Parlo soprattutto di istituzioni e decisori. Non c’è più un sistema di interpretazione nella vita politica e istituzionale. E anche l’impresa non ha più sostanziale domanda di analisi dei processi. Tutti chiedono solo posizionamento, marketing. In questa logica abbiamo consacrato il ruolo “interpretativo” ai giornalisti, ad alcuni giornalisti. Tuttologi semplificatori (alcuni bravi, molti giovani più che bravi). Il populismo ha invaso strutturalmente il sistema comunicativo. E lo stigma nei confronti di chi fa laboratorio delle fonti e delle notizie è ormai globale. Tanto che si può dire impunemente in Occidente che Harvard va spazzata via.
Stefano Rolando
Versione audio:

E’ chiaro che ci sono molti ambiti che studiano, ricercano, comprendono e spiegano. Ma sono utilizzati marginalmente, senza un grande progetto di pedagogia civile da istituzioni e media. Forse perché “spiegare” non è più politicamente conveniente. Questo è il fondamento della mancata lotta all’analfabetismo funzionale. Questa è la cornice di alimentazione di una comunicazione pubblica che ha smarrito la strada.
Abitualmente commento notizie, quindi fatti concreti, eventi puntuali, titoli di giornali misurabili in sillabe e parole.
Poi un vento tira l’altro. E lo sforzo vero è unire qualcosa in questi commenti che cerchi di produrre almeno piccole tracce di senso. Quei nessi che alcuni di noi cercano – a volte disperatamente – per tentare di trasformare il bombardamento delle news in conoscenza. Spiegarsi le ragioni dei fatti.
È diventata una cosa difficile. Difficile da ottenere dai media. Ma anche da fare, con le nostre piccole forze. E anche con un posizionamento personale per lo più fuori da quella sfera di responsabilità in cui circola anche materiale interpretativo meno generico.
In qualche modo anche l’ambito universitario – più attento alle fonti – salvo contesti di coinvolgimenti istituzionali personali, dispone di accesso ad alcune complessità. Ma, in generale, non di accesso al paradigma di fondo che fa riconoscere e svelare il vero, il falso e il verosimile.
Quando si va a curiosare un po’ si scopre anche che l’abbassamento di qualità del sistema politico decisionale ha anche abbassato la qualità dei suoi ambiti di advisor. E quindi anche della soglia di serietà, solidità e chiarezza delle fonti di analisi. Il pressapochismo paraideologico con cui si vanno formando i cosiddetti “uffici di diretta collaborazione” liquida spesso come “inutili” o “intellettualistici” o con parole più crude, ciò che un tempo – lo dico per esperienza – erano soglie di qualità diffuse, pretese e praticate.
E se stiamo anche agli uffici di trattamento di base di certi materiali di interpretazione, si dice che lavorino ormai senza domanda, senza utenza. Parlo di ambiti un volta di grande importanza come l’Ufficio studi di Camera e Senato. Pochi ministeri hanno un ufficio studi affidato a una vera personalità scientifica. I grandi comuni italiani non possono contare su una struttura anche minima con un potenziale di originale trattamento dei dati. Strutture che una volta stavano in grandi ma anche medie amministrazioni.
Si dirà che non ha grande importanza, esistendo – se esistono – istituti a cui rivolgersi ottenendo anche in forma esternalizzata prestazioni interpretative importanti. Mi disse già alcuni anni fa Giuseppe De Rita: ma non c’è più domanda di interpretazione da parte delle istituzioni e anche da parte del grosso della domanda di impresa! Tutti chiedono posizionamento, demoscopia pura. Capire il perché dei fatti, degli eventi, soprattutto della loro connessione – cioè, i processi – non è più un mercato.

Ma c’è di peggio. Spariti professionisti della ricerca applicata capaci di competere contro l’approssimazione delle dicerie circolanti, questo para-ruolo amministrato dai media alla fine è una riserva dei giornalisti professionisti. Nessuno immagina che un esponente politico sia invitabile come “esperto” in qualunque tavola rotonda, in qualunque convegno; pur esistendo – lo voglio dire con chiarezza – ancora politici che in proprio hanno conservato rapporti con la cultura e taluni anche con la scienza, ma non venendo più accreditati per le loro ragioni scientifiche e culturali.
Gli esperti tecnici sono materiale a rischio (tempi, linguaggi, conflitti professionali, eccetera). E così il ruolo dell’esperto interpretativo è passato, mani e piedi, ai giornalisti stessi. Sui media si presentano ormai solo libri scritti da altri giornalisti. Le ragioni di fondo di un evento complesso conviene chiederle a un giornalista, professionista tendenzialmente tuttologico che tratta le notizie a misura di caratteri, di tempo di parlato, di qualche spunto dietrologico. “Andando al dunque”, come si dice (che in sé è un mestiere difficile ma non è detto che possa fare su tutto da protesi al mestiere di altri).
Gli unici esperti di tipo politologico ammessi devono avere il formato alla Cacciari. Alzare la voce per un nonnulla, mandare al diavolo l’interlocutore, svegliare con i toni la pigrizia sonnolente degli spettatori.
Andava benissimo anche la controfigura di Sgarbi (essendo l’originale Sgarbi un intelligente critico, gettonato tuttavia per la capacità di fare casino in studio). Eccetera.
Anche qui si deve dire che esistono le eccezioni. Dicendo anche che questa sollecitazione sta anche tirando fuori – spesso con i giovani giornalisti – spessore, coraggio e capacità che fa onore alla categoria (a cui per altro appartengo). Così come ci sono casi magari di nostalgia ma anche di “sperimentazione” (incredibile ma la parola è questa) in casi come quelli in cui un novantenne come Corrado Augias dialoga con un filologo classico pluriottantenne come Luciano Canfora.
Ormai siamo a talk-show in cui gli esperti sono i conduttori di altri talk-show.
E più in generale siamo al sistema dei media tradizionali che faticano a stare sull’approccio di tradizione pur innovandolo con ogni sforzo digitale, scimmiottando i social media in una ibridazione suicidaria.
Quello che trovo incredibile, in proposito, è la diffusa rassegnazione dei professori universitari, quelli veri, che hanno fatto concorsi e superato ogni anno le soglie di ricerca e scrittura necessari per stare nei ranghi dei raggruppamenti disc. Nessun alza un dito, dico “nessuno” e magari sono impreciso, nessuno convoca convegni per discutere questo stravolgimento sistemico dei fondamenti del dibattito pubblico. Anche a loro sembra bastare essere qui e là piluccati per due minuti di telegiornale o lusingati dalla citazione di un loro libro nelle rubriche notturne. Il sistema vuole stare nelle sue regole. Non ibridarsi.
Naturalmente ci sono deroghe. Deroghe che tendenzialmente dipendono da una quota minoritaria di docenti che capiscono e interpretano un certo public engagement, al di là delle loro naturali pulsioni per acquisire consensi e pubblici. Faccio il caso del successo popolare e soprattutto giovanile che va crescendo per uno storico gioviale come Alessandro Barbero. Che per fare divulgazione civile stabilmente ha optato per la pensione anticipata.
Che storia curiosa quella dell’Università di massa! Avere sdoganato gli accessi, avere inventato il 3+2 per favorire i ronzini, avere accettato l’immatricolazione come valore dell’appartenenza. E poi non avere ancora trovato forme autorevoli per dire che qualcosa è andata storta, che qualcosa è stata mal congeniata, che non ci si fa trattare così da politici dotati più di motoseghe e che di libri (col rispetto dovuto al rettore di Harvard che qualcosa ha detto, ma io parlo della nostra università nel limbo).
In ogni caso non volevo limitare il podcast di oggi a un fenomeno di dissoluzione dell’economia civile che dovrebbe sostenere il dibattito pubblico di una comunità. Cosa credo gravissima ma che sta nella logica per la quale Trump vuole distruggere Harvard e il grosso dei ministri e dei parlamentari non so se occidentali ma italiani direi di sì, pronti a dire che di “professoroni e giornaloni che vogliono spiegare la realtà non c’è bisogno”. Vorrei invece – anche se in conclusione – parlare di noi, persone, singoli, io che parlo qui e voi che mi ascoltate (forse), io che ascolto o leggo altri, altri che nelle loro case guardano sbigottiti l’andamento del mondo. In un quadro di eventi in cui la natura della spiegazione pubblica ha assunto le caratteristiche che ho provato ad accennare.
Che Harvard sia sotto il tallone di un presidente fuori di testa ma eletto, che la voglia chiusa, resta una notizia accerchiata da un’altra notizia. Non c’è più condivisione, nemmeno minima, che tolte minoranze che si proteggono facendo crescere il loro egoismo, attorno al fatto che Harvard è patrimonio collettivo perché è risorsa e servizio per tutti. Non sono nemmeno più sicuro che Harvard – come potrei dire Bocconi, come potrei dire London School – abbiamo viva e attiva una narrativa per sostenere queste ragioni. E improvvisamente scopriamo che la filiera delle cose che potrebbero partire da grandi università, grandi ospedali, grandi aziende, grandi istituzioni , per annodare generazioni e filiere sociali diverse attorno al fatto che qualità, ricerca, sperimentazione che sono oltre la soglia minima, sono l’alimentazione del benessere materiale e immateriale di tutti. Una cosa sempre meno vera.
La mia conclusione è un po’ di sgomento personale. Sono diventato dirigente d’azienda attorno ai trent’anni un un’azienda pubblica, la Rai, che considerava questa la sua missione. So che oggi fa sorridere solo ricordarlo. E lo sgomento è che senza sapere bene il perché e il come le cose accadono una comunità, antica, forte, con radici e tradizioni, come quella degli italiani (e chissà quanti popoli potrebbero dire cose simili), rischia di trovarsi come un topo in trappola.
Metà analfabeti funzionali, l’altra metà non accompagnata – se non occasionalmente – nello sforzo di interpretare e comprendere. Spiegazione intesa come sforzo di rendere chiaro ciò che è oscuro e al tempo stesso di fare emergere le ragioni di un accadimento. Cosa che spinge gli specialisti sempre più a occuparsi dei cavoli loro. Non di sentirsi coinvolti in un’impresa sociale di traino agli altri. Impresa che produce lo stigma del nuovo potere, non il cruccio appassionato di chi amministra responsabilità.
Così non ne usciamo. O almeno potremmo fare qualche domanda a Chat GPT. Ci risponderebbe cose ben informate. Piene di buon senso. A volte persino sagge. Ma, come sapete, si tratta di un algoritmo, non di un appassionato capo di noi mortali.
Davvero una straordinaria e amara analisi.
Grazie molte
Ottimo!
Grazie
Molte grazie