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Umberto Eco (Alessandria 5 gennaio 1932, Milano 19 febbraio 2016)

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Linkiesta, 21 febbraio 2016

Umberto Eco e lo Stellone
Attrazione per il locus e conoscenza del globus nel panorama culturale di Umberto Eco. Ma anche un rapporto attento alla Nazione.
 
 
 
Stefano Rolando
 
Le legittime e preziose paginate di molti giornali italiani per la scomparsa di Umberto Eco – a coronamento di tanto, ma anche deprivandoci di altro – sono carichi dei suoi “luoghi” in una cornice globale, che è quella della sua creatività, in cui si staglia, come ricorda Vittorio Sgarbi, il vasto sapere di un umanista occidentale.
A Milano, la città assume un contorno molto forte di memoria vivente di un illustre “milanese adottivo”, per il quale il Consiglio comunale decreterà certamente l’ingresso nel Famedio. Così anche il “suo” Piemonte originario lo ricorda (a buon diritto per il tanto Piemonte che c’è in parte dei suoi libri) e così anche Bologna ricorda la sua centralità accademica innovativa (con Il Dams e con il pionieristico “prodotto” teorico-professionale in materia di editoria che era il suo master).
 
Ma lo sguardo testimoniale di chi scrive vorrebbe qui – almeno per gli anni che precedono il berlusconismo, argomento non secondario di una certa refrattarietà di Eco da Roma – cogliere il senso di “essere italiano” per un italiano diventato e rimasto a lungo icona internazionale, appunto in rappresentanza dell’Italia.
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Per Giampiero Spagnolo (20 novembre 2014)
Stefano Rolando per Giampiero Spagnolo
Milano, Cimitero di Lambrate – Sala multiconfessionale e per riti laici, 20 novembre 2014
 
Innanzi tutto un grande abbraccio a Giampiero e a tutti i suoi cari.
Francesco mi chiede di parlare e lo faccio con il pensiero a quasi tutta la nostra vita.
Quando eravamo giovani, anzi giovanissimi, il nostro stacco generazionale era marcato, una “generazione” di liceali ci divideva, lui era uscito, io entravo. Anche se era lo stesso liceo.
Poi, nella vita,  quello stacco si è rapidamente e facilmente ricomposto. Stesse appartenenze, stesse passioni, stessi riferimenti, comuni dibattiti con le polemiche e le convergenze di cui siamo stati capaci. E alla lunga queste storie si vedono con il cannocchiale rovesciato. Perché altri sentimenti crescono. Quelli della memoria, quelli degli affetti familiari, quelli dei cambiamenti.
Il nostro sguardo si fa benevolo verso la nostra gioventù, ed è importante che non diventi rancoroso con il presente. E Giampiero ha avuto molte cose buone per conservare la sua serenità.
Infatti ha avuto molti riferimenti morali, civili e affettivi. Mi viene in mente ora, direi per primo, suo padre, una figura eretta, un uomo con la schiena dritta, un vecchio socialista. Ma naturalmente tutti i suoi. Poi è stato un grande riferimento – come lo è stato per me – la famiglia Acht. E poi – fatemelo dire – il suo liceo. E ben inteso il suo modo di “sentire” eticamente la professione di architetto. La sua città. Molti amici, molti dei quali non mancano oggi all’appuntamento. Ma certamente la sua di famiglia, sua moglie Paola, i suoi figli Francesco e Valentina, il suo e le sue nipoti, Ariel, Emma e Bianca.  Tutto ciò – malgrado gli acciacchi di salute che ci hanno preoccupato nel corso degli ultimi anni e malgrado i capelli bianchissimi da tempo – gli ha conservato fino ad oggi quell’aria da eterno ragazzo che le foto ci mostrano.
Se penso ora a questi snodi – persone, immagini, situazioni – dico anche che tutta la nostra vita pare lunga e piena,  ma essa è anche solo un fazzoletto. Ho sentito in questi giorni il commento di un matematico alla radio, che parlava dell’impresa della navicella spaziale in arrivo a una lontana cometa e per la prima volta ho sentito un dato che non conoscevo, la stima convenzionale nella scienza sulla durata dell’universo. 14 miliardi di anni. Anche se poi magari Margherita Hack ci direbbe che questo riguarda un universo perché forse ce ne sono un altro e poi un altro e poi un altro. Ecco che allora davvero la nostra vita ci pare ancora di più un lampo. Un lampo beve.
E allora questi momenti di commiato – pur se nel caso, davvero, c’è stato uno strappo prematuro – si possono fare solo se non li pensiamo come una patologia, ma come una fisiologia. Tutto passa e passa presto. Anche se il pensiero di chi perde un padre, un marito, un fratello, un amico fatica ad accettare questa fisiologia.
E il commiato ci fa riandare a tutte le pagine della memoria e del ricordo di chi salutiamo. Pagine che teniamo in evidenza, quasi in mano. Per renderci possibile l’addio.
Anch’io rivado ora a quelle pagine, a quei ricordi e ne cito qui uno per tutti. Forse uno dei primi.
Ragazzi, io certamente, perché non avevo ancora la patente, cioè avevo meno di 18 anni. Sandro Pertini – che fu nella nostra vita uno dei riferimenti più importanti – tornava a Milano per celebrare in pubblico il 25 aprile. Tornava sempre volentieri a Milano, dove era stato clandestino e capo della rivolta e della liberazione della città. Ebbene il questore di Milano – che era stato il suo carceriere fascista al confino - disse in un comunicato, come per cancellare quella storia, che sarebbe andato a prendere l’allora vicepresidente della Camera dei Deputati alla Stazione Centrale. Pertini rispose con un comunicato che il questore se ne poteva stare a casa perché alla Stazione Centrale sarebbero venuti a prenderlo “i suoi amici”. Ebbene, i “suoi amici” eravamo Giampiero e io. Lui armato di una 500 blu, che curava meticolosamente (e qui, a Lambrate, voglio ricordare Sandra, la sorellina di Paola, che lo prendeva in giro per questo e per i suoi librettini con cui segnava i chilometri fatti, i percorsi fatti, la benzina acquistata). Voi non ci crederete, ma la cosa che impegnò la nostra discussione verso la Stazione fu se Pertini doveva stare “davanti o dietro”! Vi rendete conto…Come sempre avrebbe deciso lui e non noi. Ma su questo particolare continueremo per anni a ricordarci con orgoglio di quella giornata che volle dire per noi molto nel resto della vita.
Anche a nome vostro stringo Giampiero in un grande abbraccio.
 
 
 
Mariella Gramaglia (17 ottobre 2014)

Apprendo, tornato in Italia da una conferenza all'estero, della scomparsa di Mariella Gramaglia.
Una amicizia trentennale, una persona speciale, radicata e libera, valoriale e anticonformista.
Ha aiutato il prossimo, ha posato lo sguardo su microcosmi leggendovi macrocosmi, ha interpretato la politica con l'etica del civismo.
Ha scritto cose molto belle.
Addoloratissimo.

 
Massimo Gargiulo (26 ottobre 2013)
In seconda liceo (al Carducci, a Milano) avevamo tra i sedici e i diciassette anni. Io ero per il Milan, Massimo era per l'Inter. Ci occupavamo tutti e due di associazioni studentesche e quindi - a nostro modo - un po' di politica. Scommettemmo sul derby. E il Milan perse 5 a 2. Una batosta. In palio c'era una sorta di umiliazione. Chi perdeva doveva partire dal Carducci (piazzale Loreto) in mutandine e arrivare a piazza del Duomo sventolando la bandiera della squadra vincente. Gli altri dietro a sbeffeggiare.
Così feci. E dietro lui a godersi il successo. Senza villanie, senza parolacce, senza arroganza. Finì a cocacola, insieme.
Lui era un meridionale attaccato a Milano, io un milanese attaccato al sud. Io andai verso i mestieri della comunicazione e presto fui fuori da Milano, approdando a Roma. Lui a Milano si orientò per le professioni delle pr e si fece strada in una grande e reputata agenzia. Lui - tra i '70 e gli '80 - scelse la DC. Io, negli stessi anni, i socialisti. Non volò mai uno screzio. Sapevamo dove si generavano le passioni, rispetto a tanti piccoli avventurieri o più noti furbetti.
Ma davvero ci siamo solo ritrovati pochi mesi fa, insieme nella campagna per Umberto Ambrosoli, alla quale Massimo ha portato (operando per la comunicazione del Centro Democratico Popolare, staccatosi dall'UDC per sostenere il centrosinistra) la sua sdrammatizzata professionalità. Dove altri avevano bisogno di "tempestosi" chiarimenti, a noi bastava ricordarci che venivamo dalla stessa classe di un grande liceo.
Ciao Massimo, la prossima volta vinceremo. E  a nostro modo sventoleremo insieme i nostri colori di una riscossa civile nella nostra piazza del Duomo.
 
Carlo Lizzani (4 ottobre 2013)
La scomparsa di Carlo Lizzani e la rottura del patto inter-generazionale
 
 
La scomparsa di Carlo Lizzani – sulla scia dei casi di suicidio di Mario Monicelli e di Lucio Magri – apre riflessioni che riguardano profili distinti di un congedo con una figura importante del nostro tempo, per il ruolo culturale e civile che ha avuto per moltissimi anni.

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Alberto Bevilacqua (9 settembre 2013)
Ricordo Alberto Bevilacqua – scrittore, poeta, sceneggiatore, regista – nato a Parma nel 1934 e scomparso ieri a Roma, dopo tormentata malattia. Ci frequentammo al tempo delle mie responsabilità all’Istituto Luce e partecipammo all’avventura produttiva e distributiva de La donna delle meraviglie (che Alberto scrisse, sceneggiò e diresse nel 1985) con Claudia Cardinale, Ben Gazzara e Lina Sastri. Bevilacqua è stato molto premiato e anche molto amato dai lettori. Nel “milieu” ha avuto rapporti più difficili, anche per ragioni di carattere. Su quel film ci furono pareri discordi. Ma ricordo di averlo sostenuto in nome di una tesi semplice sul cinema italiano: abbiamo bisogno di film “borghesi”, che raccontano la storia della classe media, tra identità speranze e frustrazioni. Come fa il cinema americano. E come fa troppo poco il cinema italiano, che deve essere o “contro” o “grottesco”. Apparteneva molto alla sua Parma. E gli piaceva anche indulgere allo sguardo “da provinciale”, come oggi lo ricorda Gian Arturo Ferrari sul Corriere che riporta il giusto giudizio di Carlo Fruttero: “Quello lì ci sa fare. Sa scrivere”. Il Meridiano – con tutti i suoi scritti – è una giusta celebrazione. 
 
Giulio Andreotti (6 maggio 2013)
Visto da vicino. Ricordo di Giulio Andreotti
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A fine 2009, quando usci il mio libro-intervista con Marco Pannella, mi colpì il desiderio dello stesso Pannella che Andreotti accettasse di presentare a Roma quel dialogo in forma di resoconto controcorrente di oltre mezzo secolo di storia repubblicana.  Non era  solo un'ipotesi di contrappasso. C'era  anche uno strano affetto. Non ci fosse stata questa non prevedibile venatura forse avrei lasciato perdere. E invece chiamai la segretaria di Giulio Andreotti per avanzare quell'ipotesi. Non  c'era più la signora Enea con cui avevo avuto rapporti, come direttore generale a Palazzo Chigi, dal tempo del VII governo Andreotti e successivamente. Ma una più giovane e a me ignota persona. Che mi disse subito: "Ma lei da quanto tempo non vede il presidente?". Capii che lo stato di salute era più compromesso di quanto si sapeva. E da quel giorno - nel silenzio pubblico di Giulio Andreotti - mi sono aspettato una notizia come  quella oggi annunciata dalla radio a metà  pomeriggio.
Comincia ora in tv, mentre scrivo, un "Porta a porta" di Bruno Vespa, che immagino sarà un eccesso di indulgenza nei confronti di una icona dell' Italia contemporanea. Vedremo. Il mio giudizio non è in linea con questa indulgenza, ma non è nemmeno in linea con la criminalizzazione del film "Il Divo" che ha messo Andreotti - in quanto genio del male - nel rango dei politici di primissimo piano della DC. Penso che Andreotti abbia affrontato con realismo l' idea di misurarsi con il male per ridurne i danni e soprattutto per mantenere la DC in condizione (erronea) di  decidere sul male e sul bene del Paese. Ma penso anche che non fu un leader della statura di Fanfani, Moro e  De Gasperi. Quanto a pensiero anche di Marcora o Donat Cattin.
 
Andreotti correrà il rischio di restare nella storia per le sue  battute. Non è cosa giusta. Andreotti deve stare nella storia per le cose, anche non  visibili o  non accadute,  che uno con la sua realistica tessitura ha forse evitato al Paese. E anche per vicende altrettanto misteriose che sono in cerca di spiegazioni perché rimaste nell’irrisolto.
Certo alcune sue battute lo hanno tolto dai clichet dei protagonisti bacchettoni,  vaporosi, melliflui, allusivi, che il ceto politico DC esprimeva in abbondanza. A me ne disse due o tre, che stanno nel repertorio storico. Ritardava, per esempio, la nomina del portavoce nel suo governo all'inizio degli anni '90. E dal palazzo mi spinsero a sollecitarlo  con la scusa di dover chiudere in tipografia la rivista "Vita italiana" - da lui  avviata come braccio destro di De Gasperi - ed ebbi la risposta: "Ma quale portavoce! Qui ci serve un portasilenzio!". Poi nominerà Pio Mastrobuoni, inviato dell'Ansa e ottimo professionista.  
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Giancarlo Zagni (21 marzo 2013)

E' morto Giancarlo Zagni. All'inizio degli anni '80 era il vice-presidente dell'Istituto Luce Italnoleggio cinematografico di cui per tre anni sono stato direttore generale. Sono colpitissimo da questo annuncio. Giancarlo è stato un mio fratello maggiore per tanti anni, mi ha sostenuto con coraggio nella mia giovanile impresa cinematografica pubblica in cui lui metteva idee, relazioni e sogni. Io forse qualche impavido realismo ma soprattutto l'energia del fare e del fare istituzione. Per la vita mi ha seguito, letto, applaudito e criticato come fanno coloro che tengono di fondo alla tua vita e ai tuoi principi. E che soprattutto hanno una vita e dei principi. La rete ci ha tenuti vicini. I messaggi continui. Il non rivedersi fisicamente (io a Milano, lui a Mentana, fuori Roma) un non problema. Ma la sua emilianità era fatta anche di abbracci, di applausi, di insorgenze. Fu aiuto regista di Luchino Visconti, fu marito di Alida Valli. Mi sono venute tutte in mente quelle sue insorgenze, da quella frenetica prima giornata di lavoro insieme al festival di Cannes nel 1982 (quando vincemmo un palmares - per suo merito - con Gian Maria Volontè) alle ultime battaglie politiche e di principio e in cui il primo "mi piace" on line era il suo. Mi inviava la sua scrittura con la felicità di chi azzera l'anagrafe vivendo un atto creativo. Abbraccio Gabriel e Dalia con il pianto nel cuore, ma tenendomi dentro - ora e a lungo - anche il suo gioviale e contagioso ottimismo.

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Destini incrociati (Renato Nicolini, Massimo Pini) - 4 e 5 agosto 2012
Pubblicata da Stefano Rolando su FB il giorno Martedì 7 agosto 2012 alle ore 0.17.

Se ne sono andate, nel tempo di un paio di giorni, due persone che ho ben conosciuto negli anni '70 e con cui - anche se per occasioni, nel tempo più rade - ho mantenuto contatti. Due persone agli antipodi. Renato Nicolini, l'estroso, simpatico, creativo architetto, comunista eterodosso, che progettò l'estate romana dando risposte alla ghettizzazione delle periferie dell'Urbe e costruendo attorno all'effimero un certo adattamento sociale di una fruizione culturale ancora legata ai contenuti. Massimo Pini, il tenebroso, antipatico, intelligente pasdaran di Craxi che quando sedeva al tavolo di riunioni con i comunisti diceva che bisognava "mettere mano alla pistola" e che - un po' come certi leghisti - poneva talvolta problemi veri con linguaggi e modalità che, nelle procedure del tempo, gli davano torto in partenza. Con il primo, al tempo, l'ordine di scuderia era di litigare. Per un tema serio: basta con l'effimero, investiamo in strutture e in produzione culturale o finiamo fuori strada. Ma il dialogo, possibile nel tempo, ha reso quel confronto una sorta di amicizia. Con il secondo l'ordine di scuderia era di non litigare. Per un problema non serio: qualche volta millanta, altre volte no e non sai mai quale è la volta in questione. Ne ostacolammo l'ascesa alla presidenza della Rai e il litigio riguardò inevitabilmente tutto un gruppo, tutta una generazione, tutta una politica. Poi le incomprensioni si cronicizzarono attorno anche ad altri temi. E da ultimo ci fu il tentativo di seguire reciprocamente gli scritti di rimeditazione su certi anni e su certe politiche con qualche mutuo rispetto (e credo con alcune perduranti differenze). Arriva per entrambi un prematuro exeat. Che non modifica di una iota i tratti dei rapporti storici. Ma li colloca manzonianamente al loro posto.
 
Miriam Mafai (9 aprile 2012)
Il ritratto di Giuliano Ferrara (http://www.ilfoglio.it/soloqui/12984) coglie in sintesi creativa molto di Miriam Mafai.
Quando cominciai a Palazzo Chigi (Informazione ed Editoria) lei era a capo della Federazione Nazionale della Stampa. Governo Craxi e c’era il PCI all’opposizione. Molte riunioni, molti tavoli delle parti. Non ricordo una che sia una strumentalizzazione del ruolo. Se non era d’accordo non lo mandava a dire. Ma con una libertà e una indipendenza di giudizio attorno a cui si è formata e consolidata amicizia. Oggi la penso con affetto e rispetto. 
 
Omar Calabrese (1 aprile 2012)
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Nel ricordo dei miei due anni di insegnamento all’università di Siena a metà degli anni ’90 e di un collega colto e gentile, uno tra i non moltissimi attraverso cui i corsi di laurea in scienze della comunicazione avrebbero potuto essere meno dipendenti da altre discipline e più orgogliosi della propria specificità. Una notizia del tutto inattesa e molto triste. La foto in più ci ritrae più mesti di quello che eravamo in realtà. Ne ricordo lo spirito, l’acuta competenza nei linguaggi dell’arte e la tensione civile.
 
Lucio Dalla (29 febbraio 2012)
 
3 marzo - Alla fine di una relazione un po’ anticonformista che apriva nel 1982
un  convegno socialista – che fece epoca - sulla cultura e lo spettacolo in Italia,
scritta con Vittorio Giacci, non avevamo messo, come si usava, una citazione di Adorno
o di qualche altro guru della Scuola di Francoforte, ma tre righe di “Telefonami tra vent’anni”,
canzone dell’anno prima di Lucio Dalla: 
 
"alle porte dell'universo / importante è non arrivarci in fila / ma tutti quanti in modo diverso".

Questa mattina, un ragazzo rom, all'angolo di via De Amicis e Via Cesare Correnti a Milano
zufolava seduto per terra "Canzone" di Lucio Dalla. Il caffè dei ragazzi napoletani, davanti,
ha deciso di tenere in loop tutto il giorno "Caruso".
L'edicola ha affisso alcune prime pagine di giornale segnate in rosso.
"A modo mio avrei bisogno di carezze anch'io", cantava.
Oggi le ha avute da tutta Italia.
Persino da Milano. "Milano che quando piange, piange davvero".
 
 
Carlo Sartori (13 febbraio 2012)
Ho conosciuto Carlo Sartori quando lui stava nell'editoria e sognava la televisione e io stavo in televisione e sognavo l'editoria. Era a Mondadori, come capo ufficio stampa e mi spiegava cosa vuol dire - al tempo - avere mille libri in uscita all'anno e quindi tre libri da lanciare al giorno domeniche comprese. Poi ha cominciato a lavorare in Rai dove ha fatto tutto il suo percorso cercando di sfruttare la sua conoscenza internazionale a favore della sprovincializzazione dell'azienda e del quadro di relazioni che per un player del livello della Rai è essenziale. Lo ha fatto con eleganza, competenza e capacità interpretativa. Nel '95 mi fu di prezioso aiuto quando organizzai, per incarico del presidente Dini, la sessione a Roma del Council del Museo della Radio e della Televisione di New York presieduto da Henry Kissinger. Eravamo entrambi outsider rispetto al sistema universitario, cercando entrambi di portare a quel sistema non solo saperi teorici ma anche professionali. Per tale profilo non abbiamo solo ricevuto applausi. Lui ha mantenuto la sua indipendenza continuando a dare un prezioso contributo. Io dal 2001 ho fatto una scelta di ruolo. Ci siamo detti poco tempo fa qualche delusione di "campo", ma forse derivante da "crisi Italia", che e' stata una comune materia di apprensioni e speranze.
Poco fa Luigi Mattucci mi ha telefonato per dirmi che, a seguito di una dura malattia che lo aveva aggredito da tempo, questa notte Carlo ci ha lasciati. Partecipo questa notizia con grande e sincero dispiacere. Aveva ancora molto da dire e da dare. 
 
Lettera a Paolo Giacomoni, cognato di Giorgio Bocca (26 dicembre 2011)

 


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Corsia dei Servi, Milano 1971 - Con Giorgio Bocca a Camillo De Piaz
Caro Paolo,
una giornata tra influenza, trasferimento da Milano a Roma, niente giornali. E così ho appreso in ritardo la notizia della scomparsa di Giorgio Bocca.
Almeno a te (e se possibile a tua sorella) vorrei dire tutto il mio dispiacere. Per me - nel lontano ricordo del liceo e del nostro Mr. Giosuè - Bocca è stato il risultato di una scelta fatta tra le due redazioni, la nostra e quella della Zanzara (tu eri già all'università), per avere una intervista-testimonianza complessiva nel numero che insieme dedicammo al ventennale della Resistenza, nell'aprile del 1965. Dell'intervista si incaricò Walter Tobagi. Fu uno dei pezzi forti del fascicolo. 
E così ti porti dietro per una vita uno che, senza padrini e senza padroni, ti ha ammonito, incoraggiato, avvertito, disilluso, osteggiato, sostenuto, secondo i casi, tantissimo. Sul Giorno, per noi indelebilmente. E poi, si sa, nella lunga appartenenza a Repubblica-Espresso, ma credo soprattutto nella sua appertenenza alla sua storia e al suo modo di vedere la storia. Mi ricordo a fine anni '70 Martelli, mentre i socialisti già lo soffrivano non poco per le sue sferzate, parlandone a proposito di critiche, lo difendeva perchè "uno così comunque da molto, da molto". Non so quanto sia andato avanti a difenderlo. A un certo punto le divaricazioni sono divenute ovviamente viscerali.  Ma per me - parlando del giornalismo civile in generale -  fino ad oggi ha dato molto, ci ha dato molto.
Tu avrai condiviso parecchio della sua vita un po' orsesca. Chissà come ha sopportato il tuo entusiasmo e il tuo ottimismo!
Per le ragioni dette e forse anche per altre, un abbraccio
Stefano

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Un appunto di memoria sull’amicizia riguardante l’amb. Boris Biancheri
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Come mi ero ripromesso, ho trovato un momento di tempo per scrivere un appunto di memoria su alcuni episodi nati nei contesti professionali in cui ho maturato un sentimento di  stima e di amicizia per l'amb. Boris Biancheri, di recente scomparso, dopo avere segnalato il dispiacere per il triste evento riportando i commenti scritti su di lui da Ferdinando Salleo e da Marta Dassù. Qui limito a quattro spunti che scorrono in oltre venti anni.
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Enrico Manca (5 luglio 2011)
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Si scorrono, inevitabilmente, i nomi dei necrologi. E nei pensieri si riformano legami, si ridisegnano riunioni e assemblee, riappare quel tessuto di relazioni che è Roma, tra politica ed economia, tra istituzioni e luoghi di appartenenza.
Altre città abituate alle aziende, soprattutto industriali, come ambiti delle relazioni e dello sviluppo, conoscono poco e male questo brulicare romano di iniziative parallele, di associazioni e istituti, di centri studi e club che derivano quasi sempre da antichi impegni, da circuiti relazionali che si sono stabiliti nei partiti, nei ministeri, nelle partecipazioni statali. Circuiti vivi, progettuali, con economie ormai piccole e difficili, ma che non demordono per consentire legami e sperimentazioni a chi spesso sarebbe altrimenti ai margini di ciò che si intende per “classe dirigente”.
Questa sociologia relazionale ha bisogno di personalità forti, di figure che – magari risolto il loro problema personale con una buona pensione parlamentare o aziendale – dedicano il loro tempo prevalente a “tenere insieme” storie e persone anche diverse ma aggregabili così come il superamento di antichi conflitti e dissensi nel tempo diventa, anzi, esperienza comune.
 
 Di queste personalità Enrico Manca è stato, negli ultimi venti anni a Roma, forse la figura più solida e attiva, nel territorio a metà tra politica e imprese che è quello delle comunicazioni.
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Giuseppe Manfrin (7 marzo 2011)

Scorgo tra i necrologi di “Repubblica” di oggi quello, breve, per la scomparsa di Giuseppe Manfrin. “La Fondazione Nenni – è scritto – ricorda Giuseppe Manfrin, attento studioso del socialismo italiano, morto povero, laicamente, come tanti socialisti del passato”.
Il sito del Partito Socialista Italiano traccia un breve profilo:
Quando nei 1979 pubblicai presso Marsilio il libro “Caro Avanti! Mille lettere dall’interno del PSI” (l’analisi della trasformazione del Partito Socialista dal comitato entrale del Midas Palace del 1976 al congresso di Torino del 1978) Manfrin mi fornì la fotografia della copertina. Uno “spaccato” storico dei socialisti di base.
Giuliano Amato – che ho intervistato nei giorni scorsi concludendo un ciclo di colloqui per Mondoperaio sul tema “150° a prova di unità” facendo osservazioni sulla mostra della storia del PCI nella storia d’Italia organizzata dalla Fondazione Gramsci  mi ha detto tra l’altro: “Perché non c’è una storia del PSI nella storia d’Italia? Ne ho scritto a Maurizio Degli Innocenti che ci sta lavorando, ma c’è bisogno di alcune decine di migliaia di euro che non si sa ancora se si riusciranno a trovare”.
Mentre lo diceva mi è venuto in mente, dopo tanti anni,  Manfrin. Una fonte indispensabile. E proprio in quei momenti Manfrin se ne andava dalla sua operosa, appassionata, onesta vita di socialista perbene.  
 
 
 
Francesco Cossiga (17 agosto 2010)
Con grande dispiacere apprendo che Francesco Cossiga non ha retto oggi, poco dopo le 13, ad una crisi cardiaca intervenuta quando le condizioni generali di salute parevano migliorare.
Lo ricorderò con affetto, per le tante interlocuzioni, per la sua intelligenza applicata alla politica, alla storia, al sentimento dell'interesse nazionale.
Ora - per unire il mio al saluto di tanti - pubblico una  fotografia dei primi del 1986, il primo incontro al Quirinale, presente Giuliano Amato. E pubblico il link al  testo dell'ultimo colloquio, destinato  (e poi pubblicato) al volume "Una voce poco fa", edito da Marsilio nel 2009 e anticipato sul primo numero della nuova serie di Mondoperaio (n.1/2009).

 
http://www.stefanorolando.it/index.php?option=com_content&view=article&id=616:17-agoso-2010-oggi-scomparso-francesco-cossiga-su-mondoperaio-12009-lultima-mia-intervista&catid=39:testi&Itemid=63
 
Josè Saramago

Breve nota su FB (18 giugno 2010) 

 
 
Ho lavorato per alcuni anni con Josè Saramago nella giuria internazionale del Premio Unione Latina (un tentativo di arginare la dominanza dell'inglese nel campo delle letterature sostendo le ragioni delle lingue neolatine). Un "duro", che è bene avere in squadra. Ma anche un sognatore che ti fa accedere alle "pietre" (quelle di Lisbona, per esempio) come Ruskin faceva andando "dietro" alle pietre di Venezia. Mi dispiace molto che sia morto. Un pensiero particolare per lui.
Metto in rete - per memoria - una bella foto sua insieme a Jorge Amado.
http://stefanorolando.it/index.php?option=com_imagebrowser&folder=3-+Anni+90&Itemid=64

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Giampaolo Fabris (20 maggio 2010)
Nella settimana a fine maggio in cui ho girato per le università brasiliane (un congresso, tre seminari e un incontro con associazioni professionali) pensavo – ritornando in alcuni luoghi dopo oltre trenta anni – che devo elevare un pensiero di riconoscenza per una condizione di salute che mi permette ancora corvées. Faccio ancora davvero fatica a riposarmi. E’ un pensiero che non svolgo di questi tempi in modo consolatorio, ma sempre più apparendomi l’immagine di chi so in sofferenza o in qualche serio impedimento.
E arrivando da Porto Alegre a San Paolo, nella concitazione di incontri, preparazioni di slides, partecipazione a cene e trascinamento di bagagli, mi è apparsa – in piena Avenida Paulista – l’immagine, metà ironia metà stupore, di Giampaolo Fabris. Con la memoria recentissima di una breve mail in cui declinava con dispiacere l’invito a tenere una speciale lezione al mio master in Iulm sul transito teorico dal marketing al societing perché – per dire le sue parole - “te lo dico con un eufemismo, ho disdetto tutto perché non mi sento troppo bene”.
Alla sera, quando ho potuto mettere gli occhi su un computer, ho appreso con grande dispiacere (e colpito dal pensiero pomeridiano) che se ne era andato.
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Emilio Pozzi (22 aprile 2010)
 
 
 
(23 aprile 2010) - Bruno Pellegrino mi da la notizia uscita oggi sulla Stampa (anche i necrologi sul Corriere sono di oggi) della scomparsa avvenuta a Milano di Emilio Pozzi. Questa la notizia “torinesizzata” uscita in cronaca sulla Stampa: “È morto ieri mattina a Milano Emilio Pozzi, 83 anni. Giornalista, è stato direttore della sede Rai di Torino tra gli anni 80 e 90 e dimostrò particolare interesse per la salvaguardia del centro di produzione di via Verdi. Aveva rispetto delle origini e delle professionalità cresciute sotto la Mole e utilizzate, poi, a livello nazionale, anche da Roma e da Milano. Suo era già stato nel 1984 l’allestimento della mostra «La radio, storia di sessant’anni», un’iniziativa itinerante tra Torino Spoleto, Napoli e Bari. Giovanissimo aveva partecipato alla Guerra di liberazione (1943/1945) come partigiano. A 17 anni fu arrestato dai nazisti e rinchiuso a San Vittore. Giornalista apprezzato, ha lavorato a Milano e Roma. Dopo l’incarico torinese, è stato segretario consigliere dell’Ordine nazionale dei giornalisti. Docente di Teatro alla Facoltà di Sociologia di Urbino, negli ultimi vent’anni, da volontario, si è dedicato al recupero dei detenuti di San Vittore”.
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Renzo Zorzi (30 gennaio 2010)
Renzo Zorzi (1921-2010). Davvero un’altra Italia

Ero talmente abituato a vederlo nella sua linea austera – abiti scuri stretti sul suo profilo alto e magro, il naso pronunciato, un volto rigato da un impercettibile sorriso di riluttanza e di semplificazione, occhiali accademici e soprattutto i capelli  tutti in testa e a lungo scuri – che vederne la foto sul Corriere della Sera, di dieci anni dopo le nostre frequentazioni, in abito chiaro e con la testa giustamente imbiancata, mi ha colpito.
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Leo Solari

(Milano 1916-Roma 2009)

 
Un link casuale in rete mi fa imbattere (oggi 10 luglio) nella notizia della scomparsa di Leo Solari, avvenuta a Roma il 3 luglio. Ho conosciuto Solari nei primi anni settanta. Nel periodo in cui la “crisi energetica” stava trasformando i segnali di pochissimi ambienti cultuali e scientifici in preoccupazione planetaria, ma ancora al tempo considerata secondaria – in qualche caso anche con fastidio – da quasi tutte le maggiori forze politiche.
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Susanna Agnelli
 
15 maggio 2009
 
Scomparsa oggi a Roma, a 87 anni, Susanna Agnelli.
La ricordo attraverso tre episodi distinti nel tempo.
 
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Raffaele Giura Longo
Roma-Melfi, 16 marzo 2009
Il professor Raffaele Giura Longo, componente del Comitato tecnico scientifico della Associazione Francesco Saverio Nitti, illustre docente di Storia del Risorgimento all’Università degli Studi di Bari e Presidente della Deputazione di Storia Patria Lucana, è venuto a mancare in questi giorni.
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Sergio Ristuccia (5 gennaio 2015)
E' scomparso questa mattina Roma Sergio Ristuccia.
Aveva recentemente festeggiato i suoi 80 anni e aveva già respinto due assalti di un insidioso tumore. Il terzo è stato fatale. 
Un intellettuale laico che comprendeva il nesso tra istituzioni e imprese. Fu segretario generale della Fondazione Olivetti. E fu segretario generale della Corte dei Conti. A lungo presidente del Consiglio italiano delle Scienze sociali.
Ci siamo conosciuti alla fine degli anni settanta nella stanza di Massimo Fichera, allora vicedirettore generale della Rai.
E siamo rimasti serenamente amici fino ad oggi.
Non l'ho mai visto "contro". Mi ha scritto continui messaggi affettuosi durante una simbolica campagna fatta nel 2010 nelle liste radicali in Lombardia per protestare contro lo scempio delle istituzioni.
Ha diretto una bella rivista che si chiama appunto "Queste Istituzioni" per mantenere una tradizione impossibile: quella delle riforme (progettate, dette, raccontate, pubblicate, combattute) delle nostre istituzioni.
Costretto alla fine all'on line. Ma senza rinunciare alla vastità delle riflessioni e delle proposte.
Lo ricordo ripubblicando (dai Quaderni della Fondazione Olivetti) questo dialogo a tre (lui, Stefano Sepe e io) al ForumPA del 2009 per presentare la sua biografia di Adriano Olivetti. Un bellissimo libro.
 
 
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Giampiero Spagnolo (16 novembre 2014)

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Se ne andato – dopo tribolazioni di salute ma con speranze di uscire indenne dall’ospedale di Varese dove era in osservazione – il mio amico (da 50 anni!) Giampiero Spagnolo, architetto, marito di Paola Acht e padre di Francesco e Valentina Spagnolo. Una sorta di famiglia allargata.
Lo ricordo qui con una sua pagina di ricordi. Scritta in onore di Sandro Pertini con memorie e spunti della “milanesità” di Sandro Pertini, cose che hanno fatto parte della nostra vita.


Giornale Sentire
25 aprile 2008 - Omaggio a Sandro Pertini

'Il mio amico Sandro' - Ritratto privato di uomini di altri tempi: Pertini, settimo Presidente della Repubblica, nonno degli italiani
di GIAMPIERO SPAGNOLO
 
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Giancarlo Lunati (24 giugno 2014)
Un pensiero per la scomparsa di Giancarlo Lunati, galantuomo di un'altra Italia. Era legatissimo alla sua esperienza in Olivetti e - anche se l'azienda era diventata altra cosa - mi interrogo' molto, nella mia breve vicenda a capo delle " relazioni" del gruppo, sperando in qualche continuità di approccio. Sosteneva cause di qualità, dal Touring Club alle sorti della editrice Scheiwiller. Come molti piemontesi del sud-est comprendeva Milano meglio di Torino. Parlava di etica e impresa non per divagare.
 
Sergio Stanzani Ghedini (17 ottobre 2013)
Non posso andare a Roma, per un impedimento non soggettivo, anche se rendere un ultimo saluto a Sergio merita di modificare qualunque agenda. Ci siamo conosciuti alla fine degli anni '70. Il suo buon senso era un cocciutissimo sentimento di testimonianza laica e civile. La sua bonarietà era un serenissimo modo di dire di no a ciò che ha reso la politica italiana "bonariamente" scandalosa.
 
 
Roman Vlad (21 settembre 2013)
 
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(Milano, 22 settembre 2013) - Si era parlato di lui con Giovanni Pieraccini pochi giorni fa a Viareggio. A quella età (Vald 93, Pieraccini 95) il tasto salute è essenziale ma va evocato con prudenza. E invece a proposito del maestro e amico di tanti anni, Giovanni Pieraccini dava informazioni positive. Così da dire che, rientrati nelle città, una visita a Roman Vlad sarebbe stata molto gradita.
 
Poi, oggi, le pagine dei maggiori quotidiani (quando sfogli alla domenica senza fretta, queste informazioni diventano uno schiaffo) hanno detto che ieri il musicologo, pianista, autore, direttore artistico, organizzatore culturale e personalità di sensibilità civile, nato in Romania nel 1919 e a vent’anni in Italia come paese d’elezione (per studiarvi musica e ingegneria), è scomparso a Roma, lasciando in tanti che l’hanno conosciuto la memoria vivissima di un protagonista della musica del ‘900 animato da grandi passioni.
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Renato Ruggiero (4 agosto 2013)
Scompare, a 83 anni, uno dei grandi diplomatici italiani.
Di una generazione che aveva percepito il dramma e il coraggio della ricostruzione italiana mettendosi al servizio di uno Stato che riguadagnava reputazione internazionale anche grazie alla mediazione della sua classe dirigente.
Figura formata su questo obiettivo, l’amb. Ruggiero fu parte di anni importanti per il ruolo italiano nell’Unione Europea, dalla fine degli anni ‘60 ai primi degli anni ’80, in molti incarichi importanti e sempre connesso a negoziati riguardanti il cambiamento (ampliamento, sistema monetario, regole commerciali). Tornò alla Farnesina come direttore generale degli Affari economici e poi, dal 1985 al 1987 come Segretario generale del Ministero degli Esteri.
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Antonio Maccanico (23 aprile 2013)

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La radio annuncia la scomparsa di Antonio Maccanico, 88 anni, avvenuta a Roma. Il ricordo personale - affettuoso e deferente per un grande servitore dello Stato e per un esponente civilissimo della cultura liberaldemocratica italiana - va allo stretto collaboratore di Sandro Pertini, all'alto funzionario istituzionale, al sottosegretario a Palazzo Chigi nel governo Ciampi (con cui ebbi a mia volta stretta collaborazione), al ministro delle Comunicazioni che migliorò il contesto istituzionale e normativo e non fu al rimorchio di lobbies.

Propongo il testo di un ampio colloquio con lui (pubblicato dalla rivista Mondoperaio n. 1 /2011) – nel quadro di una serie di interviste dedicate ai 150 anni dell’unità italiana - da cui colgo una frase centrale: “Manca la percezione del destino comune. Il mio rammarico maggiore è quello di non aver visto né nel dopoguerra né negli anni ’80 quella alleanza tra democrazia laica e socialisti che sarebbe stata la vera rivoluzione italiana”.

http://www.stefanorolando.it/index.php?option=com_content&view=article&id=736:150-a-prova-di-unita-3-colloquio-con-antonio-maccanico-mondoperaio-n-12011&catid=39:testi&Itemid=63

 
Rita Levi Montalcini (30 dicembre 2012)
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Vado con il pensiero al 1987 quando ebbi l’onore di organizzare il tributo del governo – era allora presidente Giovanni Goria – a Rita Levi Montalcini per l’aggiudicazione del Premio Nobel. Realizzammo un fascicolo di Vita Italia Cultura e Scienza con la copertina dedicata alla cerimonia di Oslo e con all’interno contributi sulle ragioni scientifiche e civili di quell’evento. La percezione del suo standing, in quella semplice cerimonia di presentazione della pubblicazione,  fu dal primo all’ultimo momento. Dall’accoglienza all’ingresso, all’attraversamento di Palazzo Chigi (la foto) con la deferenza discreta ma fitta e continua dei funzionari al suo passaggio, fino al salone antistante lo studio del Presidente del Consiglio.. Fu negli argomenti di “onor di Patria” che scorrevano tra due piemontesi – lei e Goria - per il significato dell’evento nell’immagine dell’Italia. Fu in una rosa bianca che una segretaria le porse all’ascensore in forma spontanea e non programmata.
Cinque anni dopo – nell’anno dei cinquecentenari (scoperta dell’America, Piero della Francesca e Lorenzo il Magnifico) – si avviò una campagna internazionale sull’Italia che – attraverso i suoi quattro nobel scientifici – continuava la sua vocazione rinascimentale. Rita Levi Montalcini – come Rubbia, Dulbecco e Bovet – si prestò senza riserve all’uso testimoniale della sua immagine, persino con un filo di divertimento per quell’imprevisto passaggio nei set fotografici.
Ha fatto molto di più per il nostro Paese. E merita il cordoglio di tutti in questo suo straordinario e lucido prolungamento della vita fino a 103 anni concluso con la grazia di chi ha vissuto tutta la vita con il suo stile.
 
Massimo Fichera (5 luglio 2012)
mondoperaio n. 7-8 /2012 *
 
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La scomparsa di Massimo Fichera (1929-2012)
Un esemplare degli intellettuali-manager che hanno reso sensato il rapporto tra politica, cultura, comunicazione ed economia nel corso del ‘900.
 
Stefano Rolando
 
Massimo Fichera è scomparso il 5 luglio 2012. La notizia della morte – causata dalla prevedibile insuperabilità di una anestesia operatoria che avrebbe, se con esito positivo, risolto un male sopravvenuto a una situazione di salute di per sé assai difficile – è giunta mentre a Roma si ricordava la scomparsa, nella stessa data l’anno prima, di Enrico Manca.
Molti nessi legavano nella vicenda professionale e politica queste due dissimili figure.
Molte ragioni sostengono la necessità che queste pagine – tradizione delle tante e dissimili intellettualità che hanno pensato e proposto cultura politica alla famiglia politica socialista nei suoi giorni di forza e soprattutto nei suoi giorni di debolezza – accolgano una rievocazione, forse ancora non abbastanza meditata, di ciò che Fichera ha rappresentato “tra il pensare e il fare” di una generazione che ha accompagnato e alimentato il successo dei socialisti e che ha vissuto, pagandone severi  prezzi, la travolgente crisi dei socialisti.
Figlio di un professore di matematica catanese, Massimo Fichera nasce a Catania nel 1929. Un fratello – di una famiglia tendenzialmente orientata alla cultura scientifica – ha continuato lo studio e l’insegnamento della matematica. Tanto che Massimo ne faceva motivo di umorismo, per esempio quando argomentava che le sue battute o le sue provocazioni erano – per appartenenza culturale della sua famiglia – “scientifiche”.
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Antonio Tabucchi (25 marzo 2012)

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La foto è del novembre del '93. Aveva terminato in quei giorni "Sostiene Pereira" (che uscirà nel '94). Qui è nell'ambito del Premio Unione Latina, che quell'anno presiedevo. Lui era in giuria (con Josè Saramago, che si vede sullo sfondo alla Caffè Greco), poi lo vincerà nel 2000 (con Vincenzo Consolo presidente del Premio). Tabucchi se ne è andato il 25 marzo. Il giorno che mia figlia mi ha chiesto in regalo una guida per il suo primo prossimo viaggio a Lisbona. Facendo io un inconspevole e ovvio pensiero per lui. Ho poi cercato una sua frase che avevo appuntato in un quaderno. E l'ho ritrovata oggi (dalla prefazione a Marilyn Monroe, Fragments: poesie, appunti, lettere, Feltrinelli, 2010). Una frase che mi aveva leggermente inquietato. Eccola:

"Questo è il grande problema di coloro che sentono troppo e capiscono troppo: che potremmo essere tante cose, ma la vita è una sola e ci obbliga a essere solo una cosa, quella che gli altri pensano che noi siamo".

 
Antonio Ghirelli (1 aprile 2012)


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Nel viaggio in Cina nell’86  (quello di “Craxi e i suoi cari”, anche se i più non erano "i cari" ma una regolare delegazione istituzionale) – a cui si riferisce questa foto casualissima scattata sull’aereo all’andata - Antonio Ghirelli aveva dato il meglio della sua napoletanità per  ammansire le giornaliste (quelle diciamo così che avevano il compito di punzecchiare Craxi) e che Craxi, avvertendo l’inimicizia, trattava male.Ad una, che urlava per essere stata ignorata e disinformata, sentii che diceva con soavità:  “Ne’ guagliò! Chiste è un ggenio de la politica! E tu lo volevi pure beneducato?”Ma soprattutto a Palazzo Chigi –  come portavoce – si compiaceva di usare spagnolescamente (e un po’ ironicamente) la parola “Governo” per segnalare a sé e alla sinistra che  la stagione di stare a guardare gli altri governare era finita.Trent’anni di amicizia, tanti articoli scritti per l’Avanti! con la sua direzione (molti firmati con lo pseudonimo, che lui mi affibbiò, di Roncisvalle, cosciente - ma con esorcismo -  che nella Chanson de Roland quel nome significava una brutta fine), la vicinanza istituzionale sia nella sua esperienza con Pertini che con Craxi e un’immutata allegria, nel vedersi e parlarsi ogni volta, nella buona e nella cattiva sorte.“Chiamami quando sei a Roma – anche di recente – sono sull’elenco del telefono!”Ancora pochi mesi fa, dopo avere letto in dettaglio un fascicolo di Mondoperaio e lì un mio articolo di ritorno dal Brasile, sentì  l’obbligo di alzare il telefono e complimentarsi, proprio da direttore di lungo corso, secondo i paradigmi della “spiegazione” che l’articolo voleva soddisfare. Non lo fa quasi più nessuno.  Ne parlai con tutti, tanto mi toccò.Un galantuomo, non gli ho mai sentito una malevolenza, una cattiveria, spessissimo entusiasmo, incoraggiamento per gli altri, sempre un invito alla scrittura, alla testimonianza (“questa cosa che hai detto la devi scrivere, ricordatene….”). Orgoglioso di una storia, di una storia politica, di una professione civile. E orgogliosi di lui i suoi, anche quelli più giovani,  amici. Un grandissimo dispiacere la notizia oggi della sua scomparsa.

 
Mario Serio (11 febbraio 2012)
Leggo in ritardo sul sito del MIBAC
Cordoglio del Ministero per la scomparsa del direttore Mario Serio
Il Ministero per i beni e le attività culturali partecipa con profondo cordoglio al dolore della famiglia per la scomparsa di MARIO SERIO, già Direttore Generale per il patrimonio archeologico, architettonico, artistico e storico, di cui si ricorda la rettitudine, la competenza, la passione di leale servitore dello Stato.
Roma, 11 febbraio 2012
Aggiungo un pensiero addolorato di congedo per un amico e collega che, io a Milano e lui in cattiva salute (mi dicevano), non ho potuto rivedere di recente conservando quindi i tantissimi ricordi di una ampia e solidale frequentazione. Animato da una forte cultura civile  che sorreggeva la sua dedizione all’Amministrazione, Mario Serio fu a lungo Direttore dell’Archivio centrale dello Stato. E lo fu quando iniziai il mio impegno come direttore generale dell’informazione e dell’editoria alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Le scadenze del 40° della Repubblica e poi del 40° della Costituzione ci fecero lavorare assieme. Mostre e pubblicazioni per cui vanno a lui i meriti maggiori (e al suo team, tra cui Aldo Ricci che poi gli succedette nella direzione dell’Archivio), con esiti credo davvero memorabili. Seguirono tantissime cose, tra cui l’importante edizione di L’Italia in esilio, con la storia minuziosa dei fuoriusciti italiani durante il fascismo, che è materia a cui tuttora attingo nel preparare lo spazio dedicato alla Biblioteca di Sandro Pertini presso il Centro culturale Nitti di Melfi (due diverse figure di statisti accomunati dall’espatrio e da alti sentimenti nei confronti della democrazia in Italia). Assunse la massima responsabilità ai Beni Culturali quando io ero già uscito dalla Amministrazione. E partecipò con molto calore all’impegno del Comitato scientifico della allora Associazione Nitti, presieduta dall’ambasciatore Joseph Nitti, che preparò la strada alla costituzione della Fondazione, di cui sono presidente dal 2009. In quella veste – ma anche per senso di responsabilità su ciò che lo Stato fa male e può correggere – accettò il mio pressante invito a vedere di persona lo situazione di restauro del Castello di Melfi e diede un contributo essenziale per il riorientamento, sostenuto da adeguate risorse, di quel cantiere. Aveva cultura, humor e senso dell’amicizia. Mi mancherà molto.  
 
Oscar Luigi Scalfaro (29 gennaio 2012)
 
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Un pensiero di cordoglio per la scomparsa del presidente Scalfaro.
Molte Italie erano diverse da quella che lui tendeva preferibilmente a rappresentare, ma  i funzionari dello Stato ne coglievano il dignitoso presidio di tutte le istituzioni.
 
Vincenzo Consolo (23 gennaio 2012)
La scomparsa di Vincenzo Consolo - uno dei tre più grandi scrittori siciliani della seconda metà del '900, insieme a Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino -
è per me dolorosa notizia per tre ragioni. Perchè la sua scrittura - in particolare Retablo - è all'origine di storie personali di natura misteriosa e affascinante che ho scritto nel libro Quarantotto (Bompiani). Perchè come presidente della Giuria del Premio Internazionale della Unione Latina (con membri personalità del livello di Jorge Amado e Josè Saramago) l'ho premiato alla fine del mio mandato e lui ha accettato di subentrare in quella presidenza con ben altra autorità culturale e letteraria. Rimanendo in amichevole corrispondenza. Perchè nella sua storia culturale e civile - come in quella di molti altri siciliani (come mio nonno) - vi è una parte di vita a Milano, con la formazione di giudizi importanti per comprendere le grandezze e le involuzioni di questa città.
L'ultimo ricordo è un simpatico indirizzo del suo ristorante preferito a Sant'Agata di Militello - mi pare di ricordare "Carletto" - sul lungomare, in occasione del viaggio  di "iniziazione" di mia figlia Amelia in Sicilia (che io avevo fatto con mio padre a otto anni), dove mia figlia ha smesso di dire che non le piaceva il pesce. Per la sua scomparsa  Domenico Cacopardo, consigliere di Stato, da un po' residente a Parma ma siciliano di origine, ha avuto la cortesia di mandarmi il ritratto di Consolo che ha scritto per la Gazzetta di Parma, che qui aggiungo come memoria culturale e affettiva di questo grande intellettuale.  
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Boris Biancheri Chiappori (19 luglio 2011)
 
Roma 19 luglio 2011 -  Morto stanotte, nella clinica Villa Margherita di Roma, Boris Biancheri. Aveva 80 anni. Diplomatico e scrittore, è stato per 12 anni, dal 1997 al 2009 presidente dell'Ansa. Dal 1956 nella carriera diplomatica, Biancheri è stato tra l'altro ambasciatore italiano a Tokyo, Londra e Washington. Alla Farnesina ha ricoperto il ruolo di direttore generale del Personale, degli Affari Politici e poi di Segretario Generale dal 1995 al 1997, il suo ultimo incarico al ministero degli Esteri.
Dal 1997 era presidente dell'Ispi, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. Durante la presidenza dell'Ansa, tra il 2004 e il 2008, Biancheri ha guidato anche la Fieg, l'associazione degli Editori. È stato editorialista di politica internazionale per "La Stampa".
 
Nel ricordo di una lunga amicizia inziata a metà degli anni '80 e protrattasi fino ad oggi, con molteplici rapporti professionali e interazioni su cui tornerò, unisco qui i profili che hanno scritto su Repubblica  l'amb. Ferdinando Salleo e su Aspenia on line Marta Dassù.
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Roma, Palazzo Chigi 1986
 
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Alceo Riosa (1 maggio 2011)
 
Ha dedicato la vita agli studi sul movimento sindacale ed operaio. E proprio il primo maggio ha dovuto chiudere, prematuramente, quella sua vita. Una strana, ormai inusuale e speciale atmosfera ha caratterizzato il suo congedo laico al Cimitero di Lambrate. Sono sempre difficili le cerimonie prive della liturgia e del contesto delle chiese. Il luogo cimiteriale, lo spazio anonimo, l’immensa centralità di una bara, tutto ciò rende la parola essenziale, un’architettura immateriale importantissima. Spesso insufficiente. Questa volta splendidamente accarezzante l’amico, il collega, il compagno, il parente da cui è difficile separare la memoria di infinite vitalità dalla necessità di parlarne al passato.
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Guglielmo Trillo (9 gennaio 2011)


Devo riandare all’inizio degli anni ’70, alla decisione di trasferirmi – ancora studente universitario – da Milano a Roma e di cercare lavoro per sostenermi. Giorgio Pacifici, allora alla direzione RP della IBM, mi indirizzò ad un suo amico, che dirigeva le relazioni esterne di uno dei più forti comparti dell’industria pubblica italiana, la Finsider del gruppo IRI. Quella direzione occupava il piano terra di un palazzone a Castro Pretorio, stanza dopo stanza ci stavano tanti che poi divennero amici e colleghi, come Luigi Ceccarelli o  Carletto Siciliani,  mentre  Dario Faggioni, Giovanbattista Ansaldo o Luciano Rebuffo frequentavano gli uffici proveniendo da Milano o da Genova. Nell’ultima stanza, Guglielmo. Pacato, signore, ironico, incuriosito.
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Elvira Sellerio (3 agosto 2010)

La scomparsa di Elvira Sellerio -  “donna di grande finezza animata da forte passione civile”, ha ben sintetizzato il presidente Giorgio Napolitano -  obbliga a qualche annotazione questo mio piccolo angolo di sito che registra da qualche tempo le sempre più frequenti occasioni di doloroso congedo personale da frammenti di vita che la vita delle persone tiene sempre in condizione di completarsi, di integrarsi, di mutare; mentre la loro morte un po’ li pietrifica, comunque li ripone nello scrigno nella memoria.
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Dario Romano (21 novembre 2010)
 
L’ultima nostra telefonata è stata in pieno agosto. Per avere consigli e orientamenti sul nuovo corso di laurea della Bicocca in “Scienze dell’organizzazione“ opzionato da mia nipote Giuliana per una scelta “ su misura”. Aveva un filo di voce, mi ha minimizzato la cosa dicendomi che era influenzato. Gentile, mi ha messo in contatto con Federico Butera, il padre di quel corso che ora Giuliana frequenta. Dario ha significato un’amicizia di oltre trent’anni. Il suo sodalizio con Riccardo Felicioli – uno psicologo sociale con metodo e un pubblicitario colto con visione – mi ha permesso fin dalla metà degli anni settanta di capire che il rapporto tra comunicazione e impresa (e poi anche con le istituzioni) aveva un potenziale perimetro di analisi e di prestazione ben al di là delle normali coordinate con cui agenzie e professionisti trattavano la materia. Il primo rapporto “metodologico” sull’immagine dell’Italia – che avevo commissionato e poi pubblicato arrivando alla Presidenza del Consiglio dei Ministri – è stato frutto della collaborazione con Riccardo e Dario. E poi molte convergenze anche dopo la scomparsa, per me davvero dolorosa, di Riccardo. Tra cui la collaborazione alla sua rivista “Micro&Macro Marketing”, edita dal Mulino, di cui mi ha voluto nel comitato editoriale. E’ stato il decano del comitato scientifico all’edizione del 2008 di COMPA a Milano, comitato a cui hanno preso parte rappresentanti di tutti gli atenei di Milano. Aveva capito tutto quello che stava dietro alla faccenda. Conoscendo bene i risvolti. E non ha voluto mancare né ad una riunione, né ad una opportunità per sostenermi. Non lo dimentico, a fronte soprattutto di cose spiacevoli che la vicenda ha fatto emergere. Mentre mi congedo con tristezza dalla sua seraficità, dalla sua competenza, dalla sua bonaria presenza, dal suo naso che assomigliava a quello del suo maestro Cesare Musatti, dalle sue parole sempre sdrammatizzate, dalla sua capacità di dilatare i confini della sua disciplina, allego ciò che il Corriere della Sera ha scritto di lui (Franco Manzoni) per segnalare il suo rilievo umano, culturale e professionale.
 
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Sulla parola "congedo"
 
Non ci sono solo congedi dagli essere umani. Con la parola "congedo" ho una antica prudenza. Il dizionario etimologico parla di "facoltà o licenza di partire" ma anche di "commiato brusco". Nell'antico italiano era "combiàto" o anche "congiàto" ovvero "congio". Risale al latino "commeatus", poi contrattosi.
Essere soggetti attivi o passivi di un congedo è sostanzialmente altra cosa. Ma resta alla fine sempre un riverbero interattivo che rompe un equilibrio - con persone, luoghi, oggetti - e ne prolunga poi una sorta di infranta (a volte vaga, a volte struggente) nostalgia ricompositiva. Oppure separa, restituendo la serenità della distanza. Quindi spettro di sentimenti che ormai molte volte all'anno, nella vita adulta, è provocato dallo strappo inevitabile. Quello a cui, anche in caso di evidenti malattie, non si è mai abbastanza preparati. L'angolo di un sito è un piccolo porticciolo, una insenatura riparata, per collocare qualche parola laddove, a congedi avvenuti, non sono più le parole a viaggiare, ma appunto le memorie.
 
Alberto Ronchey (8 marzo 2010)
Su Facebook (8 marzo)
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Ho appreso poco fa, con molto rammarico,  la notizia della scomparsa di Alberto Ronchey. Mi dispiace di non avere avuto occasione negli ultimi anni di frequentazione. Nel suo periodo di responsabilità del Ministero dei Beni Culturali con i due governi Amato e Ciampi, dal 1992 al 1994, ho avuto una costante interazione con  lui, partecipando a viaggi, missioni ed  eventi in cui le competenze allora assegnate alla Presidenza del Consiglio nell'ambito della promozione culturale e dell'immagine del Paese ebbero una autorevole partnership in Ronchey che aveva una visione "efficace"  e non di pennacchio dell'azione pubblica (che produsse non a caso la "legge Ronchey").  Sorridemmo insieme ritrovandoci nella casa di Karen Blixen a Copenaghen,  come luogo culturale "di punta" di un vertice dei ministri  europei in quel paese, pensando che dovizia di patrimonio ha piuttosto l'Italia spesso sottovalutandolo, spesso maltrattandolo. Qualche volta mangiammo da "Mastino" a Fregene dell'ottimo pesce e ascoltando io da lui scintillanti ricordi professionali e politici. Inventò parole come "lottizzazione" o come "fattore K". Era analitico, libero, laico.  Giuliano Amato lo scelse come ministro perchè sapeva che in Italia c'era ancora tendenza propagandistica nella cultura e lui - in quella crisi - voleva lì uno come lui. Un po' scozzese, senza padroni.
 
Placido Noorda Rohmer (gennaio 2010)
Placido, Noorda, Rohmer
 
Nel giro di pochi giorni i giornali mi hanno portato tre sinceri dispiaceri. Persone conosciute, non con speciali legami ma con quella cordialità che – anche non vedendosi per lunghi tratti di vita – lascia inalterati i buoni rapporti di stima e di considerazione.
Se ne sono andati Beniamino Placido, Bob Noorda e Eric Rohmer.
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Nina Vinchi Grassi
Milano, 16 giugno 2009
 
Eccoci, sotto le austere volte di San Simpliciano, a poca distanza dal Piccolo, nel raccoglimento di tutti all’Ave Verum di Mozart eseguito dalla “Verdi” di Milano. Il gonfalone della Città, con le sue medaglie e il presidio di due giovani vigilesse, ci racconta quanta storia scorra tra le istituzioni e le persone, tra i simboli e chi li vive. Raccomandiamo alla grazia del Signore coloro che sono impegnati nell’arte e nello spettacolo” si dice al microfono, nelle invocazioni.
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Anna Maria Mammoliti
 
27 marzo 2009
Anche quando si combatte, con bravi medici e il sostegno grintoso di tutta la famiglia, alla fine il non debellato maledetto cancro la spunta lui. Nel caso di Anna Maria – moglie di Pier Luigi Severi, che fu pro-sindaco di Roma, madre di due ragazzi appena fuori dall’università e direttrice dal 1982 di Minerva una delle poche riviste sulla linea delle pari opportunità che ha retto negli anni, socialista determinatissima, calabrese non dissimulata – la guerra è durata qualche anno e solo una manciata di giorni fa, di fronte all’estrema evidenza del male, Pier Luigi mi ha ammesso con un cenno di testa, incrociandolo a Roma, la fine delle speranze.
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Marco Mignani

 
E' morto il creativo Marco Mignani 
Adnkronos, 1 aprile 2008  
E' morto Marco Mignani, uno dei più celebri e celebrati pubblicitari italiani: e' stato il creatore di campagne che da tempo sono entrate nell'immaginario collettivo e nella storia del costume, quali Scottex ("Dieci piani di morbidezza"), Dixan ("Niente lava meglio"), Ramazzotti ("Milano da bere"), Belte' (''Piu' buono proprio non ce n'e'''), oltre quelle per il cioccolato Lindor che si scioglie in bocca e ai Fonzies che se non ti lecchi le dita godi solo a metà. E' stato anche il creatore di alcune campagne politiche nazionali, in particolare inventò nel 1987 quel "Forza Italia" per la Democrazia cristiana che ha poi ispirato il movimento politico di Silvio Berlusconi.
 
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