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Workshop sulla Rai al Master Maspi in IULM (27 febbraio)
Workshop in IULM al Master MASPI (comunicazione pubblica)
insieme al corso di Politiche pubbliche per le comunicazioni
Una simulazione manageriale per una pre-riforma della Rai tesa a ridisegnare i modelli produttivi, aumentare la capacità produttiva e diminuire peso della burocrazia.

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L’ing. Luigi Mattucci e il prof. Stefano Rolando 
hanno condotto in IULM il laboratorio il 27 febbraio
 
(Milano 27 febbraio 2012) – “Supponiamo che un grande giornale, importante nel formare l'opinione pubblica del paese, viva la trasformazione civile e politica che ci sta attorno con una certa sensibilità che significa un aumento della capacità critica e interpretativa delle redazioni, rispetto al bisogno di prudenza che la direzione di quel giornale si è impegnata a mantenere, anche per imposizione del marketing della azienda editrice che tende a non scontentare nessuno. Conflitti, tensioni, articoli rifiutati, trasferimenti, nuova organizzazione. Alla fine nel management c'e qualcuno che comincia a dire che mantenere l'impianto produttivo interno è un costo eccessivo, non compensato dai ricavi. Così a un certo punto il direttore comincia a far scrivere - pagando poco, un pezzo alla volta - firme esterne, diminuendo lo spazio degli interni. Il direttore spiega che si tratta di "iniezioni" di grandi firme. Ma a guardare bene per una firma importante altri tre sconosciuti si trovano in questo fortunato coinvolgimento. Per un po' ci sono proteste, poi si formano "nuovi" equilibri produttivi”.
E’ cominciato così – con questo paragone – l’annunciato workshop condotto in IULM dal prof. Stefano Rolando (direttore del Master in Management della comunicazione politica, sociale e istituzionale e titolare del corso di Politiche pubbliche per le comunicazioni) insieme all’ing. Luigi Mattucci (dirigente storico della Rai, di cui è stato vice-direttore generale e presidente di Raisat).
Questa vicenda è quella che è toccata alla Rai – ha continuato l’ing. Mattucci - a mano a mano che i gruppi politici di controllo hanno avuto insofferenza verso il professionismo interno (troppo sindacalizzato, polemico contro il precariato del lavoro e con qualche tendenza a non sentirsi sudditi) fondandosi sempre su ragionamenti di convenienza economica. Ragionamenti alcune volti giusti, altre volte invece stressati. Il trasferimento di molta attività produttiva verso gli appalti esterni e verso l'acquisto dei format ha creato ambiti di produzione privata che ha ricevuto dalla politica la garanzia di avere pro-quota una soglia di lavoro sostanzialmente assicurato, in cambio di contenuti controllati e trasferendo su privati-condizionati l'onere di far lavorare personale artistico e creativo "su misura". In questa cornice si e' ricollocata al di fuori di controlli e vigilanze istituzionali una parte essenziale della produzione soprattutto di intrattenimento. Con episodi scandalosi che hanno riempito le cronache politiche e giudiziarie, fino a episodi di sconcertante complicità tra politica e management interno”.
Si scrive così, a chiare lettere, la questione che va sotto il nome di "modelli produttivi" che si ritrova prepotentemente al centro dell'annunciato dibattito sulla riforma della Rai che, se non trova risposte preliminari, non porta poi a nessuna nuova riforma della Rai.
Quale dovrebbe essere  l'abilita' di eventuali "riformatori"? Dice il prof. Rolando: “Quella di restituire autonomia alle strutture editoriali della Rai in un quadro di costi contenuti al fine di dimostrare che il modello di rilancio produttivo può stare in piedi. Il che non significa internalizzare tutto. Significa usare con più rigore la leva degli appalti, trovando equilibri di costi e di sperimentazione. Ed e' una abilità che dipende sostanzialmente dalle regole imposte dall'azionista (ovvero ora il governo Monti) non contenuta in nuovi accordi del sistema politico per far finta di cambiare le cose allo scopo che nulla cambi”.
I partecipanti hanno chiesto: ma come si fa a mantenere un simile progetto in condizione di costi contenuti? Dice Luigi Mattucci: “Con interventi decisi attorno alla autonomia produttiva, la Rai potrebbe anche assumere un orgoglio di prodotto sentito dal cittadino come una forma di maggiore servizio culturale che, se spiegato con adeguata comunicazione, può generare un po' di recupero sull'evasione, magari liberando un po' di risorse pubblicitarie a vantaggio di altri soggetti del sistema che sono penalizzati nel mercato pubblicitario”.
In effetti in una breve ma precisa analisi l'editorialista economico del Corriere della Sera Massimo Mucchetti ha scritto cose simili nei giorni scorsi (Corriere della Sera, 23 febbraio 2012) auspicando una pre-riforma per la Rai centrando gli interventi nella formula "più produzione, meno burocrazia". Che come si vede non sono parole generiche, se ricondotte ad una analisi sulle patologie che hanno modificato nel tempo natura e qualità del servizio pubblico radiotelevisivo.
Insomma è stato questo  l’approccio, in grandissima sintesi, che ha animato il laboratorio universitario intitolato "Nei panni dell'Azionista della Rai che volesse rilanciare produttivamente l'azienda creando così le condizioni di una sensata e possibile riforma" condotto con studenti di scienze della comunicazione in tesi o in specializzazione, che ha prodotto interessanti reazioni. Il documento che e' stato illustrato come un caso di simulazione manageriale e' in rete al link 
e sarà alimentato dalle osservazioni dei partecipanti.
I giovani hanno ancora  chiesto: ma la politica davvero lascerebbe fare ora una sperimentazione di questo genere che in fondo toglie alla politica stessa uno spazio di potere?
Ha risposto in conclusione il prof. Rolando: “Mantenere il diritto all'indirizzo e al controllo (cioè uno snello CdA previsto dalla legge) lasciando però respirare i modelli organizzativi e le analisi di costo, potrebbe essere il punto di intesa trovato nell'attuale contesto "di emergenza", tra il governo Monti e un Parlamento che deve dimostrare con urgenza che su questo nodo così delicato il sistema dei partiti riesce a stare dalla parte degli interessi generali”.
 
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