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Vincenzo Consolo (23 gennaio 2012)
La scomparsa di Vincenzo Consolo - uno dei tre più grandi scrittori siciliani della seconda metà del '900, insieme a Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino -
è per me dolorosa notizia per tre ragioni. Perchè la sua scrittura - in particolare Retablo - è all'origine di storie personali di natura misteriosa e affascinante che ho scritto nel libro Quarantotto (Bompiani). Perchè come presidente della Giuria del Premio Internazionale della Unione Latina (con membri personalità del livello di Jorge Amado e Josè Saramago) l'ho premiato alla fine del mio mandato e lui ha accettato di subentrare in quella presidenza con ben altra autorità culturale e letteraria. Rimanendo in amichevole corrispondenza. Perchè nella sua storia culturale e civile - come in quella di molti altri siciliani (come mio nonno) - vi è una parte di vita a Milano, con la formazione di giudizi importanti per comprendere le grandezze e le involuzioni di questa città.
L'ultimo ricordo è un simpatico indirizzo del suo ristorante preferito a Sant'Agata di Militello - mi pare di ricordare "Carletto" - sul lungomare, in occasione del viaggio  di "iniziazione" di mia figlia Amelia in Sicilia (che io avevo fatto con mio padre a otto anni), dove mia figlia ha smesso di dire che non le piaceva il pesce. Per la sua scomparsa  Domenico Cacopardo, consigliere di Stato, da un po' residente a Parma ma siciliano di origine, ha avuto la cortesia di mandarmi il ritratto di Consolo che ha scritto per la Gazzetta di Parma, che qui aggiungo come memoria culturale e affettiva di questo grande intellettuale.  

Gazzetta di Parma 24 gennaio 2012
 
Vincenzo Consolo
Domenico Cacopardo
 
Così, in silenzio, appartato come solo un poeta sa essere, se n’è andato.
Vincenzo Consolo non c’è più e riposa nel Paradiso dei giusti.
Di sicuro non avrebbe gradito l’ondata di parole retoriche con le quali viene celebrata la sua figura e decantate le sue opere. In tanti non sono sfuggiti alla tentazione di raccontare la propria amicizia con Vincenzo, più per sottolineare il proprio ruolo che per fare comprendere chi fosse il nostro autore più importante, l’unico italiano vivente al quale la Sorbona abbia mai dedicato un convegno.
Piccolo e asciutto, schivo, ma anche dolce e tagliente, Vincenzo Consolo era, a tutti gli effetti, un autentico siciliano. Da Sant’Agata di Militello si trasferisce a Milano per studiare legge alla Cattolica. Una scelta, quella della Cattolica, come tante: il suggerimento di un amico che già studiava lì. Il ritorno in Sicilia, la laurea a Messina (a quei tempi una delle più prestigiose facoltà di giurisprudenza del Paese)  il primo romanzo “La ferita dell’aprile”, l’insegnamento, la pratica notarile a Lipari e, infine, il ritorno a Milano, dopo la vittoria di un concorso alla Rai: lavora a Rai 3, la rete a vocazione culturale.
Nel 1976, esce “Il sorriso dell’ignoto marinaio” ed è la consacrazione. A dire il vero, una prima consacrazione, Consolo l’aveva avuta da Leonardo Sciascia, al quale era molto piaciuto “La ferita dell’aprile”, tanto che aveva aperto le porte di casa sua al giovane messinese. Certamente, “Il sorriso…” lo pone all’attenzione del grande pubblico e della grande critica.
Lo scrittore Vincenzo Consolo ha rappresentato allo stesso tempo la continuità e la discontinuità rispetto a Leonardo Sciascia, pur rimanendo nel solco della letteratura non indifferente, quella che narra ciò che vuole narrare all’interno di una visione etica del mondo.
La Sicilia è il suo orizzonte illimitato: benché viva a Milano dalla fine degli anni ’60, trova nelle storie e nei costumi dell’isola i motivi fondamentali della sua poetica. Come solo i grandi scrittori fanno, pur raccontando vicende radicate in un territorio, riesce a essere scrittore universale, interprete dei temi fondamentali dell’animo umano, dall’avidità, all’amore, all’invidia, al dolore. E interprete dell’ingiustizia che albergava e alberga nelle nostre contrade, nelle nostre famiglie, nelle nostre istituzioni. Una Sicilia paradigma del mondo, di una condizione che punisce i deboli e premia i forti, che si giova di complicità sorte nelle più sordide pieghe della società.
Una scrittura forte e immaginifica, giocata sul ritmo di vocali, sillabe e parole, talché la sua pagina di prosa è sempre il susseguirsi di suggestioni poetiche, di ritmi poetici, di versi scritti in prosa.
Il romanzo che più amo, tra i suoi, è Retablo, la storia del settecentesco viaggio in Sicilia di Fabrizio Clerici, nobile milanese, accolto a Palermo da un’improbabile guida, il monaco smonacato Isidoro. Un viaggio che mostra i termini della Sicilia attuale, dove nulla è come appare e dove c’è sempre un’altra verità: la doppiezza di una società legale e illegale, capace di produrre Giovanni Falcone e Totò Riina.
Un libro, Retablo, che sarebbe meritorio porgere in lettura alle giovani generazioni, quelle di cui si dice che siano “senza speranza”, abbandonate nelle strade di Messina o di Sant’Agata in attesa di qualcosa e qualcuno che non verrà.
Un letterato e un uomo. Un uomo morale, un intellettuale impegnato non e non solo (anche se, alla Zola, mediante la narrativa metaforica) nel racconto a forti contenuti sociali, ma soprattutto pronto a schierarsi con tutti coloro che, nella nostra amara terra, hanno testimoniato e testimoniano della legalità, della esigenza di pulizia, del rifiuto di ogni compromissione.
Questo e tanto altro era Vincenzo Consolo: come raccontare il suo periodare pacato, comprensivo, la sua disposizione all’affettuosità, che andava dalla quotidiana ospitalità alla sua tavola di un giovane immigrato ecuadoregno, all’accoglienza di chi lo cercava, dalla Sicilia o da ovunque?
Una apertura non ingenua, ma fondata sui valori del rapporto umano, che non distingue tra ciò e chi giova e ciò e chi porta solo se stesso e il proprio carico di problemi.
Molti i ricordi personali, che intendo custodire in me. L’unico che voglio riferire, riguarda l’emozione che Vincenzo Consolo ha provocato il 30 ottobre 2010, tra coloro che erano venuti ad ascoltarlo nella Rocca di Sala Baganza. Una emozione indicibile che non aveva colpito me, come naturale, ma tutto il pubblico emiliano, teoricamente lontanissimo dal mondo che lui ha raccontato. Piccolo, minuto, su una seggiola vecchio stile al centro della salone, ha raccontato con semplicità totale se stesso e il mondo delle sue opere. Alla fine, i tanti che c’erano non volevano distaccarsi: lo circondarono, lo accompagnarono all’uscita tempestandolo di domande.
Con lui, quella sera, come sempre, Caterina, la compagna di una vita, l’ordinatrice delle sue carte, la scrivana informatica: milanese diretta, senza eufemismi, solida e generosa, l’ha accompagnato sino alla fine, tenendogli la mano e carezzandogli l’anima.
Addio, Vincenzo. Anzi, a rivederci.