Podcast n. 167 – Il Mondo Nuovo – 27.10.2025 – Il teatro ridisegna i nuovi pubblici

Cento operatori milanesi riuniti al Piccolo Teatro per riflettere sulle trasformazioni della domanda. Commento a una bella e utile iniziativa di confronto e discussione. Con brevi intarsi:  le opinioni di Lanfranco Licauli, Alberto Bentoglio e Francesca Grassi

Stefano Rolando

Versione audio:Podcast n. 167 – Il Mondo Nuovo – 27.10.2025

Il teatro ridisegna i suoi pubblici

Cento operatori milanesi riuniti al Piccolo Teatro per riflettere sulle trasformazioni della domanda.

Commento a una bella e utile iniziativa di confronto e discussione.

Con brevi intarsi:  le opinioni di Lanfranco Licauli, Alberto Bentoglio e Francesca Grassi

Stefano Rolando

Versione audio: https://www.ilmondonuovo.club/il-teatro-ridisegna-i-suoi-pubblici/

Versione scritta: https://stefanorolando.it/?p=11195

Il gruppo dei fondatori del Piccolo Teatro (14 maggio 1947), trainati da Paolo Grassi, dopo aver scritto il Manifesto delle intenzioni, si diede un gran daffare per ottenere dalle istituzioni un simbolico luogo centrale e un po’ di risorse pubbliche. Ma anche per interrogare la cultura di impresa dell’età della ricostruzione per  assicurare un po’ di investimenti e per dare il buon esempio con abbonamenti e partecipazione. In quella fase i fondatori non si dilaniarono troppo chiedendosi se fosse il momento di impegnarsi più sulla domanda o più sull’offerta. In realtà la domanda  – quella generale –  al momento  era ben chiara nella loro testa. L’avevano percepita (Grassi, Strehler, Apollonio, Tosi, Nina Vinchi) tra dramma e disagi della guerra e della guerra civile.  E tutti sapevano che era fatta di libertà, soppressione della censura e del teatro retorico-declamatorio, riapertura dei confini, autori classici e nuovi, una generazione artistica talentuosa che voleva esprimersi, eccetera. La domanda insomma era davvero la domanda di tutti. E la proposta, quindi, era “un teatro per tutti”. Anzi “un teatro d’arte per tutti”. 

Quasi 80 anni dopo, la domanda di cultura non appare veramente prioritaria, premono esigenze pragmatiche, economico-funzionali. Il pubblico (in generale in  Italia) non supera il 20% (almeno una volta all’anno) e scende molto  di più se si tratta di immaginare di andare a teatro non solo una volta all’anno.

Cercare pubblico vuol dire ora sopravvivere e tentare di guardare progettualmente al futuro. Dunque, è il momento di capire natura, segreti, evidenze,  bisogni, misteri, non di un pubblico generico ma proprio dei tanti pubblici che rappresentano potenzialità (e problemi). Ciò vuol dire anche rendersi conto che poi l’offerta dovrà essere più sfaccettata, più targhettizata, più mirata.

Un passaggio cruciale, insomma, fatto – e non da oggi –  da tutte le grandi città nel mondo in cui il teatro è un fattore costitutivo dell’identità collettiva. E che dovrebbero fare soprattutto le città che danno importanza alla formazione degli operatori.  È comunque  quel che ha deciso di fare il teatro locomotiva della moderna cultura teatrale milanese, il Piccolo, nella sua sede storica di via Rovello. Quella riattribuita 78 anni fa ad un servizio pubblico culturale (così lo pensarono i fondatori paragonandolo efficacemente ai tram) dopo essere stata la sede della polizia dei torturatori fascisti, la famigerata Legione Muti.  

Con cento partecipanti (teatri, università, fondazioni, associazioni, enti di credito e servizio, e anche partecipe l’assessorato alla cultura di Milano), per volontà della coppia consolare che guida il Piccolo:  il direttore artistico Claudio Longhi (professore a Bologna e  già assistente di Luca Ronconi)  e il direttore generale Lanfranco Licauli (già dirigente alla Scala). È iniziata una riflessione insieme a una ricognizione che si concluderà nel 2027, l’anno dell’ottantesimo. Oggi parlando di Milano, nel 2026 dei pubblici internazionali, nel 2027 con un confronto sull’Italia.

C’è stata convergenza di motivazioni e metodo con altri soggetti del tessuto culturale milanese (da Cariplo a Agis a Fondazione “Paolo Grassi” ad altri) . Cosa che ha voluto dire poche cerimonie, sette centrali tavoli tematici per un giorno intero  con un centinaio di operatrici e operatori culturali, in larga parte appartenenti al sistema teatrale (ma non solo a quello) che hanno spacchettato il concetto di pubblico all’insegna di una citazione di Luca Ronconi: “se ho mille spettatori in sala vuol dire che ho mille pubblici”. Una sorta di marketing socioculturale per parlare di scuole, di under 35, di pubblico adulto, di pubblici con varie forme di disabilità, di decentramento e periferie, di autoesclusi, di pubblici generati dall’ibridazione internazionale.

Ho preso fitte  pagine di appunti sulla restituzione finale di questi tavoli. Una narrativa brillante, a volte spiritosa, sempre civile.  Osservando che questa “rappresentazione” segnala che il teatro non è una cattedrale abbandonata. E  poi verificando che è confortante vedere i percorsi e la  sensibilità  di chi ha guidato i panel e ha partecipato alla discussione. Diciamo una generazione che pare abbia buoni argomenti per guidare la trasformazione prossima ventura e che potrebbe provare a dare risposta alla provocazione contenuta nelle domande poste anche in apertura dei lavori. Per eempio, nel mio breve  intervento fatto  nella sessione di apertura insieme a tutti i partner (io a nome della Fondazione “Paolo Grassi”), ho provato a segnalare la necessità di non ripetere il mantra del “teatro per tutti” senza scomporre e ricomporre quel “tutti” in pubblici ben identificati alla luce di una offerta mantenuta nei profili della qualità e del servizio pubblico. E soprattutto facendosi aiutare dagli strumenti di marketing senza elevare questi strumenti a religione.

Questo è stato il brano del passaggio dell’intervento che presentava il mio punto di domanda, scusate se manca qualche sillaba all’inizio[1].

Inserto n. 1 – Stefano Rolando

(dall’inizio a 1.14,  strumento strategico)

E questo il giudizio di insieme, a panel appena conclusi, del coordinatore delle discussioni, il prof. Alberto Bentoglio, ordinario di storia del Teatro alla Statale di Milano.

Inserto  n. 2 – Alberto Bentoglio – 1.38

Ogni operatore intervenuto e ogni coordinatore di panel meriterebbe una citazione, perché è la complessità di ciò che è emerso che fa ora patrimonio di queste due giornate al servizio di un  periodo che è fuori dalla scure della pandemia ma è dentro incertezze nelle politiche culturali, tagli di bilanci, scarsità di investimenti privati, forse anche inquietudini per leggi ferme o sbagliate e per eccesso di politicizzazione di certe nomine e se vogliamo impossibilità anche per i soggetti più accreditati di poter far da soli. Però l’accoglienza di una soglia di ottimismo e di disponibilità c’è stata in tutti.

 Dal tavolo n 1, sul lavoro nelle scuole, Francesca Grassi.

Inserto n. 3 – Francesca Grassi  – 2.47

Alberto Bentoglio, al centro, con i sette rapporteur dei tavoli tematici (Andrea Rebaglio, Maddalena Giovannelli, Anna Piletti, Noemi Satta, Ginevra Bocconcelli, Mariana d’Ovidio, Oliviero Ponte di Pino).

Vediamo con un flash  – solo facendo un titolo sul merito – i sette tavoli di riflessione e proposta.

  1. La scuola è ancora un campo solo parzialmente accessibile per impedimenti burocratici.
  2. Il pubblico giovanile ma non più giovanissimo distingue  l’approccio tra chi lavora e chi ancora studia. Effettivamente due mondi diversi.
  3. Il pubblico adulto ha un rapporto largamente casuale con il teatro.
  4. Chi ha disabilità (fisiche, psichiche, connesse a impedimenti oggettivi) deve avere la fortuna di operatori capaci di maneggiare questa delicatissima bussola.
  5. Chi si nega al teatro, merita oggi più approfondimento motivazionale ma la crescita di astensionismo, analfabetismo funzionale, de-culturalizzazione di massa, spiega che una quota importante delle cause dipende da macro-fattori sociali.
  6. Gli spazi periferici costituiscono un mondo che può dare risultati se chi guida le politiche pubbliche se ne occupa centralmente, studiando e progettando misure e infrastrutture.
  7. Infine, tra immigrati, studenti stranieri e turisti, diciamo che un capitolo di analisi è aperto realmente da poco e  richiede molte implementazioni.

Che lettura dà di questi (e altri) spunti, il direttore generale del Piccolo Teatro?

Inserto n. 4 – Lanfranco Licauli – 3.50

Aggiungo un pensiero conclusivo. Che rimanda alle opportunità di  dare continuità a questo confronto. Recenti ricerche condotte a Milano (su un campione rappresentativo anche di quartieri e periferie) segnalano che la domanda di cultura non è nell’agenda alta delle cose che premono di più. Ci  sono lavoro, costi e casa, servizi pubblici,  salute,  mobilità. Scuola e cultura restano a metà classifica. Salvo che si interroghi  la gente su cosa vede bene per il futuro. Dunque, si pone il problema di progettare una strategia per la risalita della domanda generale di cultura. Che è una domanda a cui non si può rispondere senza una analisi seria e realistica dell’economia della cultura, in particolare per ciò che dovrebbe essere considerato non solo un costo ma soprattutto un  investimento. Potrebbe essere uno degli approcci per passi successivi. Fondazione “Paolo Grassi”  su questo tema, sollecitata dalla Associazione per l’Economia della Cultura, sta immaginando una iniziativa per l’inizio del nuovo anno.  

(8.258 – più  gli inserti).


[1] Per la versione scritta,  il riferimento al testo integrale dell’intervento è: https://stefanorolando.it/?p=11183

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