualizzando le riflessioni sul passato prossimo in modo meno stereotipato (ragione per cui si parla di un percorso dei socialisti anche per rispondere allo stereotipo invalso dei “socialisti tutti delinquenti”)”. Intanto aprendo un “diritto di proposta” sui temi di oggi, dalla lotta alle mafie, alla riforma della PA, ai nuovi diritti umani, al rilancio di una riflessione sull’identità nazionale. Dunque non bilancio di una generazione ma piuttosto “per il confronto di generazioni”.