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Lettera di Luigi Covatta

Caro Stefano,

la lettura del tuo zibaldone mi ha stimolato qualche riflessione ulteriore rispetto a quanto ho potuto dire nella presentazione di Milano. Ma non è solo per èsprit d’éscalier che le ho messe in fila ed ora te le mando. In realtà mi viene voglia di approfondire il tema, e quella che segue è la scaletta di un possibile lavoro su cui mi piacerebbe avere innanzitutto un tuo commento.
Cominciamo dalla fine. A p. 586 proponi di percorrere “l’ultimo miglio verso il PD” stabilendo “una discontinuità rituale sul modo di raccontarci questa storia”, e rievocando un’affermazione di Beppe Vacca sul nostro velleitarismo degli anni ’80 (“Il PSI non aveva una percezione realistica della storia italiana”) suggerisci di segnalare la discontinuità “esattamente con le parole contrarie”, dicendo finalmente che era il PCI che “non aveva una percezione realistica della storia italiana”.
E’ probabile che noi siamo stati velleitari, ed è innegabile che siamo stati sconfitti. Tu (p. 56) quasi mi rimproveri di averlo riconosciuto, anche se mi riconosci “un filo di malizia retorica” per crearmi “un varco e discutere meglio di come riesaminare il presente”.
La buona retorica poggia sempre su un dato di realtà. Ed è un dato di realtà che non sempre abbiamo saputo dare seguito coerente alle nostre intuizioni. Basti pensare al tema cui hai dedicato gran parte della tua vita, quello dell’industria culturale, e a come noi siamo rapidamente passati alla lottizzazione degli anni ’80 nonostante la lucidità con cui negli ultimi anni ’70 avevamo analizzato la questione e immaginato nuove forme di governo del sistema. E più in generale al paradosso per cui chi aveva intuito per primo l’obsolescenza della vecchia partitocrazia e poi con la partitocrazia è stato identificato più di ogni altro.
Ma non c’è bisogno di nessuna malizia retorica per prendere atto che molto più velleitari di noi sono stati quanti hanno pensato di poter sostituire un sistema che crollava con una gioiosa macchina da guerra, immaginando che alla FGCI potesse riuscire quello che non era riuscito al PCI, e pensando davvero, dall’alto del 16 e rotti per cento conseguito nelle elezioni del 1992, di essere una quercia sotto la quale potevano crescere solo cespugli.
Come si vede in questi mesi, la storia non paga il sabato, ed è difficile dare torto a Salvadori quando paragona l’ odierna disfatta della sinistra a quelle del ’24 e del ’48. Dopo le ultime elezioni simme tutte purtualle, come si dice a Napoli per indicare la par condicio dei galleggianti, craxiani di merda o profumate arance berlingueriane che siano.
Sui craxiani, peraltro, è il caso di spendere qualche parola in più. Da un certo momento in poi (molto prima del ’92) siamo stati percepiti come degli abusivi, degli usurpatori di poteri che non ci spettavano, e quelli di noi che esercitavano funzioni pubbliche sono stati considerati meri lottizzati. Anche tu ricordi di essere stato un lottizzato, specialmente quando il tuo posto a palazzo Chigi venne scambiato con la promozione di Giuseppe Proietti al Collegio romano. (In realtà il tuo valore in quel calciomercato era superiore, perché il tuo cartellino venne pagato anche con il ben più significativo trasferimento di Francesco Sisinni, per far posto a Italo Borzi, dall’innocuo Ufficio centrale per i beni librari al potentissimo Ufficio centrale per i beni archeologici, architettonici e storico-artistici).
E’ il caso però di chiedersi come mai, dopo l’estinzione del tuo partito e del sistema in cui il tuo partito prosperava, tu (ma non solo tu) non sei stato ridotto all’elemosina e sei ancora attivo sulla scena pubblica. E’ il caso di interrogarsi, cioè, sulla professionalità dei lottizzati d’antan, anche senza fare paragoni con quella dei lottizzati di oggi. 
Probabilmente i craxiani, ancorché lottizzati, si erano affacciati alla vita pubblica attraverso un percorso meno banale di quello tutto e rigorosamente infrapartitico di altri, ed anche quando si erano dedicati esclusivamente alla politica lo avevano fatto lungo itinerari non burocratici, ma invece attenti alle novità che coglievano nella società civile. Molti addirittura avevano interrotto carriere promettenti nei partiti di provenienza (il PRI, il PCI, la DC) per scommettere su Craxi (o magari su Lombardi) quando nel PSI regnava De Martino. Perché, allora, siamo finiti impiccati per partitocrazia su sentenza di quella stessa società civile sulla cui voglia di novità avevamo scommesso ?
C’è un episodio che segna, almeno nella mia memoria, la fine dell’innocenza. Riguarda l’insuccesso della candidatura di Pierre Carniti alla presidenza della RAI, nel 1986. L’idea era implicitamente trasgressiva di tutti i canoni della partitocrazia. Carniti non apparteneva a nessun partito, e comunque, come segretario uscente della CISL, per il manuale Cencelli andava annoverato nell’area “cattolica” e quindi democristiana. Perciò De Mita ci fece sudare sangue in commissione di vigilanza per evitare l’elezione. Ma quando alla fine la spuntammo, fu lo stesso Carniti ad autoaffondarsi, respingendo l’ipotesi di essere affiancato, come vicepresidente, dal socialdemocratico Birzoli. Allora fu Craxi, con una certa brutalità, a ricordarci che 643111 non era un numero di telefono, ma la tabella che regolava la ripartizione dei consiglieri RAI fra DC, PCI, PSI, PSDI, PRI e PLI, e che era completata dall’attribuzione del presidente al PSI, del vicepresidente al PSDI e del direttore generale alla DC.
Indubbiamente Craxi veniva da una storia diversa dalla nostra, e apparteneva a una generazione per la quale partitocrazia non era una parolaccia. Ed altrettanto indubbiamente era più realista di noi. Ma quello che ora interessa è capire che peso ha avuto la partitocrazia (ed ancora di più la “partiticità”) nella storia dei sessant’anni (di tutti e sessanta, come vedremo) che ci separano dal Quarantotto.
Il Quarantotto fu certamente un tornante della storia italiana. Ma non tale da lasciarsi alle spalle il lascito fascista del partito-Stato, oltre a quello della guerra civile. Come disse Amato quando nel 1993 si dimise da presidente del Consiglio, facendo sua una tesi di Cafagna, la stagione della prevaricazione di un partito sullo Stato e sulla società durò molto più a lungo del fascismo, anche se al partito unico si era sostituita una pluralità di partiti. E quanto alla guerra civile, all’onda lunga di piazzale Loreto, amarcord un episodio che non citi, perché allora eri troppo piccolo.
Nel 1962 a Milano due studenti, un socialista e un anarchico, sequestrano il viceconsole spagnolo per protestare contro la condanna a morte di un antifranchista. Tutti i movimenti giovanili dei partiti (liberali compresi) manifestano a sostegno del condannato, ma non del sequestrato, e la FUCI ottiene da Montini un intervento dello stesso segno, senza una parola di condanna del sequestro, come farà notare il governo spagnolo.
L’episodio è uno dei tanti –ciascuno ha il suo, nella nostra generazione- in cui il rapporto fra i mezzi e il fine non è dei più limpidi. Ed in cui il diritto alla vita e alla libertà non è primario, ma subordinato a ragioni politiche. Su questo nessuno di noi è innocente, nonostante tutte le attenuanti cui ben possiamo appellarci in relazione all’epoca di ferro e di fuoco in cui siamo nati.
La Repubblica del ’48 è in debito di liberalismo. Ce ne siamo accorti a metà del sessantennio, col caso Moro, che tu rileggi con la guida di Baget Bozzo, particolarmente sensibile al tema. La disputa di allora fra chi sosteneva il primato dello Stato e chi sosteneva il primato della vita è finita come è finita, ed è probabilmente stata la prova generale di quello che è successo quindici anni dopo, quando si è verificato l’ossimoro per cui la società civile si è identificata con alcuni funzionari dello Stato, e per eterogenesi dei fini, illudendosi di liberarsi della partitocrazia e di restaurare lo Stato di diritto, invece di una classe politica si è prodotta una casta, ed invece dell’ordine giudiziario un’altra casta.
Anche l’ultimo quindicennio, infatti, fa parte del bilancio della nostra generazione, così come ne fanno parte i nostri coetanei che negli anni ’70 o sono finiti in galera o sono finiti sotto terra, come Tobagi. Il bilancio, quindi, non è esemplare. Neanche i nostri coetanei rimasti in campo negli ultimi quindici anni (noi ne eravamo stati espulsi) hanno saputo diventare una classe dirigente, benchè la crisi di sistema gliene offrisse l’opportunità e addirittura ne postulasse la necessità. Come si vede anche a occhio nudo, dietro Berlusconi e Prodi c’è il vuoto. Ma è lo stesso utile esporre questo bilancio in pubblico. Non perché abbiamo qualcosa da insegnare ai più giovani, ma per metterli in guardia contro i falsi profeti del nuovo. A cominciare da quelli che sono stati sconfitti solo quindici anni dopo di noi.